Mishima 50: la spada, la vita in vendita, il volo sull’F-104

Posted on Maggio 27, 2020, 6:30 am
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Yukio Mishima avrebbe voluto che la sua opera fosse riletta a partire dall’ultimo atto, dallo scatto, il suicidio rituale accaduto il 25 novembre del 1970. Gli scritti – una mole impressionante di scritti, tra romanzi e intenzioni – riassunti in un gesto, in un fendente. Il fatto che il suicidio rituale ordito da Mishima si sia svolto in forme grottesche, violacee, con rari complici, alimenta, a contrario, il senso del martirio. Una vita si riassume in una terzina – sintesi verbale propria di Dante – cioè in una scelta, in un singolo, definitivo azzardo; l’opera serve per scemare in labirinto il banale, il brutale. D’altronde, si scrive con l’intenzione – per quanto remota, velata, dimenticata – di vincere la morte; scagliandosi nel morire.

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Esteta della forma letteraria, Mishima lo diventa della forma fisica – egli cerca far aderire la carne al verbo. Quanto più la sua opera si dilata – la quadrilogia terminale – tanto più il corpo si fa asciutto, la decisione esatta, un punto. L’opera si divarica, ramificandosi; il corpo si concentra in un singolo gesto. Il giorno della morte, per Mishima, coincide con quello della vita, con la fine del ciclo “Il mare della fertilità”. La morte fertilizza la vita, è fertile.

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L’opera disattende sempre le intenzioni dell’autore. In Mishima questo accade in forma miliare. “Il mare della fertilità” non è il suo capolavoro – a parti meravigliose se ne alternano altre faticose. È l’opera, però, gravida di conseguenze – infine, non si scrive per dilettare ma per dilaniare. Avventarsi verso di sé, sventrandosi: lo scrittore, di suo, non ostenta la bella mente ma le viscere, che puzzano.

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Vita in vendita, romanzo laterale di YM, dovrebbe uscire per Feltrinelli nella traduzione di Giorgio Amitrano; è uscito negli Stati Uniti con una certa rilevanza – riporto, in basso, la recensione del “NY Times”. Il tema è determinante, la data palpita. Il protagonista, afflitto da nichilismo postmoderno, mette in vendita la sua vita. Per lui la morte è un gioco, la vita un peso: diversi danarosi lo affittano; ma lui non muore mai. Non riesce mai a morire. Il tema è sorprendente: in verità abbiamo svenduto la vita al re del mondo, non siamo in grado di giocare l’esistere fino all’abisso, fino all’urlo. Mishima inscena una specie di personaggio di Dostoevskij, radioso nel grottesco. Il sesso perturba e disturba – il protagonista viene comprato da un vecchio magnate per diventare l’amante della moglie, giovanissima, che se la fa con un mafioso: l’intento è provocare una gelosia assassina –, e di ogni relazione Mishima disseziona il mostro.

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Mishima atterra per la prima volta negli Stati Uniti nel 1951 – rifiuto e fascino si mescolano. Vi si trasferisce, per sei mesi, nel 1957, tentando la fama teatrale (conosce Tennessee Williams, tra l’altro). Andrà meglio dal 1960: i suoi libri vengono tradotti, le pièce messe in scena e lui diventa un ‘personaggio’, come vuole la tradizione americana. Vite in vendita esce, a puntate, su “Playboy” nel 1968. Nello stesso anno lo scrittore, icona anticonformista, scrive Sulla difesa della cultura: da una parte insiste sulla libertà di pensiero, sull’individualismo sovrano, contro ogni regime totalitario; dall’altra sul legame con la tradizione. “Il comunismo è quindi inconciliabile con la cultura giapponese perché nega la figura imperiale, garante della continuità storica e dell’unità culturale e razziale dei giapponesi” (Virginia Sica). Mishima è divisivo, come una spada: non soddisfa gli studenti di sinistra né gli organici di destra; di certo, il Nobel per la letteratura, a causa delle sue posizioni, sfuma, assegnato al suo maestro, Yasunari Kawabata.

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In una lettera a Kawabata, nell’anno in cui scrive Vita in vendita, di ritorno da un viaggio in India – Mishima non viaggia per assistere, per vedere, ma per cercare –, la certezza dell’opera. “Saranno circa milleduecento pagine, e devo scriverne ancora quasi trecento per raggiungere la metà. Mi sono gettato in un’impresa troppo audace”. L’audacia del lavoro solitario – un allenamento – scandisce la distanza dal mondo degli intellettuali, apice della decadenza, etica in melma: “Nell’evoluzione che si delinea in Giappone e nei giapponesi, in particolar modo tra gli intellettuali, sono numerosissimi gli aspetti che mi disgustano, e considero spaventoso il torpore che regna persino negli ambienti letterari”. Disgusto, torpore: la consuetudine tarpa le ali all’opera, si alimenta di chiacchiere, alienata dal sacro. “Il mio recente volo a bordo di un caccia supersonico F-104 è stato un’esperienza esaltante”, scrive, infine, a Kawabata. Eccolo, Mishima. Il volo. L’acciaio dell’esistere. L’ebbrezza che salda l’opera. Eccedenza di vita che ci concede alla morte: tra la spada che falcia la carne e la velocità del suono l’esegesi è la rinascita. (d.b.)

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Come molti grandi e prolifici scrittori, Yukio Mishima organizzava il proprio tempo. I romanzi più importanti, tra cui la tetralogia “Il mare della fertilità”, sono opere di rilievo, colme della sua ideologia nazionalista, di destra, ma anche di abissi, di profondità universali. Sono questi i libri che lo hanno portato per tre volte alla candidatura al Nobel per la letteratura. Vita in vendita [“Life for Sale”] è tra quei lavori che Mishima ha definito “minori”, seriali. Ne scrisse diciassette in vent’anni. Vita in vendita è l’ultimo, pubblicato nel 1968.

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“Nel migliore dei casi erano pietre senza valore, abilmente tagliate e lucidate. Lo stesso Mishima disprezzava quei romanzi, quando li finiva era impermeabile alle critiche nei loro riguardi”, scrive John Nathan, biografo di Mishima. Lo scrittore disprezzava questi libri come Graham Greene i suoi “divertimenti”, eppure, ci sono echi di inquietudini profonde che vanno al di là delle parole dell’autore.

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Mishima, come si sa, muore uccidendosi, nel 1970, dopo aver preso d’assalto un quartier generale militare, con alcuni membri del suo esercito, pronunciando un discorso in virtù del ritorno delle antiche tradizioni del Giappone; infine, realizzando il seppuku, l’antico rituale samurai di suicidio per sventramento. Hanio Yamada, giovane copywriter protagonista di Vita in vendita, tenta il suicidio per ragioni molto meno ideologiche o eroiche di Mishima. In effetti, non ha alcuna motivazione. “Se fosse stato costretto a trovare una ragione, avrebbe potuto concludere che voleva uccidersi per capriccio”. Dopo aver fallito nel suo tentativo, inserisce un annuncio su un giornale locale: “Vita in vendita. Usami come desideri. Sono maschio, ho 27 anni. Discrezione garantita. Non causerò alcun disturbo”.

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La prima persona a rispondere all’annuncio è un vecchio la cui moglie, molto giovane, ha avuto una relazione con un mafioso. “Le chiedo di conoscere mia moglie, di diventare il suo amante, di assicurarsi che il mafioso vi rintracci. Egli, probabilmente, vi ammazzerà. È disposto a morire così per me?”. Hanio riesce a fare tutto tranne che morire. E presto scopre che si guadagna meglio con tizi simili che non lavorando. Vita in vendita è stato pubblicato a puntate su “Playboy”, ha ritmo, soprattutto nelle scene in cui Hanio, di fronte a diverse disavventure, riesce comunque a cavarsela.

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Sono la velocità e la stravaganza del libro a renderlo affascinante. “Ho sempre voluto avere un gatto siamese come animale domestico, ma non ci sono mai riuscito”, dice Hanio a un cliente. “Quando sarò morto le sarei grato se potesse prenderne uno e occuparsene, come se fosse mio”. A un cliente suggerisce di usare i soldi che gli avrebbe pagato qualora fosse morto “per comprare un coccodrillo o un gorilla: così, ogni volta che guarderà i suoi occhi si ricorderà di me”.

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Il romanzo, pur felice, ha sfumature cupe, esistenziali. “Una volta che il mondo è stato trasformato in qualcosa che ha senso, alcuni pensano di poter morire senza rimpianti. Altri pensano che siamo in un mondo privo di senso, quindi perché vivere? Dove convergono queste due opinioni?”. Anche in un’opera eccentrica come questa, sono presenti molti dei temi cari a Mishima: la ragione per vivere e morire, la pulsione di morte, l’erotismo del morire, la modernizzazione, l’occidentalizzazione del Giappone”.

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La natura della morte di Mishima getta un’ombra su tutto ciò che ha scritto. “La tua prontezza di fronte alla morte è encomiabile. Hai il cuore e l’anima di un guerriero”, dice un personaggio a Hanio. Sono parole che si adattano perfettamente alla visione del mondo di Mishima. Ma l’ossessione di Hanio per la morte è spensierata, priva di ombre. Soltanto due anni prima della sua morte, Mishima faceva dire al suo personaggio qualcosa di sottilmente comico: “C’era qualcosa di divertente, non poteva essere disturbato proprio ora per combattere”.

John Williams

*Si riproduce parte della recensione di John Williams, pubblicata sul “New York Times” come “An Absurdist Noir Novel Shows Yukio Mishima’s Lighter Side”