1950: il fatidico viaggio di Eugenio Montale per ritirare un milione di lire a San Marino

Posted on Giugno 02, 2020, 10:46 am
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A modo suo, un unicum. In senso letterale e letterario: una sola edizione. Esattamente 70 anni fa, nel 1950. Poi, l’abisso verticale, la terra brulla, qualche ombra surrealista. Come una seppia che riposa sulla spiaggia di Port Lligat.

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Montale, che di nome fa Eugenio, proprio nel 1950 si recò sul Monte Titano in quanto vincitore del Premio Letterario San Marino, il concorso che vide la partecipazione dei più illustri intellettuali, poeti, scrittori e traduttori del tempo. Le proposte furono giudicate da importanti critici della letteratura. Il Premio Nobel per la Letteratura del 1975, nato a “Zena” (Genova) nel 1896, vi partecipò con un dattiloscritto dal titolo 47 Poesie 1940-1950, ovvero con la produzione poetica degli anni in oggetto e che confluì successivamente nella raccolta La bufera e altro, data alle stampe nel 1956. Un premio speciale fu assegnato anche a Leone Traverso per le sue traduzioni da Eschilo, Gongora, Yeats e George. La consegna avvenne il 30 settembre 1950, in pieno blocco militare, presso il Palazzo del Kursaal: il confine tra Italia e San Marino difatti era controllato da postazioni di blocco e polizia in quanto San Marino aveva appena aperto un casinò nonostante la contrarietà dell’Italia. Per ritirare il premio assai corposo di un milione di lire, il grande poeta però fu costretto ad attraversare la frontiera in modo rocambolesco, a piedi, quasi come un clandestino.

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Interessante è il carteggio che porta alla produzione del volume. Recentemente è stato ritrovato presso il Fondo Falqui della Biblioteca Nazionale Centrale di Roma un documento sulle 47 poesie (1940-1950) con una nota di Montale. “Questo dattiloscritto è provvisorio. Avrà un altro titolo e tutte le parti ne avranno uno; la quinta parte sarà accresciuta ed altre liriche saranno aggiunte alla serie finale che per ora non ha trovato titolo. La prima parte – Finisterre – è già uscita in pochi esemplari nel 1943 e nel 1944, e pertanto non dev’essere considerata ai fini del premio San Marino. Nel manoscritto definitivo figureranno forse alcune note”.

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Montale non mancò mai di confrontarsi con amici e colleghi. Il 21 aprile 1943 scrive a Gianfranco Contini: “Caro Trabucco, oggi o domani ti mando a parte il fascicoletto di 15 poesie, col titolo di Finisterre. Ma non tutte le liriche sono di argomento apocalittico e così dovrai dirmi subito (dopo aver letto) se il libruccio può reggere un simile titolo. In caso negativo proporrei Poesie del 1940-42, cioè l’attuale sottotitolo un po’ modificato (poesie anziché versi)”. A distanza di 9 giorni, Contini risponde: “Finisterre mi pare che vada benissimo per l’intera raccolta, à la fois per l’allusione millenaristica e per quella geografica. Voglio dire che a Finisterre comincia l’Oceano, comincia il mare-dei-morti (punta del Mesco) ecc., di lì si dice addio alla proprietaria dei primi e alla Proprietaria degli ultimi versi: l’allusione geografica, insomma, è a sua volta doppia”.

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Non meno preziosa è la nota finale della seconda edizione di Finisterre, ovviamente scritta da Montale: “Non offro questo come un nuovo volume di versi, ma semplicemente come un’appendice alle Occasioni per gli amici che non vorrebbero fermarsi e far punto a quel libro. Se un giorno Finisterre dovesse risultare il primo nucleo di una mia terza raccolta, poco male per me (o male solo per il lettore): oggi non posso far previsioni. Le 15 liriche intitolate propriamente Finisterre (versi del 1940-42) non sono che la ristampa senza varianti del volumetto da me pubblicato, sotto questo titolo, nella Collana di Lugano (n. 6 della collezione diretta da Pino Bernasconi), il giorno di San Giovanni del 1943. Ne furono tirate solo 150 copie. Aggiungo in appendice due prose e quattro poesie che non disdicono molto al carattere del libretto; a eccezione forse della lirica del 1926, anch’essa nata, però, dal paesaggio delle due prose”.

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È invece del 1949 la lettera che scrisse a Giovanni Macchia: “Ti mando l’indice provvisorio del mio terzo e ultimo libro di poesie che vorrei uscisse entro il 1950. Ho segnato con punti sospensivi le serie tuttora aperte (la 4a e la 5a) che dovranno arricchirsi; ma è possibile che anche le altre serie si riaprano per comprendere qualcos’altro. Tu dovresti dirmi quali poesie ti mancano, e te le manderò (tenendo presente che le quattro segnate in fondo, non però l’ultimissima, escono ora su Botteghe Oscure). Sul titolo (Romanzo) ti prego di mantenere la più assoluta discrezione, altrimenti sarà rubato da qualche giovane di belle speranze…”.

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Torniamo alle 47 poesie. Ouverture (o capitolo introduttivo, o prima parte) del de La bufera e altro, Finisterre racchiude 15 liriche: La bufera, Lungomare, Serenata indiana, Il giglio rosso, Nel sonno, Su una lettera non scritta, Gli orecchini, Il ventaglio, La frangia dei capelli…, Finestra fiesolana, Giorno e notte, L’arca, Personae separatae, Il tuo volo, A mia madre.

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La bufera che sgronda sulle foglie / dure della magnolia i lunghi tuoni / marzolini e la grandine, / (i suoni di cristallo nel tuo nido / notturno ti sorprendono, dell’oro /che s’è spento sui mogani, sul taglio / dei libri rilegati, brucia ancora / una grana di zucchero nel guscio / delle tue palpebre) /il lampo che candisce / alberi e muro e li sorprende in quella / eternità d’istante – marmo manna / e distruzione – ch’entro te scolpita /porti per tua condanna e che ti lega / più che l’amore a me, strana sorella, / e poi lo schianto rude, i sistri, il fremere / dei tamburelli sulla fossa fuia, / lo scalpicciare del fandango, e sopra / qualche gesto che annaspa… / Come quando / ti rivolgesti e con la mano, sgombra / la fronte dalla nube dei capelli, / mi salutasti – per entrar nel buio.

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In merito a La bufera, scrive ottimamente Marica Romolini: “La posizione privilegiata d’apertura scelta per questa lirica, a cui viene pertanto implicitamente affidata la funzione proemiale dell’intero libro, sancisce fin dal principio il fulcro attorno al quale si sviluppa l’opera: la bufera della guerra, indagata nella pienezza dei suoi risvolti privati, esistenziali, storici, metafisici e persino poetologici. Nella lettera a Silvio Guarnieri del 29 novembre 1965 Montale puntualizza la complessità della simbologia che regge il componimento, divaricandola tra la precisa referenzialità di ‘quella guerra dopo quella dittatura’ e l’allegoria della ‘guerra cosmica, di sempre e di tutti’, ontologicamente fondata nella disarmonia costitutiva della realtà. La centralità del tema bellico e della costellazione metaforico-lessicale correlata ha dunque indotto l’alterazione dell’ordine compositivo (che a rigore collocherebbe La bufera dopo Gli orecchini a favore di una studiata struttura narrativa che mira a esplicitare immediatamente lo stravolgimento, folle e apocalittico, in procinto di funestare il mondo, nonché l’estrema necessità della trasfigurazione di Clizia in creatura angelicata, anche a costo del sacrificio della donna e della rinuncia a lei da parte del poeta”.

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Sembra complicato, ma non lo è. La poesia è la poesia. E ogni persona ci legge, ci vede, ci fantastica quello che gli va.

Alessandro Carli