«Se un uomo di una certa età decide di uccidere la moglie o la compagna di una vita, perché magari è deluso dal fatto che certe dinamiche di coppia siano cambiate, perché il suo progetto di vita s’è interrotto e con esso la complicità che c’era, o perché magari non si è trovato prima il modo e il coraggio di dire che un sentimento era finito da anni, il suo gesto tradisce il valore del tempo e l’obbligo etico che abbiamo tutti di viverlo al meglio e con sincerità, ma la loro colpevolezza è pari». (Federico Moccia, Corriere della sera, 10 ottobre 2018)

Partiamo da questo “editoriale” di un paio d’anni fa, dove lo scrittore Federico Moccia – sciaguratamente portato alla ribalta dall’editore Feltrinelli prima e da Rizzoli poi – esprimeva la sua posizione in merito alla tragedia degli uomini che uccidono le donne con cui hanno, o hanno avuto, legami di vita. Un gravissimo fenomeno di criminalità psico-sociale su cui si dibatte da tempo, la cui piaga provoca un dolore così enorme e investe tali e tanti aspetti che andrebbe affrontato in modo responsabile e sufficientemente consapevole, soprattutto da un giornale primario. Invece no: il Corriere della sera, ligio alle sue sbandate cultural-editoriali, decide di produrne una specie di analisi non solo spicciativa e dilettantesca, ma addirittura semi-demenziale.

La frase in epigrafe è chiara, non dovrebbe portare a fraintendimenti: se il marito o il compagno ammazza la partner, “la loro colpevolezza è pari”. Colpevolezza, si badi. Tutto questo perché “non hanno saputo vedere le loro mancanze, domandarsi che cosa non è andato, perché quel rapporto è fallito”, e non ne hanno affrontata la crisi nei modi e nei tempi opportuni. Colpevoli entrambi, dunque, e in egual misura. Non solo: nell’articolo, che parte dalla prima pagina della Cronaca di Roma, viene insinuata una citazione di Martin Luther King: “Ciò che mi spaventa non è la violenza dei cattivi; è l’indifferenza dei buoni”. In pratica, si chiama in causa un testimone incommensurabile per suggerire che in queste tragedie la presunta – e colpevole – mancanza di sensibilità della partner, moglie o compagna, può essere il fattore scatenante l’omicidio.

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Non intendiamo affrontare la questione nel merito, perché se n’è parlato a volontà e in effetti si spiega da sé. Interessante la precisazione successiva offerta da Federico Moccia, in risposta all’inevitabile montare delle polemiche: egli non intendeva dire ciò che ha scritto, perché è l’interruzione del progetto di vita comune la colpa paritaria che va attribuita ad ambo i partner, e non il suo esito tragico. Anche questa una scemenza pura, perché qualsiasi attribuzione “paritaria” delle responsabilità in ambiti complessi come questi non è mai generalizzabile, e non è necessario essere psicologi per capirlo.

Nemmeno intendiamo puntare il dito su Federico Moccia, le cui affermazioni non sono che il prodotto della sua struttura mentale, cosa che del resto varrebbe per chiunque. Il problema vero, grave, è dato dalla pigrizia e insipienza dei nostri media – giornali e televisioni – che ancora si ostinano ad affidare l’esegesi di fenomeni politici, psicologici, sociali, criminali a scrittori che godono di una certa popolarità, convinti che questo metodo li metta al riparo e garantisca l’attenzione dei lettori. Così, come per i fatti di cronaca nera si correva subito a chiedere un’interpretazione al luminare Carlo Lucarelli, e per le questioni di etica civile ci si rivolgeva al patriarca Andrea Camilleri, qui per i fatti di cronaca nero-rosa – cioè nerissimi – si è ricorsi al luminare Federico Moccia. Perché, si sa, da scrittore a Vate il passo è breve, e questa malattia cancrenosa del nostro sistema mediatico ancora non ha trovato un rimedio.

Dunque, è al Corriere della sera che ci rivolgiamo, ponendo alcune semplici domande. A chi dirige un giornale di primaria importanza, e a chi ci scrive, dovrebbe essere sufficientemente chiaro chi è Federico Moccia e quali cose ha prodotto. Come scrive Pippo Russo in quel formidabile compendio che è L’importo della ferita e altre storie, pubblicato da Clichy nel 2013, “Se aveste una minima idea di cosa significhi leggersi tutto Federico Moccia, magari capireste. Durante, vi prenderebbe un senso di Nulla assoluto. Come essere inghiottiti da un buco nero, sovrastati dalla Pagina Gigante che rappresenta la quotidianità più insulsa. Fatta di esseri bipedi avvolti nelle pratiche massimamente insignificanti; di frasi fatte che vi metterebbe imbarazzo pronunciare anche durante il viaggio in ascensore con un condomino; di uomini che fanno battute idiote alle loro donne, e che quando quelle immancabilmente reagiscono con un pugnetto sulla spalla altrettanto immancabilmente esclamano: «Ahia!»; di frasi celebri raccattate da internet e scaraventate lì a caso come si trattasse di citazioni forbite; di reiterati product placement che in certi passaggi diventano spot espliciti; soprattutto, di un’estenuante rappresentazione della minuzia giornaliera, tale da portare a chiedersi come mai quei libri non siano di 5.000 pagine anziché soltanto 4-500”.

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È probabile che chi dirige questi giornali un’idea non se la sia fatta, semplicemente perché non ha letto i libri di Federico Moccia, o non li ha letti abbastanza per riuscire a capire. Perché, come spiega Russo, “C’è anche il dopo. Quando l’istinto distruttore lasciato in eredità dal trauma prende il sopravvento. E allora emergono i pensieri più cupi, capaci di armare condotte inconsulte. Tipo andare in terrazza e avvelenare le piante. O anche tirare un cazzotto sulle gengive della prima quindicenne dalle unghie smaltate fosforescenti e dal telefonino con la custodia fucsia che abbia la sventura d’incrociarvi. O persino scendere in strada alle otto d’una domenica mattina brandendo una spranga, e farvi tutti i parabrezza delle auto parcheggiate sul marciapiede destro della vostra via; e poi, una volta giunti in fondo, fare inversione a U e compiere il percorso a ritroso facendovi tutti i parabrezza del lato sinistro. Potete star certi che, nel momento in cui un giudice vi chiederà come mai, sarà disposto a riconoscervi qualche buona attenuante se ammetterete che «avevo appena finito di leggere tutto Federico Moccia»”.

Perché Federico Moccia non parla solo di ragazzetti e ragazzette ancora minorenni, ma anche di adulti – e genitori – che sembrano avere il cervello liquefatto, al punto da giustificare il coattume selvaggio dei figli. Dunque, con un simile background, si è incaricato lo scrittore Moccia d’interpretare per noi la tragedia dei cosiddetti “femminicidi”. E arriviamo così alla prima domanda. Gentile Corriere della sera, com’è stato possibile affidare questo compito a chi, nel risvolto di copertina di Scusa ma ti chiamo amore si definisce così: “Fin da piccolo legge molto e scrivere diventa per lui un piacere. L’unica materia in cui va veramente bene a scuola e proprio l’italiano, soprattutto nei compiti in classe”? A chi, nel ruolo di scrittore, non sa esprimersi senza essere frainteso? A chi ha prodotto migliaia di pagine infarcendole di frasi semanticamente incompiute, create solo per il suono che emettono, per simulare un significato ed eludere l’obbligo di essere concreto? Vediamo qualche esempio, con il mefitico abbondare dei “più o meno” e “giù di lì”.

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Da Tre metri sopra il cielo:

“Babi gli sbatte quasi il portone in faccia. Attraverso il vetro Step non può sentire quello che dice, ma lo legge facilmente sulle sue labbra. Gli consiglia, o meglio gli ordina, di andare in un certo posto. Step la guarda allontanarsi. Certo, se quel posto è bello come quello che ha lei, non gli dispiacerebbe visitarlo”.

“La segretaria se ne va leggermente delusa. Paolo fa appena in tempo a inforcare gli occhiali e a mettere a fuoco quel provocante fondoschiena che si allontana più o meno professionalmente”.

“Il sole tiepido sale di fronte a lei, il benzinaio leva la catena alle pompe, alcuni signori escono frettolosi dal giornalaio lì davanti, portando sottobraccio il peso di notizie più o meno catastrofiche”.

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Da Ho voglia di te:

“Ragazze schierate al centro del palcoscenico. Alte, bionde, brune, leggermente rosse, appena tinte di henné. Più o meno eleganti, casual o pseudo kitsch nel disperato tentativo di mettere insieme due cose fintamente intonate”.

“Su un suo cronometro Swatch o qualcosa giù di lì”.

“(…) alla James Bond o giù di lì (…)”.

“Poco più tardi, finito il secondo film. In un ristorante della Warner, stile californiano o giù di lì”.

“Un marocchino o qualcosa giù di lì mi corre incontro con la mano già aperta. Gliela prendo al volo e gliela stringo. «Ciao capo…». Ride divertito e sguaina una specie di dentatura alla «ecco perché i dentisti sono cosi cari!»”.

“Ci sediamo al primo tavolo e ordino a uno di colore vagamente francese con tanto di grembiule bianco”.

“Indica una bionda dai capelli corti, corpo muscoloso e sicuro. Sedere alto che si perde sotto una gonna stretta, il naso un po’ troppo grande a confronto di due labbra che raccontano il peggio ipotizzandone un piacevole impiego”.

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L’ultima frase è l’unica comprensibile, nel guazzabuglio di nulla. Ma passiamo alla seconda domanda. Gentile Corriere della sera, com’è stato possibile affidare un “editoriale” su un tema così complesso e tragicamente attuale a un personaggio che ha promosso il coattume più che adulto, quel coattume incapace di capire il senso e il valore di ciò che riguarda la dignità umana? Vogliamo qualche esempio? Eccolo.

Da Scusa ma ti chiamo amore:

“«Allora che dici?». «Che ho fatto una cazzata a chiederle di sposarmi, anzi no, meglio, a raccontarti tutto, anzi no, a portarti a questa festa, anzi, a farti avere rapporti di lavoro col mio ufficio, anzi, a restare ancora amico tuo…». «Ok, ok, se sei cosi permaloso non mi diverto. Me ne vado». «Ma dai, non andartene». «E chi se ne va, è pieno di fiche qua dentro, mica sono scemo come te che ti vuoi rovinare la vita! Volevo dire che me ne vado di là a pasturare»”.

“La ragazza ride e mastica a bocca aperta, la lingua si tinge di ciliegia e le sue parole si colorano di rosso, di profumo, di desiderio, di sorriso. «Buona! Ho vinto, me ne spetta un’altra. Dài, ciliegia, una tira l’altra, no? Hai detto tu prima…». «Certo, ecco». Pietro gliene dà un’altra e la ragazza russa sputa prima il nocciolo di quella appena finita in un bicchiere lì vicino, facendo centro, poi prende con le mani l’altra e l’addenta. Pietro si avvicina ad Alessandro. «Ecco, vedi, il gioco e finito. Io volevo continuare a farla soffrire un po’… una ciliegia tira l’altra… le veniva sempre più voglia e poi alla fine le davo la ciliegia ma anche pum…». Pietro pizzica Alessandro tra le gambe, «…la bananina!» Pietro ride mentre Alessandro si piega quasi su se stesso.

«Ma quanto sei cretino, eh?». La ragazza russa scuote la testa e ride, poi mangia libera un’altra ciliegia. Alessandro si avvicina a Pietro e gli dice piano: «Cioè, hai due figli, tra poco fai quarant’anni e sei ancora cosi. Io fra tre anni sarò come te? Sono preoccupato. Molto preoccupato». «Perché? Guarda che in tre anni possono cambiare tante cose. Potresti sposarti, avere anche tu un bambino e poi provarci con una straniera… Ce la puoi fare, dai, mi puoi raggiungere, anzi mi puoi anche superare. Me lo hai detto proprio tu! Con quella pubblicità dell’Adidas, Impossible is Nothing, e ti fermi proprio su te stesso? Dai cazzo, ce la puoi fare. Andiamo a casa tua? Dai, prestamela solo per stasera!».

«Ma che, sei pazzo?».

«Ma sei pazzo tu! Ma quando cazzo mi ricapita una russa cosi, hai visto quant’è bella?».

Alessandro si sposta di poco dalla spalla di Pietro.

«Si, in effetti…».

«Che, in effetti, è una sventola da sogno. Una russa, gamba lunghissima. Guarda, guarda come mangia le ciliegie… pensa quando mangia…». Pietro fa un fischietto pizzicandolo fra le gambe.

«Si, la bananina. Ahia, e dai, smettila…». La russa ride di nuovo. Pietro, per cercare di convincere Alessandro, gli fa vedere una busta all’interno della giacca. «Guarda qua, ho già finito la relazione di quella causa con la Butch&Butch. Siete di nuovo dentro, avete una clausola di scadenza che vi garantisce per altri due anni. Ho già mandato la raccomandata, dai, la dovevo consegnare non prima di una settimana. E invece te la do stasera. Va bene? Sai che bella figura fai in ufficio. Sei il grande capo. In cambio però…».

«Si, va bene, viene a bere una cosa a casa mia. E invito anche…». Alessandro indica la russa.

«Bravo, lo vedi che con te le trattative hanno sempre un buon esito?».

«Guarda però che non è come nell’Ultimo bacio. Io non voglio entrare nei vostri casini, capito? Risolvitela da solo con Susanna e non mi mettere in mezzo».

«Risolvo? Facile. Dico che sono rimasto fino a tardi a casa tua. È la verità, no?»

«Sì, sì… la verità».

«Poi pensa a quanto può essere buona. Altro che quella insalata… Ciliegie, banane e lei. È questa la vera insalata russa».

«Scusa, ma perché invece di fare l’avvocato non ti davi al cabaret?»

«E tu mi scrivevi i testi?»

«Va be’, ti aspetto di là. Vado a salutare Alessia. Ah, piuttosto tu…».

«Sì, sì, lo so, non avrei dovuto dirle di Elena, ma l’ho fatto per te, te lo giuro, vedrai che quando te la farai mi penserai…».

«Macché ti penserò».

«Va be’, allora quando te la farai mi penserai. Ma poi ci ripenserai e comunque capirai che e stato tutto merito mio»”.

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Non c’è bisogno di commenti, già è stato pesante arrivare fino qui. Ora si può passare alla terza domanda: gentile Corriere della sera, com’è stato possibile affidare un “editoriale” sul gravissimo tema in discorso a un personaggio che ha fatto delle marche commerciali il proprio cavallo di battaglia, lo strumento subdolo per alimentare il condizionamento psicologico di quell’universo adolescenziale e adulto di cui si è fatto alfiere, con la pratica vile del product placement selvaggio e il conseguente incitamento all’acquisto? Anche qui, vediamo qualche esempio.

Da Amore 14:

“Comunque Alis apre la borsa e tira fuori un Nokia N95, l’ultimo uscito, e mi fa una foto”.

“La figlia vuole sempre sapere tutto di tutti, si informa addirittura, fruga nei diari anche per sapere quello che facciamo. Io per fortuna tengo tutte le informazioni, pensieri, riflessioni, decisioni, e soprattutto fidanzamenti, sempre che accada qualcosa, dentro il mio cellulare. Il mio fantastico Slide Nokia 6500. Ci sono affezionata da morire. L’ho chiamato Noki-Toki. Ma questa e un’altra storia”.

“Mamma mi prende la mano: «Tesoro ma era quello che ti avevo regalato per il compleanno?». Alessandra non riesce mai a stare zitta: «Si, mamma quello. Lo Slide Nokia 6500, e costa 370 euro»”.

“E tira fuori dalla tasca un Nokia N95. Lo riconosco da lontano. Era il mio secondo preferito”.

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Da Scusa ma ti chiamo amore:

“Accosta malamente la sua Opel Corsa C’Mon color Magma Red e cerchi in lega a cinque razze doppie”.

“Elena arriva a casa. Scende dalla sua Bmw Individual Serie 6 Coupé, color Blue Onyx metallic, nuova fiammante”.

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Da Scusa ma ti voglio sposare:

“«E l’ultimo ritrovato della Apple, il McBook Air, leggerissimo (…)»”.

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Non andiamo oltre e chiudiamo, ci siamo dilungati anche troppo. Ci scusiamo per tutto, ma era necessario porre queste tre domande, secondo noi fondamentali. Perché la chiusa dell’articolo di Federico Moccia, “E allora cerchiamo di coltivare sempre il meglio di noi e di chi ci circonda, in modo da scatenare ogni giorno un bellissimo contagio d’amore vero”, è una formula ipocrita e inutile, tanto vigliacca da suonare come un insulto.

Paolo Ferrucci