Posted on ottobre 14, 2017, 1:55 pm
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Già nei recessi del nome brulica un romanzo. Guido Mina di Sospiro.Stirpe aristocratica, nascita a Buenos Aires, giovinezza nella Milano squarciata dalle pallottole, laurea a Los Angeles. Un film, un paio di libri firmati con Joscelyn Godwin, studioso di occultismo e di esoterismo – tra l’altro, ha tradotto in inglese l’Hypnerotomachia Poliphili di Francesco Colonna, libro culto del Rinascimento italiano – una prolifica carriera da scrittore. Prima in lingua inglese, poi nel resto del mondo. In Italia approda con L’albero – elogiato da Ettore Mo – a cui segue Il fiume – ornato da un pensiero di Claudio Magris. Nel mondo anglofono il suo agente è il compianto Gillon Aitken – se ne è andato un anno fa – uno che ha curato l’opera del Premio Nobel V.S. Naipaul e del plurinoto Salman Rushdie. Cappello a tesa larga, gran viaggiatore, un po’ Erodoto e un po’ James Bond, Mina di Sospiro ora – non sporgiamoci oltre l’adesso:  lo scrittore asseconda il divenire del proprio intuito – abita a Washington DC. Fa lo scrittore. Beatificato da una certa fama – che egli, aristocraticamente, senza punta di vezzo, snobba. In Italia l’editore Ponte alle Grazie ha appena pubblicato Sottovento e sopravvento, un romanzo atipico, che sfrutta i criteri del ‘genere’ – Miami anni Ottanta, narcotraffico, un’isola ‘del tesoro’ da riscoprire, nei Caraibi – per evolvere in ben altro, romanzo di iniziazione, di ispirazione. Un mix energetico tra fiction Usa e Goethe. Inafferrabile, felicemente altrove, altro dall’intelligenza – un po’ provincialotta – italica, abbiamo beccato Mina di Sospiro in capo al mondo, tra il Messico e l’utopia.

 

Nato a Buenos Aires, cresciuto a Milano, laureato a Los Angeles, alla University of Southern California, vive negli Stati Uniti. Ci racconta per sommi capi la sua vita?

“Essere accettato a vent’anni dal dipartimento di cinematografia della University of Southern California mi ha cambiato la vita. A Milano, quella degli anni di piombo, la vita era un esercizio di astrazione dalle circostanze. Otto anni a Los Angeles. Vi dirigo un film — If I Could Do It All Over Again, I’D Do It All Over You — che va al Festival di Berlino con, come protagonista femminile, una giovane Lisa Persky, che poi avrà una grande carriera a Hollywood, e Marzio Rusconi-Clerici, oggi designer apprezzato internazionalmente. M’innamoro e mi sposo con una poliglotta che ha i miei stessi interessi artistici e culturali. Diventiamo corrispondenti di musica e di cinema per tre riviste europee (quando l’industria musicale era fiorentissima). Dopo otto anni, approdiamo a Miami, ai tempi non degli italiani, ma dei colombiani. Nascono tre figli. Grazie ai rifugiati cubani imparo lo spagnolo e continuo a scrivere. Il passaggio dall’italiano all’inglese è naturale. Infine, Washington. Quando vi arrivo sono già pubblicato in molte lingue grazie a L’albero e a Il fiume. È qui che scrivo due romanzi a quattro mani con Joscelyn Godwin, la massima autorità al mondo di esotersimo occidentale colto, autore di oltre trenta libri”.

Nelle biografie che la riguardano leggo che viene da una ‘antica famiglia aristocratica italiana’: è così?

“Sì. La propaganda contro l’aristocrazia, dalla rivoluzione francese in poi, è stata così capillare e travolgente che non spero nemmeno si capisca che cosa significhi appartenere a una antica stirpe (ma, e i mostri prodotti dalla democrazia? Qualcuno comincia ad avere ripensamenti?) quando tutti i privilegi sono finiti ben oltre un secolo fa. Mio nonno Guido, ad esempio, era colonnello di artiglieria, decorato di medaglia al valore, morto nel 1922 a causa di una mina inesplosa che decise di esplodere mentre era in visita – tragica ironia. La casata è originaria di Sospiro, nel cremonese”.

 Perché ha cominciato a scrivere?

“L’arte era di casa. La letteratura occupava per me lo stesso spazio della musica – ho studiato a lungo la chitarra classica – e del cinema. A diciannove anni esordii alla Cineteca Nazionale, a Milano, con un film di un’ora e mezzo, Heroes and Villains. La letteratura ha in seguito preso il sopravvento perché sia la musica sia il cinema, e da Los Angeles li monitoravo molto da vicino in qualità di critico, peggioravano sempre, mentre i libri, stranamente, funzionano ancora. Vale a dire, qua e là se ne trovavano e trovano di eccellenti”.

Quando ha capito che la scrittura era la sua vita?

“Dopo il processo di eliminazione di cui sopra. In realtà lo scrivere è sempre stato coevo sia alla musica sia al cinema. A Milano cominciai giovanissimo a scrivere recensioni di concerti jazz per la storica rivista Ritmo, e scrivevo i copioni dei miei films”.

 A proposito dei suoi studi nel campo della musica e in quello cinematografico. Hanno influito nella sostanza della sua scrittura? Come?

“L’esperienza recente di scrivere a quattro mani con Joscelyn Godwin (che è anche un musicologo e un polistrumentista) mi ha rimandato non allo scrivere, ma al suonare assieme. Ognuno dà il proprio contributo senza che vi sia uno strumento solista e uno accompagnatore. Ci dividevamo i compiti e aspettavamo con trepidazione i contributi dell’uno e dell’altro, come se fossero regali sotto l’albero di Natale da bambini. Scrivere, per una volta, era una gioia. Se non fossimo stati entrambi musicisti, non credo che sarebbe stata la stessa esperienza. Il cinema, quando ero ragazzo, era l’arte più eccitante, che, al suo meglio, conteneva tutto. Oggi è talmente cretino che non spreco il mio tempo, mentre certe serie televisive mostrano un’intelligenza che una volta sarebbe stata impensabile. Si sono invertiti i ruoli. Comunque, la sceneggiatura è alla base di tutto”.

Deve al ping pong il successo internazionale come scrittore. Come le è venuta l’idea di architettare una “Metafisica del ping-pong”?

“Era una passione trascurata da ragazzo, essendomi immerso nella musica, cinema e letteratura. Poi, qualche anno fa, in un viaggio nell’Ovest degli Stati Uniti, con due dei nostri figli già adolescenti, ci ritroviamo alla Memorial Library di Henry Miller; in giardino, c’è un tavolo da ping-pong; sfido uno dei figli, sicuro di batterlo; me le dà. Tornati a Washington, comincio a frequentare clubs, pieni, scopro, di giocatori cinesi, da bravi a bravissimi. La passione mi divora, miglioro velocemente e sorprendentemente, finisco in Cina, eccetera. Trovo nel frattempo che molti dei concetti del tennistavolo sono assimilabili a quelli della philosophia perennis, e nasce così l’idea del libro. Ma il tennistavolo non è un pretesto: ne sono appassionato. È stato il leggendario agente letterario Gillon Aitken a vendere il libro alla Random House. Prima ne avevo scritto una proposta molto bene articolata, come si fa usualmente per la saggistica. Nessun editore l’aveva capita. Poi avevo scritto un capitolo campione: stesso risultato. Allora ne avevo scritti altri due; niente da fare: si confermavano durissimi di comprendonio. E così, alla fine, ho scritto il libro per intero, piantato l’agente di New York e sono approdato alla corte di Gillon, a Londra. Purtroppo Gillon è morto l’anno scorso, e con lui se n’è andato un mondo. Era un grande”.

Sottovento e sopravventoVeniamo all’ultimo libro, “Sottovento e sopravvento”. Il sopravvento, nel romanzo, l’ha una scrittura ‘non euclidea’, elaboratissima, che mescola Ian Fleming – cioè, la velocità di una trama robusta, fascinosa – a Platone, il pop all’esoterico, l’esotico con il filosofico. Intanto: mi spieghi con che intenzione ha scritto questo romanzo. E poi: quali sono le sue fonti, le sue ispirazioni, i suoi ‘padri’?

“Il romanzo è nato quando ho trovato, per caso, da un antiquario a Miami, una cartina del Mar dei Caraibi in cui sono riportate le isolette di Negrillos – che dal 1867, scopro in seguito, scompaiono dalla geografia della zona. A Miami, con un milione di rifugiati cubani, imparo lo spagnolo, e m’immergo nella letteratura ispano-americana (incidentalmente molto poco conosciuta in Italia, tanto che alcuni degli autori che cito in Sottovento e sopravvento, mai tradotti in italiano, ho tradotto io stesso). Infine, l’amico filosofo Riccardo Pozzo mi aveva ispirato a occuparmi di logica formale, fondamentale nel romanzo per Ruth/Marisol (e, dalla prospettiva della philosophia perennis, tanto ingegnosa quanto aberrante). In quanto alla caccia al tesoro, e ad altri topoi della narrativa convenzionale che rivisito, è un modo postmoderno di giocarci, ma con affetto, non con sarcasmo. Tuttavia, faccio notare che l’anelatissimo deciframento della mappa del tesoro, che in un romanzo tradizionale sarebbe un dénouement d’importanza centrale, in Sottovento e sopravvento è… facoltativo. La stesura iniziale non prevedeva né la quarta parte né l’epilogo, cioè il messaggio nella bottiglia scritto dagli dei che hanno presieduto alle tribolazioni dei due. Insomma, non c’era la coincidentia oppositorum, né la solificatio alchimistica, né il buon fine. Poi è arrivato a Miami un gran bel regalo, che Jung avrebbe definito una anima projectio, la quale mi ha messo e tenuto sulla strada giusta”.

Leggendo “Sottovento e sopravvento” siamo soppressi da una considerazione: questo non è un narratore italiano. Troppo elaborato, troppo alto, troppo altro. Come giudica la letteratura italiana di oggi? Come giudica il ruolo dello scrittore in Italia?

“Non sono in grado di offrire un’opinione informata sulla letteratura italiana contemporanea; non la seguo. Può darsi benissimo che fra i tanti titoli pubblicati vi siano delle gemme. Ci tengo inoltre a sottolineare come il mio editore italiano ami pubblicare libri difficili da classificare. Chapeau: è l’eccezione, e non solo in ambito italiano”.

Mi viene il sospetto che lei se la ‘intenda’ meglio con i filosofi che non con gli scrittori: è vero? C’è un incontro che le ha cambiato la vita?

“Se i filosofi sono platonisti, sì; se aristotelici, la stragrande maggioranza, ahinoi, no. Ciò che mi piace fare mia è la philosophia perennis, che spazia nei secoli e attraverso i continenti. Quella teoretica e discorsiva ha portato, ormai un secolo fa, alla morte della metafisica in occidente. Vi sono stati molti incontri che mi hanno cambiato la vita, dal filosofo della scienza Rupert Sheldrake, all’editor Christopher Sinclair-Stevenson, all’agente (e letterato) Gillon Aitken, al mio coautore Joscelyn Godwin, ai botanici Alan Mitchell e Sir Gillian Prance, a due incarnazioni della anima projectio, e vari altri. Ma l’incontro più importante in assoluto è stato con Stenie, mia moglie, e musa, e sprone. A lei dedico ogni mio libro”.

Perché scrive: per vincere il Nobel, per ottenere lo Strega?

“Scrivo perché mi riesce. Soprattutto, leggo. I premi letterari, o alla carriera, aiutano l’industria editoriale e lo stesso autore; non sono, perciò, necessariamente deleteri. Che poi spesso vincano delle glorificatissime banalità, è dovuto al canone del mondo occidentale che promuove il pensiero unico, tanto misero quanto noioso, per non dire strasviscerato al microscopio della propria arbitraria insignificanza”.

L’ultima volta, mi ha scritto dal Messico. Lei è uno che viaggia tanto: perché? Quale viaggio le ha cambiato lo sguardo?

“Mi piace viaggiare in particolare in paesi in cui si parla il castigliano poiché mi confermano/confondono ulteriormente nel mio principium individuationis: i nativi pensano che io sia, a mia volta, ispano-americano, e cercano di capire di quale paese. Se fossimo abbastanza longevi, sarebbe bello mimetizzarsi in tante lingue e culture diverse, non come spie, ma come non-nativi eppure non-alieni. Fra l’altro, una risposta divertita e beffarda a Camus”.

Perché vive negli States e non torna in Italia? Cosa trova oltreoceano che qui non c’è?

“Preferirei vivere a metà fra Stati Uniti e Italia, e forse sarà così in un futuro prossimo. Negli Stati Uniti si trova di tutto, ma cercando. L’italiano, per esserlo coscientemente, dovrebbe vivere per anni fuori dall’Italia. Solo allora si capisce che l’Italia non è un paese, ma un problema metafisico”.

E ora? Cosa sta scrivendo, cosa progetta, cosa legge?

“Ho completato, su incoraggiamento di Gillon Aitken, o meglio, me lo ha virtualmente commissionato, Terrorism and Rock’n’Roll (Terrorismo e Rock’n’Roll): sei anni al centro degli anni di piombo a Milano, e sei anni al centro dell’industria musicale a Los Angeles, con la musica come filo conduttore (e ancora di speranza) delle due parti. Il tutto spiegato con un candore tutt’altro che politicamente corretto. Ora che Gillon non c’è più, ed è stato un colpo durissimo, come quelli di cui scriveva Vallejo, dovrò trovare un nuovo agente letterario che ci creda altrettanto. Pur essendo un lavoro di narrative non-fiction, vista l’esperienza precedente non mi sono neanche sognato di scriverne una proposta: l’ho scritto direttamente per intero. Leggo con interesse, e talvolta con passione, tutto ciò che si discosti dal canone aristotelico-euclideo-cartesiano-newtoniano-darwinista che soffoca la nostra mente e l’anima mundi del mondo occidentale”.