“Voglio pensare che ci sia un posto dove ogni cosa resiste al tempo”: sulla poesia di Michela Zanarella

Posted on Giugno 08, 2019, 11:22 am
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Citiamo un verso chiave racchiuso in una pluralità soggettiva: “Possiamo solo continuare / a stringerci senza sfiorarci / come polline in volo / tra le dita del vento”. Michela Zanarella (nata a Cittadella nel padovano, vive a Roma) ha dato alle stampe L’istinto altrove (Ladolfi 2019), una raccolta poetica impressionista, cantata, che trascende dal realismo e ricalca a mano i contorni di luce, che sfiora un simulacro e lo custodisce nell’anima per renderlo più lindo e tangibile. Il fulgore delle espressioni nasce soprattutto da una vena sentimentale, infiammata di “aria calda”. “Dal cuore faccio uscire / il colore di una terra / che mi manca come l’aria / e tutto il silenzio di un amore / che cresce come le spighe del grano”. Nei versi il rivolgimento è ad un tu confidenziale, traslucido nell’alba d’amore, nell’annunciazione che appunto sfiora “come il vento che non fa rumore”.

L’introduzione della grande scrittrice Dacia Maraini ci spiega lo sviluppo di una coscienza poetica (“acqua di sorgente”) tanto pulita quanto vigorosa, midollare. “E come l’amore ci porta lontani e distanti dal mondo reale per abbracciare quelle che credi essere o sono davvero le ragioni della nostra vita, così la poesia si concede la libertà di connessioni, digressioni, perdite di senso, perché qui sono le parole che si incontrano, si intrecciano in un gioco spesso senza senso apparente. Non ci sono verità, ma solo, appunto, istinto e quando le parole prendono ad avere un senso compiuto è proprio allora che si allontanano di nuovo”. “Ci vorrebbe la stessa luce / di quel tempo / per risvegliare un respiro benedetto”, dice Michela Zanarella. Dopo l’intrattenimento c’è un ritmo, la suadente e snella nota della poesia, l’impegno della parola, il senso profondo delle cose. C’è un mondo che aspetta di essere ascoltato fuori del tempo. L’istinto è altrove perché ritaglia un tabernacolo dal “sacro bagliore” dove fermarsi ad “incitare” il proprio sentimento, ad esortarlo, a trascinarlo anche in una parola altra, come quando Michela Zanarella scrive, allontanandosi sublimandolo, dal passato (qualunque passato): “Proprio pensando a ciò che siamo / ti apro le porte delle mie ciglia / dove intravedo una luce che ti assomiglia”.

La sensibilità magnetica della donna cerca un momento perfetto, forse irripetibile, catalizzato in un solo bacio. Se fosse un quadro, questo libro sarebbe un caloroso abbraccio, un’esplosione di sguardi e respiri in un campo lungo, un ossigeno al centro di giorni coloristici, traccia non evanescente nel gesto che è anche quello, metaforico, del gabbiano che fa il nido nell’albero che accoglie il movimento leggero delle ali. “Le parole vanno oltre le labbra”, in un ambiente mai ben determinato nel quale oscillare, nell’appello rivolto costantemente all’interlocutore amato. Il sentimento si fa pretesto per scendere sul piano del dialogo, nel riflesso della propria autobiografica percettività. Ancora: “Certi amori li porta il cielo / come acqua piovana nei pozzi”; oppure: “Voglio pensare che ci sia un posto / dove ogni cosa resiste al tempo”. Michela Zanarella agita un’aria satura di amore in una “favola azzurra” per chi è affamato “di cielo come di pane”. La selezione dei riquadri è insita in uno spazio intimo e il bisogno di dire germoglia nella figurazione spesso seriale. L’anima è accesa come una torcia per una poesia che sembra ispirata da Jacques Prévert, scivolata in un “odore di favola”.

Alessandro Moscè