Milo De Angelis: manuale per una poesia marziale, marziana all’oggi

Posted on Maggio 23, 2019, 6:37 am
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Di questa lucente oltranza direi che si può dire: brigantaggio lirico. Un opposto al brigatismo. “Il libro è stato scritto di getto nell’estate del 1981 – dove dominavano le scritture sociali alla ricerca di immediato consenso e dove alcune strade notturne erano sentite vicine alla follia”. Un libro meridiano, che immerge la notte nell’estate. Poesia e destino di Milo De Angelis. Libro d’Austro – per alcuni miliare – che torna ora (stampa Crocetti, il santo dei poeti) come un meteorite, una Kaaba nell’osceno editoriale. Guai, direi, a trattarlo come ‘documento’, nocumento accademico.

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Il contesto. Milo De Angelis, allora, è già quello di Somiglianze (1976) ed è a un millimetro da Millimetri (1983). In mezzo, nel pieno, c’è la piena di “Niebo” – dal 1977 al 1980 – dove s’impone il dialogo, in contro tempo, in alveo alieno, con poeti siderali, esclusi dall’agone ‘politico’ dell’epoca (Friedrich Hölderlin, Ion Barbu, Georg Trakl, Lucrezio, Paul Celan, Boleslaw Lesmian). “Andatura discontinua, il passo sbilanciato erano inevitabili e persino essenziali a una rivista come ‘Niebo’, così consegnata alla passione poetica e ai suoi vortici, estranea per scelta a ogni sicurezza, compresa quella di trovare i soldi per il numero successivo”, ne disse De Angelis. Di altri autori, “più noti, con Nietzsche o Rimbaud, non era ammessa una simile intimità, un’adesione così gridata da sembrare fratellanza”.

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Pare certezza che De Angelis sia il poeta-poeta di questi ultimi decenni, l’alto – ma questo non è peculiare (io, per altro, preferii altro). Sorprende, invece, lo sfoggio verbale, la marziale radicalità nello sbozzare la propria poetica – un poeta è asfissiato da visioni, altrimenti è un’anima pia, l’ennesima, che trafuga buoni sentimenti. Proprio così: capire fino a stringersi la gola, e non capire altro che l’agone e l’agonia. Poesia e destino esce la prima volta per Cappelli, nel 1982.

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Di per sé. Poesia. Destino. Cioè: comporre una direzione, imporre la legge.

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Quindi: l’atletismo, la ferocia, la spietatezza, lo sciamano tra mezzogiorno e asfalto, veggenza intransigente, esercizio d’abisso claustrale. Marina Cvetaeva che assalta Rilke (“alla fine anche la più nobile dignità rilkiana diventa un ritrarsi – forse solo l’esclamazione di Rimbaud poteva non indietreggiare dinanzi a un chiedere così frontale”); l’allucinazione indotta, nello sfizio di Michaux (“Entrare nel gioco delle sostanze – entrarci senza l’idea stereotipa dello stare bene o dello stare male – esige lo stesso scavo logico che può esigere un verso: nessuna riconoscenza e nessun merito”); il molosso del tradurre (“non c’è teoria del tradurre svincolata da una teoria del destino”); il morso a Drieu (“Se ha fatto un errore, questo errore riguarda la logica, non certo una caduta nel melodramma del nazista pentito. D’altronde è rigoroso pensare che un uomo si uccida per un errore di logica; e lo stesso Drieu nel Racconto arriva ad accennarlo: esiste una distruzione adamantina che non conosce persone, tantomeno autobiografia”). Eschilo, Alain Fournier, Dante, Lautréamont, l’Amazzone, l’Amazzonia stellare dello Zodiaco, di cui il poeta si fa esegeta e rabdomante galattico. Senza l’assalto alla morte, non c’è verso – la poesia è lingua sul crinale, nella zona, invernale, in cui il morto parla senza indulgenza, induce a sceglierlo.

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Certamente, siamo nell’inflorescenza di una norma: il poeta non chiede un seguito, ma dei seguaci. Oppure, registra la sua sequela. Di libri analoghi ricordo Il bosco sacro di Thomas S. Eliot, Guide to Kulchur di Pound, Una visione di William B. Yeats, L’angelo necessario di Wallace Stevens, Fuga da Bisanzio di Iosif Brodskij, L’arco e la lira di Octavio Paz, L’inferno e il limbo di Mario Luzi. Libri – nella loro egizia diversità – che sono un valico – che non ‘sistemano’, ma sostano, che non censiscono ma decentrano.

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Non c’è sintesi né sincretismo, ma salto; non c’è che imporre l’inaccettabile: che sia la catastrofe di Lucrezio o la catabasi nel Ramayana (tradotti entrambi, a brandelli, da De Angelis), la parola grave di splendori di Eschilo o l’estasi di Aurobindo, tutto è atto e attitudine. La poesia, cioè, dà la svolta – che essa non conduca alla rupe e al precipitare, non si può dire.

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Questa sorta di manuale marziale, di danza tra i glaciali, in ostile consolato al gracidio odierno – e d’allora, immagino – dei poeti devoluti al ‘sentire’, senza sangue né parte, parziali. C’è un pezzo, magnifico, in un brano chiamato Gli assenti. “Ma se qualcuno ti grida il suo amore, come potrai cucirgli la bocca elencandogli tutti quelli che non te lo hanno gridato? C’è una viltà più grande di questa? Pensiamo ancora una volta ad Arianna, quando il suo filo conduce Teseo alle soglie della grotta. Teseo le racconta tutti i suoi anni nel labirinto, gli anni in cui non ha potuto abbracciarla. Ma intanto, lì fuori, splende l’Egeo, che chiama entrambi senza tregua. Teseo temporeggia, indugia sulla gioia che per tanto tempo gli è mancata, finisce per chiede ad Arianna di partecipare al buio dei suoi anni amputati. E l’Egeo continua a chiamare, con quel suo azzurro denso, tanto diverso da tutti gli altri mari. Ecco allora che Arianna, piena di amore e di sdegno, taglia il filo e uccide”. Tra indugiare sulla gioia e uccidere sta il canto. In una virtù di baci ho scritto, “Perché era lei, Arianna, sulla soglia del labirinto, a cantare, dando fratellanza e stupore al mostro”. (d.b.)