13 Maggio 2020

“Non ho mai amato con moderazione”. L’onorevole storia culturale delle MILF: dal mito di Eos alla Signora Robinson, l'archetipo che terrorizza gli uomini

Stanza fitta di diciottenni mezzi addormentati. “Quanti di voi – chiedo – hanno familiarità con il termine Milf?”. Frenetici sorrisi intrigati. Mantengo un tono accademico. Vado alla domanda successiva. “Chi di voi conosce l’etimologia di questo acronimo?”. Mom I’d Like to Fuck dice uno, particolarmente entusiasta. “Grazie”, rispondo, tra uno tsunami di risatine. “Proprio così: ma voi sapete da dove arriva quell’acronimo?”. Qualcuno cita American Pie, il film del 1999, riferendosi alla mamma di Stifler, che effettivamente è la donna divorziata e sensuale a cui quelle quattro lettere si applicano a perfezione. “Eppure, la madre di Stifler, hollywoodiana ed esplicita, non esisterebbe senza la Signora Robinson”. “Chi è la Signora Robinson?”, mi fa uno. Ed è allora che comincio a parlare de Il laureato.

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Ogni spiegazione è superflua. Il laureato è il film di Mike Nichols del 1967 centrato sulla vita di Benjamin Braddock, un giovane, splendidamente pudico, interpretato da Dustin Hoffman. Dopo aver terminato con successo l’università, Benjamin torna nella ricca famiglia californiana. Si sente perso. La Signora Robinson, moglie dell’avvocato socio del Signor Braddock, interpretata da una sgargiante Anne Bancroft, aiuterà Benjamin a diventare uomo. Nella cultura pop Mrs. Robinson, mamma bollente, è la matriarca di un albero genealogico cinematografico che abbonda di frutti proibiti. Le sue discendenti includono Maude (Harold e Maude, 1971), Marion Wormer (Animal House, 1978), Stella Payne (Benvenuta in Paradiso, 1998), Kathleen ‘Kitty Cat’ Cleary (2 single a nozze, 2005) e, naturalmente, la mamma di Stifler. Diversi film hanno flirtato con il tabù della donna anziana che pretende un giovane amante: Il laureato è il primo a confrontarsi con l’argomento in modo diretto. Lo ha fatto attraverso una celebrazione non apologetica della sessualità femminile, congiunta a una rappresentazione sovversiva del conflitto generazionale: ciò ha reso la sua uscita socialmente controversa e oltraggiosamente redditizia. Il film ha incassato 105 milioni di dollari nel 1967 e ha avuto sette nomination agli Oscar, vincendo una statuetta per la miglior regia. Se non altro, Il laureato è un film rivoluzionario.

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La parola che distingue l’attività predatoria della Signora Robinson è cougar. Il significato è simile ma non identico alla parola che sarebbe apparsa tre decenni dopo – Milf – in una commedia oscena per adolescenti. Grazie ad American Pie possiamo dire, retroattivamente, che la Signora Robinson è una Milf. Questa parola dice molto della persona a cui si riferisce e della cultura da cui è sorta, ma… cosa possiamo dire di cougar? Come la maggior parte dei vernacoli pop è difficile individuare il momento in cui quel termine è entrato nella nostra cultura. Il termine, che si riferisce a una donna in età che ama unirsi con uomini più giovani, è più recente di quanto si possa immaginare. La maggior parte degli indizi, compreso un articolo del 2008 uscito sul “Chicago Tribune”, segnalano l’uso del termine in Canada. Pare che i Vancouver Canuck si rivolgessero, nel 1989, alle loro groupie più anziane con il termine cougars. Il sito canadese CougarDate.com è stato lanciato nel 1999; ma è a un saggio di Valerie Gibson del 2002, Cougar: A Guide for Older Women to Dating Younger Men, che ci si riferisce come origine definitiva del termine. La Gibson, già editorialista per il “Toronto Sun”, esperta in questioni sessuali, dice di aver sentito per la prima volta quel termine nei bar canadesi, e ha scelto di utilizzarlo. Il suo libro inizia poco dopo la fine del suo quarto matrimonio. “Ho scoperto che avere 44 anni, essere single e più eccitate di un peperoncino non era affatto quello svantaggio sociale che ci si potrebbe attendere”, scrive. La Signora Robinson era una cougar ben prima che esistessero le cougar, almeno linguisticamente. Come sempre, l’idea è più antica della parola. Nichols, tuttavia, non ha inventato un nuovo personaggio femminile: ha posto lo sguardo su un archetipo relegato nell’ombra della coscienza collettiva per millenni.

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Nel suo capolavoro, L’eroe dai mille volti (1949), Joseph Campbell sostiene che tutte le narrazioni mitologiche, indipendentemente dalla loro origine culturale, condividono la stessa struttura. Campbell delinea questa struttura nelle pagine preliminari: “Un eroe si avventura dal mondo di ogni giorno nel regno della meraviglia soprannaturale; incontra forze favolose e ottiene una vittoria decisiva; l’eroe torna dalla sua misteriosa avventura con il potere di concedere doni al prossimo”. Sostituisci eroe con un nome proprio – Bilbo Baggins, Luke Skywalker, Harry Potter, Maria von Trapp – e capisci che quella frase è il modello di ogni storia. Poco prima della sua morte, nel 1987, Campbell fu intervistato da Bill Moyers, giornalista di pregio già segretario stampa per l’amministrazione Johnson. Moyers chiese a Campbell se solo gli uomini potessero essere eroi. “No”, rispose Campbell, “di solito gli uomini hanno un ruolo più evidente per le circostanze della vita. L’uomo è nel mondo, la donna è in casa… dare alla luce è certamente un atto eroico, è la consegna di se stessi alla vita di un altro”. Pare un adesivo su una macchina degli anni Cinquanta. La maggior parte delle costruzioni moderne e antiche di femminilità non vanno oltre la dicotomia Madonna/Puttana. Secondo la versione archetipica che precede la Bibbia, la donna non può che optare tra due scelte: essere madre che nutre o deplorevole t*oia.

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Alla luce di questo, è pressoché impossibile trovare nella mitologia esempi di donne che sfuggano alle pastoie del paradigma. Per lo meno, gli antichi greci possedevano un utile strumento letterario che ha permesso loro di vagliare i tabù della natura umana senza attribuirli agli umani: le divinità. La dea greca Eos, personificazione dell’alba, è una delle incarnazioni dell’archetipo della cougar. Era celebre perché rapiva i giovani e li conduceva nei boschi, per costringerli all’atto sessuale. I suoi rapimenti erano così noti che adornano i vasi greci del IV o V secolo a.C. Eos si astiene dal contatto visivo con il suo mortale: la sua seduzione si basa sulla forza bruta. “I pittori vascolari, raffigurando in questo modo il rapimento, mettono in luce la pericolosità insita nel desiderio femminile”, ha scritto la classicista Wellesley Mary Lefkowitz. In ogni caso, è passato quasi un millennio prima che sorgesse un altro archetipo della cougar.

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Trincerato nel cuore del patriarcato inglese, cortigiano presso re Edoardo III, Geoffrey Chaucer pareva il candidato più inadatto per forgiare una delle cougar più potenti della storia della letteratura. Eppure, nei Canterbury Tales è la donna di Bath una delle figure memorabili, quella che, tra l’altro, ha influenzato con maggior forza la cultura pop (ad esempio, il film di Mel Gibson, Quello che le donne vogliono, 2000). Ciò che la rende sorprendente è il modo in cui sfoggia idee che l’arte e l’umanità hanno represso per secoli. La donna di Bath è stata sposata più volte, ecco come parla del quinto marito: “Credo che avesse vent’anni/ Io ne avevo quaranta, a dire il vero/ Parevo un puledro/ Con denti ben separati, e questo mi faceva stare bene”. E poi: “Come dicono i miei vari mariti/ Avevo un sesso meraviglioso/ Per Dio mia salvezza/ Non ho mai amato con moderazione”. I paralleli tra la donna di Bath e la Signora Robinson sono innumerevoli: donna in età con appetito sessuale famelico che senza vergogna pretende un amante più giovane. Che paradosso: la signora di Chaucer sarebbe più inquietante, oggi, per il linguaggio che usa, della Signora Robinson. Esperta in “quel dolore che è il matrimonio”, la signora di Bath svela ai suoi compagni pellegrini il desiderio di ogni donna da Adamo in qua: dominare. Controllare la propria vita e quella del marito. “Li avevo totalmente nella mia mano”, dice, in effetti, accennando ai cinque mariti.

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Per quanto rivoluzionario, Il laureato contiene un messaggio scoraggiante per i simpatizzanti delle cougar. Infine, il film si ritira tra le strettoie patriarcali e la Signora Robinson è additata come un esempio pericoloso. Era il 1967. Da allora le cose sono cambiate. Per fortuna.

Eliott Grover

*L’articolo, titolato in origine “The Long and Decorated Literary History of the MILF”, di cui si dà parziale traduzione, è stato pubblicato su “Inside Hook

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