“Ho bisogno di quello che non c’è al mondo”: la bellezza scolpita di Mila e la poesia virile di Zinaida

Posted on Maggio 16, 2019, 2:39 pm
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Secondo il mito Clizia è una ninfa che si innamora del Sole, tanto che “il suo amore per il Sole era sfrenato”. La passione verso l’entità irraggiungibile strugge Clizia finché la ninfa, come narra Ovidio nelle “Metamorfosi”, si trasforma in girasole, il fiore che si muove guardando l’astro che nessun occhio umano può vincere né sostenere. “Malgrado una radice la trattenga, sempre si volge lei verso il suo Sole e pur così mutata gli serba amore”. Clizia, figura terrena dell’amore solare, sfrontato e immutato, viene ripresa da Eugenio Montale, in una delle sue liriche più belle, “La primavera hitleriana”: “Guarda ancora/ in alto, Clizia, è la tua sorte, tu/ che il non mutato amor mutata serbi”. Questa è la ragione del titolo che abbiamo assegnato a questa rubrica, ‘Clizia’: la bellezza in ogni sua variante, la solarità di un viso, ci portano al concetto di un amore immutabile, che non cambia mentre ogni forma, preda del divenire, morsa dal tempo, inevitabilmente muta. L’amore che non muta è ciò che permette all’uomo, tramite la visione di una forma vana, di vincere la morte.

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I tatuaggi danno una istituzione alla bellezza scultorea di Mila Mazzotti, cesenate, 24 anni, dal cui fianco sbuca la scritta, quasi un motto, “Quando fuori c’è silenzio nel mio cuore c’è casino”. Ariete, Mila si dice testarda e fatta “più di cuore che di testa”. La passione per lo sport è totalizzante: studia Scienze motorie, pratica il bodybuilding, “ho fatto anche qualche gara, rimarrà sempre la mia passione di base”. Alla palestra, da qualche tempo, Mila ha associato l’arte dello snowboard, trovando una seconda casa nelle Dolomiti. La sua vitalità ci ricorda una poetessa che fu al centro delle attenzioni di tutta la Russia, agli inizi del Novecento, Zinaida Gippius. “A leggere i libri di questa poetessa, che di sé parla sempre al maschile, ci par di vederla nel suo salotto di Pietroburgo… accovacciata su un divano, fumando raffinatamente le sigarette odorose che le stavano dinnanzi in una scatola laccata di rosso, affascinava i suoi ospiti con paradossi ed enigmi filosofici” (Angelo Maria Ripellino). Dotata di una bellezza “botticelliana”, dicevano, ritratta da diversi pittori, Zinaida scappò in Francia dopo la Rivoluzione. Il suo detto – da tatuarsi – era, “ho bisogno di quello che non c’è al mondo”. Energia, virilità, provocazione sono il carisma della sua poesia, di una poetessa capace di intimidire i colleghi maschi. La poesia che ricalchiamo si intitola Un filo di ragno.

Attraverso un sentiero del bosco
un elastico e lucido filo di ragno,
terso nel sole e nell’ombra, sospeso nei cieli
il vento lo fa suonare, tenta di strapparlo
il filo è saldo sottile e semplice.
La viva cavità dei cieli è tagliata
da quella linea sfavillante.

Noi stimiamo solo ciò che è confuso,
con falsa passione nei nodi ingarbugliati
cerchiamo le sottigliezze, rendendo impossibile
congiungere nell’anima semplicità e grandezza.
Ma sono meschine e smorte le cose complesse,
l’anima è sottile e semplice come questo filo.

Zinaida Gippius

*Le fotografie sono di Antonio Tonti

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