“Caro Davide, sono arrivato a Ulan Bator. Ho camminato per le strade. Guardavo le facce di uomini, donne, bambini e pensavo: sono i discendenti di Gengis kahn. Ora sono pacifici, ma una volta erano delle belve feroci”. Le Cartoline dal mondo di Gianluca Barbera

Posted on Ottobre 11, 2020, 9:18 am
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Caro Davide, la settimana scorsa sono passato per Samarcanda. Ho subito voluto vedere la colonna sospesa, che si trova nella chiesa di San Giovanni Battista. Sono sceso nella cripta. La colonna, sospesa a mezz’aria, sosteneva la volta. Ho cercato inutilmente di capire dove fosse il trucco. Mi hanno spiegato che anticamente aveva per basamento una pietra che i cristiani avevano sottratto ai saraceni. Nel 1241, alla morte del kahn Chagatai, che nutriva simpatia per la fede cristiana, i saraceni si ripresero la pietra con la forza. Ma la colonna non volle saperne di venire giù, rimanendo sospesa così come la si vede ora, a un metro di altezza (l’ho misurato), con nient’altro che il vuoto sotto.

Ieri finalmente sono arrivato a Ulan Bator. Ho camminato per le strade, osservando il via vai, uomini, donne, bambini. Guardavo le loro facce e pensavo: sono i discendenti di Gengis kahn; questa gente secoli fa ha sottomesso mezzo mondo, ponendo fine al predominio arabo. Ora sono pacifici, ma una volta erano delle belve feroci; capaci di cavalcare tutta notte e di stare giorni senza mangiare, nutrendosi solo del sangue dei loro cavalli: con un coltello praticavano un’incisione nel collo e si attaccavano alla vena fino a prosciugarli. Poi cambiavano cavalcatura, rubandola dove capitava.

Pochi sanno che sotto il regno di Cubilai khan, quello di Marco Polo, è stata inventata la cartamoneta. Le banconote. Le fabbricavano con un procedimento di loro invenzione. Staccavano la scorza dall’albero di gelso. Sotto, c’è una buccia più fine. Con quella producevano sottili fogli di carta blu, che venivano tagliati in rettangoli. La bolla veniva impregnata di cinabro e impressa sui fogli di carta precedentemente suddivisi e provvisti del sigillo imperiale.

Il khan era un divoratore di libri. Leggeva fino a tardi. Nella sua stanza c’era una colonna d’oro tempestata di rubini e carbonchi che nella notte irradiavano chiarore come fosse giorno. Quando gli occhi gli si chiudevano, non aveva che da tirare un cordoncino: e subito una tenda scendeva avvolgendo la colonna e facendo buio.

Mi è stato raccontato che, ai suoi tempi, se perdevi qualcosa era facile ritrovarla. Bastava rivolgersi al bularguci, che significa “custode delle cose rimaste senza padrone”. Salivi alla sua tenda, sistemata nel punto più alto dell’accampamento, col suo stendardo bene in vista e gonfiato dal vento, in modo che tutti potessero trovarlo facilmente. Gli spiegavi che cosa avevi perso e lui in pochi giorni te lo ritrovava. Aveva un sistema infallibile. Tra i mongoli, impossessarsi di beni altrui era un reato punito severamente. Perciò il balurgaci affiggeva un proclama e solitamente le persone si presentavano spontaneamente, sapendo che nessuna spiegazione sarebbe stata richiesta.

Mi fermo qui, alla prossima. Un abbraccio,

Gianluca

*Sul testo copyright Gianluca Barbera