Anche in letteratura ‒ a volte, se capita; al di là di manierismi schizofrenici legati a strizzate d’occhio, o a palpatine marchettare che mascherano giochi di ruolo o di potere ‒ si stringono patti. Meglio, verrebbe da dire: nascono amicizie. Ma di quelle vere (uniche!), destinate a durare in vita come sull’immortale foglio bianco di un libro o di una lettera intensa quanto sincera. E tra le tante, originalissime, fedelissime amicizie, spicca forse quella tra Eusebio e Trabucco; quasi a testimoniare come, guardare nella stessa direzione, porti a qualcosa d’eccezionale e portentoso.

Così, ieri come ora ‒ persino in letteratura (!) ‒ la storia sempre si ripete, e gli affari, andati a buon fine o meno, son sempre gli stessi, o si assomigliano incredibilmente. Per questo, Eugenio Montale, da Forte dei Marmi /  Vittoria Apuana (casa Pallotti) / (Lucca) 17 luglio 1946, scrive a Gianfranco Contini:

“Caro Trabucco,

… Sai se il mio libro francese abbia avuto echi, recensioni ecc.? Einaudi non m’ha dato un soldo e dicono che stia fallendo (si decidesse una buona volta…) E credi che dal Bernasconi ci sia da avere nulla, visto che di copie fu avarissimo e il secondo invio non ci fu mai? Una volta disse che non sarei stato ‘irrimunerato’.”

Che esser poeta ‒ infatti, a tratti ‒ dia scalpore, può esser lecito. Ma che sia, piuttosto, affare poco (se non per nulla) remunerativo, è un dato di fatto.

Questa lettera, tra l’altro, mi riporta vivi dei ricordi lontani, quando per ostinata lotta chiamai al telefono Davide Rondoni, dicendogli letteralmente che “esistevo anch’io” e che avrei voluto incontrarlo; dacché lui m’invitò a una sua lettura a Milano: se alla Palazzina Liberty o alla Casa della Cultura, non ricordo, e poco importa. M’interessa, semmai, l’affinità elettiva con quanto prosegue a scrivere Montale all’amico Trabucco: “Io sono al Forte da 7 giorni, ma qui non si riesce a far nulla; tuttavia dovrò starci un pezzetto. A Milano mi hanno fatto un “processo” kafkiano alla Casa della Cultura. Hanno detto che le ‘civetterie metriche’ della mia poesia sono la spia di ‘fiacco’ antifascismo e di scarso spirito di ‘resistenza’. Relatori Gatto e soci. Molti applausi, dissensi da parte di Borlenghi, Sereni, Villa. La seduta si è sciolta al grido “basta coi moribondi!”

Quando andai quella sera a Milano, circa venticinque anni fa, non erano certo gli anni Quaranta, ed ero solo, spaesato, forse già imbrogliato in una malattia da poco esplosa. Però qualcuno ‒ chissà chi, davvero non ricordo nulla, se non questo particolare!, non fatemene una colpa e nemmeno un dramma… ‒ fece un piccolo scherzo a Rondoni. E lui, (di rimando?), lo fece a me. Nella mia timidezza, dopo la sua lettura, non ebbi nemmeno il coraggio di avvicinarmi o avvicinarlo. Né lui mi salutò con un gesto, o con lo sguardo.

Chissà poi chi c’era quella sera a Milano, e cosa mi son perso. Presente, ma non a me stesso, mi è rimasto solo uno sfocato ricordo. Mi consolo ‒ tuttavia e piuttosto ‒ continuando a leggere uno fra i tanti carteggi eccezionali e sorprendenti che la letteratura universale ci può offrire, a monito di una verità che sempre splende tra le righe scritte in amicizia o per amore:

“Trabujo molto amato,

so che telefonasti giorni fa da Firenze; io ero a Milano, peccato! La natura morta dei fiori che preferivi è toccata a te, vieni a prenderla finché son vivo. (…) Avrai visto che una demente mi ha fatto causa per la questione di Strano Interludio; i giornali milanesi hanno pubblicato su tre colonne ‘Montale plagiario’. Mi accusa di aver letto una sua preesistente traduz. e di averle così rubato l’idea di tradurre quel lavoro nonché di essermi appropriato del patrimonio culturale che quella versione presuppone. Ammette però di aver pubblicato tre anni dopo e che le due versioni sono del tutto diverse. Vincerò naturalmente la causa. L’idea mi fu suggerita dall’editore, non da lei. C’era di mezzo appena un premio Nobel.”   

Giorgio Anelli