“Donne che corrono verso l’annientamento, nel gorgo di un amore straordinario…”. Dialogo con Monica Guerritore

Posted on Ottobre 02, 2019, 6:18 am
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Vedo Monica Guerritore a Quante Storie, su Rai 3. Parla con Giorgio Zanchini del suo ultimo libro, Quel che so di lei, in cui, tra l’altro, nel regesto delle sue interpretazioni, dice di lei, di Oriana Fallaci. Lo spettacolo, scritto dalla Guerritore, s’intitola Mi chiedete di parlare e fu un sonoro ‘caso’, sei anni fa. “Non mi interessa capire la Fallaci”, scrive, ora, che agnizione lignea, infiammabile: un attore non capisce, interpreta; un uomo non intende, ama. Zanchini, in tivù, minimizza, vabbè, la Fallaci è la Fallaci – e lei, Monica, guerriera Guerritore, scatta, “Dobbiamo essere tutti Oriana Fallaci, tutti, orientati intorno al nostro inossidabile talento”. Mi ricorda Ralph Waldo Emerson, che intima ai suoi uditori di scoprire lo Shakespeare che indubbiamente alligna in ognuno di loro. Glielo ricordo, ora, è a Roma. “Sono i condizionamenti che ci falciano, che hanno limitato anche me. A un certo punto, arrivi nella stanza 6, quella delle donne ribelli, che dicono no, e quel no è uno spartiacque”. Scrive, nel libro, Monica, “Sono entrata nell’Enigma Fallaci a tentoni, come entrando in una grande stanza buia illuminandola con una torcia”.

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Chiama stanze ciò che per un comune lettore sono i capitoli. Il fatto è che quel libro, Quel che so di lei (stampa Longanesi, 2019), è costruito come una casa della crudeltà. Ha una disposizione narrativa anomala, intendo, va valicato, attraversato, in disciplina cabbalistica. Ha fatto disperare gli editor i quali, alla fine, hanno ammesso, faccia lei. Tutto ruota, naturalmente, intorno alla storia terribile di Giulia Trigona, “dama di corte della regina Elena di Savoia”, palermitana, scannata dall’amante, conosciuto tre anni prima, “il tenente di cavalleria Vincenzo Paternò”, il 2 marzo 1911, in un infimo albergo romano. A scortare la storia di questa donna, la storia di “un femminicidio terribile, il primo di cui sia stato celebrato un processo seguito dalle testate nazionali e che sconvolse l’opinione pubblica”, le donne interpretate dalla Guerritore: la Marianne di Scene di un matrimonio, la Anja de Il giardino dei ciliegi, la Lupa, Madame Bovary…

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“Ho letto di Giulia Trigona in un libro di Cinzia Tani, Amori crudeli. Giulia Trigona incontra il suo amante, il suo futuro assassino, la notte prima del terribile terremoto di Messina del 28 dicembre 1908. Immediatamente feci una associazione tra Earthquake e Heart-quake, il terremoto della terra e quello del cuore. Quella corsa verso l’annientamento che dura fino al fatidico 2 marzo 1911 mi sembrò emblematica, il simbolo di un certo mondo femminile che precipita verso un amore ‘straordinario’, o per meglio dire ‘mostruoso’”.

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“Tutto nasce dalla scrittura”, mi dice Monica, spesso. Con la scrittura si inchioda un fatto – le dita sulla tastiera sono chiodi, la penna è un martello. Con la scrittura ci si crocefigge. La vicenda di Giulia Trigona affolla le visioni della Guerritore. E lei inizia a scrivere. “Ho scritto la sceneggiatura per un film, piuttosto visionario. Naturalmente, nessuno voleva farlo”. Ho letto che a un certo punto compare al tuo fianco Andrea Camilleri. “Proprio così. Sono andata da Camilleri perché volevo che i miei dialoghi fossero scritti in quel miscuglio di palermitano, francese e italiano che era la lingua dei nobili del tempo”. Mentre mi parla imita in modo strepitoso la voce di Camilleri. “Beh, Camilleri mi fa: ‘Quando a casa mia si parlava della Trigona, le donne abbassavano la voce’. A dire quanto grande fu lo scandalo di quella vicenda”. E poi? “E poi Camilleri si propone di fare la voce fuori campo del film, e nel contempo preparo un corto legato a un progetto sul femminicidio, ma poi cade il Governo Gentiloni e i soldi banditi per quel progetto vanno al reddito di cittadinanza…”. E quindi? “E quindi scrivo quella storia in un libro”. E ora? “Non demordo. Come sempre. Cerco di portare questa storia a teatro, magari in forma di saggio per l’accademia”.

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In uno dei primi capitoli, la Guerritore parla dell’arte dell’attore come del “sedersi sul bordo e aspettare”. Mi sembra un motto buono anche per la scrittura. “Lo diceva anche Elsa Morante: bisogna aspettare che il personaggio venga a farti visita. Il personaggio prende forma dentro di te, come una sorta di pane. Non puoi forzarlo, devi fare il vuoto, sei un interprete, devi assumerti il rischio di essere attraversato”.

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Il teatro è crudele, porta alla rivelazione. A volte i piani – la finzione, la realtà – si mescolano in veleno micidiale. Nel libro la Guerritore racconta di quando scoprì, sul set di Scene da un matrimonio, che il suo rapporto con Gabriele Lavia era finito. Racconta di quando, durante la messa in scena del Giardino dei ciliegi, Valentina Cortese capisce che è finita con Giorgio Strehler (“Quella notte Valentina avrebbe voluto abbandonare tutto… La vedevo umiliata, sperduta”). “Quando ho fatto Macbeth ero incinta. Il fatto di avere un figlio nella pancia non mi ha impedito di immergermi in quel mondo dell’irrazionale, del magico e del nero. In scena non c’è morale”.

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Dimmi il libro che ti ha formata. “Robinson Crusoe. Che avventura: posso prendere una nave e andare su Marte…”. E poi? “E poi, cosa posso dirti: James Hillman [a cui è dedicato il libro, ndr], l’autobiografia di Einstein, Stoner, un libro bellissimo. Ora, però, ho voglia di una saga, devo rilassarmi. Sto leggendo I pilastri della terra di Ken Follett. Naturalmente, sto divorando Bertolt Brecht”.

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In un brano del libro la Guerritore scrive: “Sono una donna fiera. Ho sopportato un’adolescenza e una prima giovinezza vissute tra grandi maestri, mi sono fatta largo inciampando a tratti, ma sterzando ho tenuto la barra dritta per preservare quello che è il mio dono su questa terra. Ho combattuto un tumore al seno, l’isolamento iniziale dovuto alla fine della mia storia con un ‘grande’ del teatro. Mi sono divisa tra due figlie da seguire, il lavoro da portare avanti e, soprattutto, il bisogno di continuare a crescere”.

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Il teatro come atto politico e civile? “Siamo nell’era delle microverità, della vita vegetale, rotta dalle manifestazioni oceaniche dei giovani che vediamo in questi giorni. Siamo nel ‘tempo del post’: scrivi, ti confessi, e dopo un quarto d’ora quel post è il passato, sostituito da un altro, e tu sprofondi in una solitudine sempre più cupa, che alimenta la frustrazione. Il teatro, al contrario, è una relazione, è un corpo che cammina sul palco, che mi guarda, che è vero, che è caldo, che ha un’aureola. Questa realtà è molto potente. Il teatro è corpo – e scrittura – insieme”.

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Le faccio la domanda più sciocca (Qual è la donna che hai amato di più interpretare? Risposta: “Come dirlo? Non posso scegliere”), quella inevitabile: quale donna vuoi interpretare? La Guerritore è scesa ancora alla guerra, a teatro, con una sfida duplice. Fare Brecht, L’anima buona di Sezuan, è già una sfida. Doppia, però, perché fa quel Brecht nel mitico allestimento di Strehler del 1981. “Teatro civile, politico, di poesia”, lo dice lei. Una ‘poetica della politica’, direi, osando le sintesi. “Sono dentro Shen Te, che diventa una specie di androide meccanico per difendersi dalla promessa di assoluta bontà”. La Guerritore è in scena – ed è regista – dal 29 ottobre è al Quirino, a Roma.

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Nel sottotitolo del libro, il paradosso. “Donne prigioniere di amori straordinari”. Prigionia e straordinario, stordimento di eccessi. “Amori mostruosi, torno a dire. Se dovessi mettere in scena la storia della Trigona vedrei lunghi corridoi, stanze piene di braccia, alghe, ectoplasmi, che la trascinano a fondo. Siamo ancora alla Bovary, alla Karenina, nessun autore ha raccontato con parole altrettanto straordinarie gli amori di oggi: ci immedesimiamo ancora in quelle storie, fino a diventare quelle storie. Non sapete dirci in altro modo…”, mi dice, alludendo agli uomini. Perché scrivere non sana, è un salto nell’amare con il candore di chi ha assolto tutte le vite. (d.b.)

*Monica Guerritore sarà protagonista del prossimo appuntamento del ciclo “Nemesis”, ideato dal quotidiano culturale “Pangea”: venerdì 4 ottobre, ore 17,30, a Rimini, in Palazzo Buonadrata, parlerà del suo libro, di Giulia Trigona, di “Madame Bovary, Oriana Fallaci & le altre”.