Piccolo discorso su Michele Serra, un bluff (lo dice lui stesso). La coscienza critica della sinistra è rimasta sull’amaca – e si scopre classista

Posted on Luglio 03, 2020, 8:08 am
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«Il popolo è più debole della borghesia, e quando è violento è perché cerca di mascherare la propria debolezza, come i ragazzini tracotanti e imbarazzanti che fanno la voce grossa con i professori per imitazione di padri e madri ignoranti, aggressivi, impreparati alla vita» (Michele Serra, da “L’Amaca”, 20 aprile 2018).

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Se oggi vogliamo parlare di Michele Serra, considerato da molti la coscienza critica della Sinistra italiana, giornalista, scrittore, umorista, autore televisivo eccetera, è bene partire da questa epigrafe tratta dell’elzeviro uscito su la Repubblica un paio d’anni fa, in cui si affermava con nettezza che gli episodi di violenza nelle nostre scuole riguardano solo gli istituti tecnici e professionali, perché i figli della borghesia – che è più dotata e civile – studiano nei licei già frequentati dai genitori, mentre il popolo – in questo caso il popolaccio – essendo ignorante manda i figli nelle scuole di classe inferiore, che diventano focolaio di soprusi e incivile aggressività. Qui Serra usò argomentazioni così approssimative e scadenti, con un tono talmente classista da scatenare una forte discussione sui social, che coinvolse molti insegnanti e quasi lo travolse. Al punto che fu costretto a scrivere una risposta su Rep, in cui sostanzialmente affermava che: a) non intendeva dire quello che gli si imputava; b) i lettori non erano stati in grado di coglierne il vero significato; c) non intendeva dare spiegazioni perché lui col pubblico della Rete non ci discute, in quanto massa di esseri sotto-dotati. Esemplare questo passo: «Il testo (i 1500 caratteri della mia Amaca, insomma le mie parole) quasi non vale più. Quasi nessuno lo legge fino in fondo e lo analizza. Vale il caotico, per certi versi mostruoso contesto del chattismo compulsivo, così compulsivo che perde il filo del discorso già in partenza». Capito? Chi in Rete mette in discussione Michele Serra è vittima del chattismo compulsivo, che ovviamente è caotico e mostruoso, e non è nemmeno capace di leggere e “analizzare” le sue Amache, che in realtà sono talmente brevi da leggersi in un soffio. Come dire che chi lo critica non ha le doti intellettive per arrivare fino in fondo alle sue misere 1500 battute, come se si trattasse di un testo lungo e complesso, mentre invece è solo un quadretto di parole.

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Questo episodio paradigmatico aiuta a fare chiarezza su cosa è diventato il complesso di superiorità della sinistra, che si eleva al cubo quando riguarda personaggi come Michele Serra, la cui cifra elitaria rimane permanente e inscalfibile. «Il populismo è prima di tutto un’operazione consolatoria, perché evita di prendere coscienza della subalternità sociale e della debolezza culturale dei ceti popolari», insisteva nel suo elzeviro classista. Evidentemente, a Serra non è bastato l’impegno trentennale nella cultura del Paese, non sono bastate le grandi avventure della rivista Cuore sul finire del secolo scorso. La sua attività satirica si è via via ripiegata nella forma tipica dell’esercizio moralistico di sinistra, con lo stillicidio quotidiano nella rubrica “L’Amaca” di Repubblica e con l’uscita in volume di articoli comparsi precedentemente, come il Breviario comico (Feltrinelli 2008), che voleva riprodurre in forma aggiornata i fasti di Sette anni di desiderio di Umberto Eco, pubblicato nel 1983 da Bompiani. Là il grande semiologo analizzava il quotidiano a modo suo, attraverso gli articoli apparsi su L’Espresso e altre riviste a cavallo degli anni Settanta e Ottanta, con quella miscela di attenzione erudita e arguzia moralistico-satirica che ha caratterizzato buona parte dell’identità culturale italiana di fine Novecento. All’incirca il periodo in cui Michele Serra iniziava a dare il meglio di sé, in cui la Sinistra navigava ancora su una rotta precisa – e non alla deriva – mantenendo un ruolo di preminenza nel panorama politico.

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Sono lontani gli anni Ottanta e Novanta del Novecento, dove gli intellettuali come Michele Serra avevano un ruolo eminente nella rappresentazione della vita e del malcostume politici. Prima Tango e poi Cuore, e L’Unità di Walter Veltroni, e la satira intelligente e ineffabile, quella che non si poteva denigrare o delegittimare perché essa sola sembrava deputata alla lettura critica della crisi italiana. Crisi che non è finita e che – invece di attenuarsi o riassorbirsi – ha proseguito la sua corsa fino a travolgere quasi tutto, anche gli autorevoli esegeti e dispensatori del pensiero “retto” come Serra, insieme agli uomini politici della sinistra nobile, che oggi non trovano più un orizzonte.

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Ma è nel suo romanzo più famoso, Gli sdraiati (Feltrinelli 2013, ovviamente trasposto al cinema), che Michele Serra peggiora il già declinante orizzonte critico, andando ad avvitarsi in un inutile repertorio di lamentazioni e ammonimenti sulla pericolosa deriva che sta portando il Paese verso un fatale punto di non-ritorno: «Vedo motorini schiantati, risse sanguinose, overdosi fatali, forze dell’ordine impegnate a reprimere qualche baldoria illegale. Leggo con avidità masochistica le cronache esiziali del tuo branco, quelli schiacciati nella calca dei rave-party, quelli fulminati dagli intrugli chimici, quelli sgozzati in una rissa notturna in qualche anonimo parcheggio in discoteca, quelli pestati a morte da gendarmi indegni della loro divisa».

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Oltre a elencare le cose peggiori che possono capitare a un adolescente, condensandole in poche righe, Serra si mette a osservare al microscopio il giovane figlio, classificandolo nel tipo antropologico che dorme quando il mondo è sveglio, e sta sveglio quando il resto del mondo dorme. Da qui il titolo, evocativo, Gli sdraiati. L’autore s’interroga su cosa non ha funzionato, su quale veleno ha intossicato – forse irrimediabilmente – questa giovanissima generazione, così lontana da com’era il mondo fino all’altro ieri, quando L’Unità era l’organo di un partito che poteva guidare l’Italia, quando la scuola ancora funzionava, quando l’analfabetismo di ritorno non aveva esteso la sua infezione, quando era importante ridere leggendo Tango prima e Cuore dopo, quando chi era intellettuale ed era di sinistra poteva ancora contare qualcosa.

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«Le tracce della tua presenza sono inconfondibili. Il tappeto kilim davanti all’ingresso è una piccola cordigliera di pieghe e avvallamenti. (…) Secoli di manualità di decine di popoli, caucasici maghrebini persiani indostani, sono rivoltati da ogni tuo singolo passo».

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Questa sequenza, tratta dalle prime pagine, mostra in modo esemplare la vocazione radical-chic (“il tappeto kilim”) di molta sinistra italiana, nella sua declinazione operaista, terzomondista e mondialista (“Secoli di manualità di decine di popoli, caucasici maghrebini persiani indostani”); ma richiama anche l’incipit del celebre film dei fratelli Coen Il grande Lebowski, dove il protagonista torna a casa e trova due energumeni che lo prendono a botte e gli infilano la testa nel water, e prima di andarsene uno dei due si sbottona la patta e orina sul tappeto del soggiorno: la precisa immagine icastica dello stato di violazione personale per il tappeto kilim perennemente gualcito. Il figlio, rappresentante della categoria antropologica “sdraiata”, quando si muove e agisce nel mondo sembra deformarne e danneggiarne i profili e le superfici, senza alcun riguardo verso coloro che i contorni di quel mondo hanno tanto faticato a definire. E Serra guarda questa “evoluzione” della sua specie con costernata mestizia, che nasconde a malapena la rabbia nei confronti delle forze che ne hanno gradualmente sgretolato il terreno di coltura.

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«Tu sei il consumatore perfetto. Il sogno di ogni gerarca o funzionario della presente dittatura, che per tenere in piedi le sue mura deliranti ha bisogno che ognuno bruci più di quanto lo scalda, mangi più di quanto lo nutre, illumini più di quanto può vedere, fumi più di quanto può fumare, compri più di quanto lo soddisfa».

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Qui è evidente l’identificazione del nemico con l’Occidente capitalista, che sarebbe alla base del disfacimento socio-economico a cui siamo arrivati. Cosa che secondo noi può essere vera solo in parte, perché non bisogna trascurare il peso che ha avuto l’atteggiamento di ripiego tenuto negli ultimi decenni dall’intellighenzia di stirpe sinistro-comunista, adagiata sul proprio compiacimento elitario. Se si aveva di fronte un nemico tanto pericoloso come il capitalismo, si rendeva necessario applicare gli strumenti e la mentalità più adatti a combatterlo; invece, ci si è lasciati guidare dai calchi culturali consolidati in cui si stava protetti, senza decidersi a metterne in discussione l’impianto, lasciando che i valori e l’identità si erodessero in un processo lungo e micidiale. Inutile, ora, liberare le proprie geremiadi nello stile dell’antico profeta biblico. E risulta anche ridicola la visione fantasiosamente epica di un futuro di guerra generazionale: «Questa spettacolare pagina bellica, qui appena accennata, è solo uno dei tanti, appassionanti episodi della Grande Guerra Finale, quella tra Vecchi e Giovani, che dà il titolo a un romanzo grandioso e definitivo al quale sto lavorando da parecchio tempo: “La Grande Guerra Finale”. Almeno un paio di volumi. Di ampiezza tolstojana, come minimo».

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Qui, invece, il romanzo è di sole cento pagine, ottenute con l’ausilio degli spazi bianchi: una misura di brevissimo respiro (il furbo Erri De Luca fa scuola) che delude anche per la scarsa incisività dei contenuti. In sostanza, ciò che emerge è lo smarrimento di un’identità che vede evaporare i valori e le convinzioni su cui ha basato gran parte della propria esistenza e, sentendosi inerme, cerca appigli nella rassicurante familiarità delle pratiche virtuose. Come quando il protagonista cerca di convincere il figlio riluttante a scalare un monte: «Tu non hai idea di come ti farebbe bene, sono sei ore di cammino: non troppe, non troppo poche. Si sale, si sale, si sale lungo il sentiero… Poi ancora si sale, si sale sopra i duemila, nella pietraia interminabile…».

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Basta un passo come questo per intuire il senso di sconfitta che pervade l’intera “poetica” messa in campo dall’autore. Un effetto che sfiora il patetismo, via via più definito nel successivo sviluppo:

«Quando ti vedo così pallido, penso ti farebbe molto bene venire con me al Colle della Nasca».
«Se non vieni con me al Colle della Nasca non fai un dispetto a me, lo fai a te stesso».
«Se vieni con me al Colle della Nasca ti pago».
«Di’ la verità, tu muori dalla voglia di venire con me al Colle della Nasca. Ma pur di non darmi soddisfazione ti ostini a fingere di non averne voglia».

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Questa successione di frammenti, che vorrebbe evocare un effetto comico, in realtà è un ricalco di schemi tipici di molti film e sit-com televisive, e la sua mancanza di originalità appesantisce il tutto, declinandolo verso il ridicolo. Qui Serra vorrebbe simulare un atteggiamento da perdente, per valorizzare la propria superiore diversità, ma finisce per dare un’ulteriore dimostrazione della propria incapacità di affrontare uno scenario nuovo e a sé estraneo. Un atteggiamento che sembra configurare l’ormai proverbiale immobilismo della sinistra italiana, al quale ancora non si trova rimedio. E proprio per questo, l’epiteto di “sdraiati” che Michele Serra affibbia agli esponenti delle nuove generazioni finisce per attagliarsi alla categoria a cui egli stesso appartiene. Le sue lamentazioni tradiscono il disagio di chi, non comprendendo e non sapendo come affrontare la barbarie che avanza, resta ai margini senza offrire una scintilla di efficace senso propositivo, limitandosi a un sobbollire critico e ripiegante. Restandone, così, travolto e “sdraiato” come sotto un rullo compressore. Ecco allora l’atteggiamento regressivo di chi cerca di rimettere al centro le proprie passioni – la scalata del monte, che qui si tenta d’imporre come modello – per ritirarvisi come in un grembo materno, alla ricerca della realizzazione perduta.

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Come spiega il linguista Edoardo Lombardi Vallauri, «è molto più facile vedere ciò che manca agli altri e che noi abbiamo, piuttosto che individuare ciò che manca a noi e gli altri hanno. Ad esempio, se io conosco il greco classico e mio figlio no, io sono bravissimo ad accorgermi dell’importanza di ciò che lui ignora perché io so che il greco esiste e so a cosa serve; allora in lui cerco il greco classico: non ce lo trovo, e allora dirò che lui è un ignorante perché non lo conosce. Invece se è mio figlio a sapere una cosa che io non so, a meno che lui venga a sbandierarmela, io non lo saprò».

Infatti, vedere ciò che manca agli altri sembra la specialità di Michele Serra, che dalla sua “Amaca” quotidiana – dove, per definizione, si sta sdraiati – insiste a dispensare pillole della sapienza codificata dalla tradizione di sinistra. «Dunque, una generazione vede facilmente nelle altre generazioni la mancanza di ciò che sa, mentre non vede nelle stesse generazioni la presenza di ciò che ignora. Per questo motivo, l’abitudine a dire “la nuova generazione è più ignorante della mia”, in realtà non è tipica di chi sa di più, ma proprio dell’ignorante; cioè di colui che riesce a ri-conoscere solo le poche cose che conosce già, mentre non sa accorgersi della presenza di saperi che non possiede» (E. Lombardi Vallauri, Semplificare. Microfilosofie del quotidiano, Academia Universa Press).

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Ora, lasciando lo “sdraiatismo” del versante romanzesco, vediamo che l’atteggiamento regressivo di Michele Serra culmina nell’assurda, sconclusionata “Amaca” del 22 gennaio 2017, all’indomani dell’avvicendamento alla Casa Bianca fra Barack Obama e Donald Trump.

«Mai cambio della guardia fu più carico di significati. Il pronipote di schiavi sembrava un principe. Il miliardario americano sembrava un miliardario americano, prototipo umano che specialmente nella versione di Trump — decisamente estrema — è la cosa meno simile a un principe mai vista sotto il cielo. Il suprematismo bianco ne usciva a pezzi, il nuovo presidente ne è il peggior testimonial possibile. Si poteva intuire, risalendo per li rami, che il cow-boy bisavolo di Trump, quando entrava nel saloon con lo stuzzicadenti in bocca, non era molto più chic del bisavolo di Obama nei campi di cotone. E almeno gli avi di Obama cantavano il blues, e non quel terribile country con la giacca bianca piena di frange. Per fortuna la cerimonia è stata un unicum, e non è previsto che i due si facciano vedere assieme altre volte: rischierebbe di nascerne un deplorevole quanto inevitabile suprematismo nero. Interverrebbe, per rimediare, il politically correct: «Non chiamateli “bianchi”, poverini, non sta bene definire una persona dal colore della pelle. Chiamateli euroamericani». Se euroamericani non è abbastanza patriottico, si può provare con “americani di mezzo”, o medioamericani: quelli che sono arrivati lì dopo i Sioux e prima dei cinesi».

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Avete capito bene: abbiamo il pronipote di schiavi e il cow-boy bisavolo di Trump. In pratica, siccome quel giorno Serra aveva tanta voglia di pittoresco e niente voglia di applicarsi, per raccontare come il rozzo Trump sfigurava accanto all’impeccabile Obama non ha trovato di meglio che andare a casaccio inventandosi due alberi genealogici inesistenti, senza compiere nemmeno le verifiche più elementari. Il nonno di Donald Trump è nato in Baviera e sua nonna in Scozia; nessuno è stato cow-boy e tutti sono vissuti nella costa Est, a New York, che è tutto un altro mondo. E pure l’immagine del bisavolo di Obama è fantasiosa, perché la madre di Obama è bianca ed è originaria del Kansas (lei sì che è accostabile ai cow-boys), mentre suo padre è nato e vissuto in Kenya, quindi non può discendere da schiavi portati in America.

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Rendiamoci conto: questa roba è uscita su Repubblica, che si è sempre vantato di essere il miglior giornale italiano, prima di finire nel precipizio di oggi. Sarebbero bastati pochi clic per evitare una figuraccia e avere un minimo di rispetto per i lettori, ma Michele Serra prova tanto fastidio e sfiducia verso le informazioni disponibili in Rete – considerata un ricettacolo di orrori – che ha preferito inanellare una serie di falsità tanto clamorose quanto stupide. È un problema noto: quando certi personaggi alloggiano nel sistema mediatico nazionale e ci restano per decenni, protetti come in una culla, al riparo da ogni turbolenza o mutamento epocale, finiscono per non capire più il contesto esterno, perché restando sempre fra loro, nel proprio cortile protetto, non hanno mai dovuto competere davvero con la società e i suoi cambiamenti, e con l’evo-involuzione del sistema culturale.

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L’Amaca è il suo giocattolo sacro, e nessuno sembra volerglielo togliere. Ma è lo stesso Serra, in uno degli ultimi libercoli, a fare qualche ammissione: «Nei momenti di minore amor proprio la parola che mi viene in mente, a proposito della mia capacità di dare buona forma grafica a pensieri esili, è bluff» (La sinistra e altre parole strane, Feltrinelli 2017, pag. 32).

Paolo Ferrucci

*In copertina: Michele Serra (la fotografia è tratta da qui)