“Datemi pure dell’imbecille, ma oggi stiamo meglio di ieri. Negli anni Cinquanta faticavano perfino a cambiarsi le mutande…”: in memoria di Michel Serres. Una intervista

Posted on Giugno 08, 2019, 9:48 am
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La notizia mi coglie come un pirla: 1 giugno, muore Michel Serres, professore di filosofia alla Normale di Parigi. Classe 1930, una bibliografia divertente come una vita: per Sellerio leggete cosette sue su Lucrezio. Ma il meglio è altrove (di solito stampa Bollati Boringhieri, da noi, un testo sull’Ermafrodito di Balzac e il recente Contro i bei tempi andati, ad esempio), nella lista completa dei suoi lavori c’è infatti una difesa dell’ottimismo di Leibniz (1968) che manda su di giri. Fu lui ad accogliere René Girard tra gli accademici di Francia con una introduzione raccolta da EDB in Il tragico e la pietà.

Siccome i francesi nascono col Candido in mano, vuoi vedere che questo Serres è una sorpresa che ti confeziona il buon umore? Proprio così, tra un insegnamento e l’altro ha spaziato da Zola a Jules Verne, dai languori fetidi all’immaginazione creatrice, fino a comporre un elogio del pensiero dissonante dal titolo ambizioso: Passaggio a nordovest (la traduzione italiana è del 1984).

Per Serres il passaggio a nordovest è la sua vita e il suo scopo. Figlio di un pilota di chiatte, il nostro ha frequentato tra i 19 e i 21 anni l’École Navale, poi non contento è entrato a 22 all’École Normale. Quindi per lui il mare resta il perno dell’immaginazione per rinsaldare sapere umano e scienza esatta. Certo la polemica è vecchia, ma va segnalata per ricordare la sottile inquietudine di Serres. A proposito del suo libro di navigazione ha detto nel 2014: “Quelle che vengono chiamate le “grandi correnti del pensiero” sono piccoli pensieri locali che hanno cercato di conquistare lo spazio, volendo presentarsi come universali. Da parte mia, ho sempre rifiutato questo tipo di imperialismo o di assoggettamento. Legga Montaigne. Ho sempre creduto che ci fossero isole, punti di vista irriducibili, un che di singolare. Non ho mai voluto parlare le lingue autorizzate dell’epoca, tenere una sorta di stazione di servizio all’interno di una multinazionale intellettuale, come altri accettavano di essere benzinai presso l’uno o l’altro” (il testo completo è qui).

Da noi si è detto poco o nulla sulla dipartita di Serres. Le Temps invece lo ha onorato riprendendo l’ultima intervista, era la fine del 2017. Aveva appena pubblicato Non è un mondo per vecchi e il giornale francese che difende il suo capitale umano si divertiva a dar voce a questo arzillo ottantenne “che sa conservare l’entusiasmo di quelle nuove generazioni a cui spera i suoi coetanei brontoloni si decidano a cedere il posto, invece di gettare un’ombra di malinconia sul presente”. (Andrea Bianchi)

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Il Suo libro si rivolge ai “nonnetti brontoloni”. Pensa che ce ne siano molti?

Il libro non è una critica ai vecchi (dei quali faccio parte); da parte loro, però, sento parole molto negative sui giovani e sul mondo contemporaneo. Ho voluto ricordare che poco più di cinquant’anni fa al mondo c’erano Hitler, Stalin, Franco, Mussolini, Mao, che furono responsabili di 45 milioni di morti. Com’è naturale, mi inchino con grande empatia e pietà davanti alle vittime degli attentati e delle guerre civili del presente, ma il confronto non regge con quello a cui ho assistito durante la seconda guerra mondiale o in occasione di crimini di Stato quali la Shoah e i Gulag. Uno studioso statunitense l’ha del resto confermato: si assiste in media ad una riduzione della violenza. E se in molti sono convinti che il nostro sia un mondo violento, la verità è che non abbiamo mai conosciuto una pace simile.

I più anziani non sono i soli a brontolare. Sempre più giovani contestano il progresso, ad esempio le vaccinazioni.

Da sempre l’idea di un paradiso perduto accompagna l’umanità. Quand’ero giovane, alcuni miei coetanei già dicevano che si stava meglio prima. Il mondo è cambiato in maniera radicale grazie al contributo delle scienze esatte: la biochimica e la farmacia hanno migliorato la nostra salute, la matematica ha fatto avanzare le nuove tecnologie. Quelli che oggigiorno tengono banco, dagli amministratori ai politici, si sono formati nelle scienze umane; questo è all’origine di uno sfasamento tra la verità delle scienze umane, che è relativa, e la verità scientifica. E così, il problema non è tanto sapere se l’aspirina è efficace, ma sapere quante persone pensano che l’aspirina sia efficace. Una deriva simile è pericolosa. Non credere più alla vaccinazione è una cosa drammatica. Per dirne una: se oggi le persone possono farsi vedere mezze nude in spiaggia, è anche perché nel 1974 i vaccini hanno eradicato il vaiolo, che causava deformità fisica. Del resto, oggi non si muore se non di quelle malattie per le quali ancora non sono disponibili vaccini.

Eppure sembra esserci stata un’età dell’oro: i Gloriosi Trenta, gli anni del boom economico, dal dopoguerra al 1975,,. un periodo di pace, prosperità e impiego sicuro…

In quegli anni c’erano anche Mao Zedong, Pol Pot, Ceausescu, la cortina di ferro… i Gloriosi Trenta furono un fenomeno molto localizzato, mentre oggi la prosperità è più diffusa. Ciò su cui possiamo in effetti farci delle domande è l’aumento della disoccupazione. Il lavoro ha subito una trasformazione per effetto della tecnologia, che ci ha dispensato da molti impieghi faticosi. Ma più macchine ci sono, meno lavoro si trova. Ci dirigiamo dunque verso un mondo senza lavoro? Se accadrà, sarà necessario ripensare del tutto la società, che al momento è organizzata attorno a quest’ultimo. Ma nessuno può dire se questa sia una buona o una cattiva notizia. 

Ad ogni modo Lei ricorda che il passato puzzava, perché l’igiene era penosa.

Non può immaginare fino a che punto! Negli anni ’50, la rivista Elle fece scalpore quando raccomandò di cambiarsi quotidianamente le mutande. All’epoca evocare l’igiene intima era tabù. Di più: anche solo pensare di cambiare la biancheria tutti i giorni era una follia. Un tempo c’erano inoltre molte malattie che la penicillina ha debellato. Prima della guerra, su dieci pazienti che s’incontravano in una sala d’attesa tre erano affetti da tubercolosi e altrettanti dalla sifilide. Ora è tutto finito. La medicina e l’igiene hanno fatto fare un salto in avanti all’aspettativa di vita. Oggi una donna sessantenne è più lontana dalla morte di un neonato del 1700…

Da dove arriva allora questo pessimismo diffuso?

I ricchi raramente sanno di essere ricchi, e più si vive nell’agiatezza più si è sensibili ai brevi momenti di disagio. D’altra parte, durante i Gloriosi Trenta poche persone si rendevano conto del periodo di prosperità in cui vivevano. Già ci si lamentava. È una questione di temperamento: francese, nello specifico. In Francia non si dice mai “va tutto bene”, piuttosto “non c’è male”. Questa mentalità fondamentalmente critica risale a Voltaire. Da allora, l’ottimista è rimasto un “candido”, vale a dire un imbecille, mentre il pessimista sarebbe quello che la sa lunga. A me sta benissimo passare per l’imbecille.

In Pollicina Lei tesse le lodi di internet, che mette il mondo a portata di click… la rete, però, genera anche le “fake news” e il narcisismo dei social. Rimedio e malattia, insomma?

Da quando ho scritto Pollicina, in effetti, sono arrivati i social e le piaghe che Lei cita. Vorrei tuttavia ricordare una favola. Viveva un tempo un ricco proprietario che era particolarmente affezionato a un servo per via delle sue eccezionali doti ai fornelli. Un giorno il padrone ordina il piatto più buono al mondo, e il servo cucina una lingua. Il padrone mangia con gusto, poi chiede il piatto peggiore al mondo; il servo prepara la stessa pietanza. “Mi prendi in giro!”, esclama il padrone. Il cuoco, che di nome fa Esopo, ribatte che la lingua è al contempo la migliore e la peggiore delle cose, dal momento che serve a dire “ti amo” e a calunniare. Tutti i mezzi di comunicazione generano il bene e il male, proprio come nel motto di Esopo. Conosco bene la Silicon Valley, ci ho trascorso 37 anni. All’epoca vi regnava un’ideologia molto libertaria ed ugualitaria. Da allora sono diventati i padroni del mondo, e il fatto che tutti i dati siano di proprietà esclusiva di quattro o cinque aziende rappresenta una catastrofe a cui occorre porre rimedio in tempi brevi.

Lei continua però a sostenere che l’umanità sarebbe buona?

Sì, e ci sono statistiche interessanti sull’aumento della bontà. Per quel che mi riguarda, trovo che il 90% del genere umano sia costituito da brave persone, pronte ad aiutare chi cade a rialzarsi. Le persone abominevoli sono solo il 10%. Ahimè, è questo 10% che si accaparra il potere. Sono nato nelle regioni in cui storicamente era diffuso il catarismo. I catari dicevano che più ci si arrampica lungo la scala sociale, più ci si avvicina alle entità maligne; le mie esperienze di vita hanno dimostrato che questa dottrina non è falsa. Ma siccome siamo brave persone, lasciamo agire indisturbato quel 10%.

Nel Suo libro, ricorda anche a che punto sia migliorata la condizione della donna. 
È uno dei più grandi progressi. Me ne vergogno: in Francia, le donne votano dal 1946 soltanto, e quando mi sono sposato mia moglie doveva chiedermi il permesso per aprire un conto in banca. Oggi ancora alle donne mancano conquiste, ma va meglio che in passato.

Cosa pensa del movimento #MeToo?

Sono favorevole. A tutte le donne che incontriamo sono accaduti episodi simili, talvolta anche spietati. A questo punto, l’approccio del legislatore dev’essere a sua volta spietato. Detto ciò, spero che si potrà conservare un briciolo di corteggiamento, che è una gemma delle relazioni umane.

Lei è dunque femminista?

Profondamente. Militante, addirittura. Mi capita di tenere conferenze nelle aziende: partecipano solo i capi, e io esordisco chiamandoli “signori talebani”. Quando mi chiedono come mai mi esprima così, io suggerisco alle donne in platea di alzarsi. Non sono mai più del 2%. A questo punto replico “forse siete davvero talebani…”. Per fortuna, basta andare nelle aule universitarie per constatare che i medici, i giudici e gli ingegneri di domani saranno donne. Del resto, se il mio libro precedente s’intitola Pollicina e non Pollicino è perché durante tutta la mia carriera a distinguersi nello studio sono state le ragazze. Erano più serie ed appassionate, mentre i ragazzi sono sempre stati un po’ più svogliati.

C’è un elemento del passato che Lei rievoca con nostalgia, il mondo contadino dal quale proviene. In questo caso, era “meglio prima”?

Nel 1900 il 70% della popolazione coltivava la terra; la campagna era popolata perché l’agricoltura richiedeva molte braccia. Nel 2000 la percentuale è del 3%. Considerato che dal neolitico in poi siamo stati contadini, la scomparsa della ruralità rappresenta il più grande evento del XX secolo. Un tempo, quand’ero giovane, non c’era avvocato, prefetto o medico di città che non avesse legami con la classe contadina, perché i suoi genitori o nonni ne avevano fatto parte. Oggi siamo tagliati fuori da quel mondo: si tratta di una rivoluzione, che ci rincresca o meno. Un giorno ho dovuto correggere una maestra di mia nipote, la quale in classe aveva detto che le mucche non hanno corna in quanto femmine. La distanza che ci separa dal mondo contadino è ormai enorme.

In tutta onestà, che cosa Le piace di meno nel mondo d’oggi?

Il crescente divario economico e sociale. Se viene abolito il ceto medio, se si creano ingiustizie sempre più marcate, la democrazia cesserà di esistere. È quello che sta succedendo con Donald Trump… Le grandi disuguaglianze di reddito e di cultura sono quelle che più ci mettono in pericolo.

E domani, staremo meglio o peggio?

Lo vada a chiedere a Madame Soleil [famosa astrologa francese]! In molti si dilettano a predire il futuro, ma conoscerlo è impossibile. Sarà sempre inaspettato. Il telefono, ad esempio, era all’inizio un curioso aggeggio che permetteva alle dame dell’alta società di ascoltare l’opera a distanza, senza doversi spostare. Nessuno immaginava che quell’arnese sarebbe un giorno servito ad altro. In futuro, perciò, certe piccole cose del presente diventeranno importantissime, mentre altre che teniamo in grande considerazione scompariranno. Un po’ come la celebrità: i mezzi sconosciuti di oggi saranno probabilmente i personaggi storici del domani. Del resto, stiamo già assistendo a grandiose sepolture.

Parla di Johnny Hallyday?

Persino io, che non guardo mai la tivù, ci ho passato tre ore davanti. Bergson diceva che la società è naturalmente una macchina che fabbrica divinità. E quasi c’eravamo, con questa vera e propria analisi sociologica della religione. Gli antichi romani chiamavano apoteosi il processo di trasformazione da uomo a dio. Abbiamo assistito ad una cerimonia pagana durante la quale l’uomo è divenuto divinità. Anche gli invitati tutt’attorno erano idoli: del cinema, della televisione, della politica. Gente in attesa di apoteosi, semidei al cospetto del vero dio. In quella grande chiesa, il monoteismo cristiano è indietreggiato davanti alla marea del politeismo. È stato prodigioso. Ne ho tratto la conclusione che credere in Dio sarà pure un affare personale, ma la collettività continua a produrre politeismo.

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Questionario proustiano

Qual è l’aspetto del progresso che preferisce?

La migliorata condizione femminile.

Il peggiore?

L’americanizzazione generale della cultura e dei sobborghi, che sono diventati abominevoli, di una bruttezza assordante.

Se Lei fosse donna? 

Sarei una donna qualsiasi, di tutti i giorni. Di quelle che conducono con eroismo la loro esistenza quotidiana mentre il mondo le ignora.

Il migliore antidoto al pessimismo? 

Il regolare esercizio dell’intelletto, che porta lucidità.

L’espressione contemporanea che La diverte di più?

“Mais pas que” [neologismo per “e non solo”]. Grammaticalmente scorretta, ma assai simpatica.

Quella che invece La infastidisce? 

Il termine resilienza, quando esistono tanti sinonimi come risorsa. O anche think tank, al posto di dire riunione. Non mi piacciano tutti questi pseudo-anglicismi. Lo chiamo “globish”, il linguaggio globale degli imbecilli.

L’app più preziosa del Suo smartphone?

La funzione telefono.

Un libro che non scriverà mai? 

Poesie d’amore. Se si vuole scrivere quelle, meglio chiamarsi Ronsard.

* la traduzione italiana è di Giulio Rovellini