Storia sommaria di Michel Leiris, l’artista che sfidò l’Africa, cercò di tramutarsi in ghepardo per scoprirsi più alieno di prima. “Io che contavo di rientrare con l’aspetto affascinante e profondamento segnato di un corsaro…”

Posted on Giugno 11, 2020, 2:05 pm
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Era fuori tempo – questo, forse, gli diede l’impressione di essere appropriato – per lo più, era stanco, fiacco, aveva una faccia a forma di vaso egizio, con quegli occhi che parevano cobra, sfrecciavano. Una faccia pericolosa, ecco. Aveva quasi trent’anni, studi in chimica piuttosto fallimentari, un impulso inquieto – ma privo di argini, di generi – verso il verbo; gli piaceva il jazz e aveva conosciuto Max Jacob. Piuttosto, sposare Louise Godon, nel 1926, figliastra di Daniel-Henry Kahnweiler, potente collezionista d’arte, gli permise di sfiorare l’epica cubista, di ammirare Picasso, Braque, Juan Gris. La cosa, gli giovò poco; ambiva a fondare una rivista, voleva chiamarla “La guerra civile”, era in ritardo anche per quello. L’ingresso nella redazione di “Documents”, piuttosto, la rivista fondata da Georges Bataille e Carl Einstein, lo galvanizzò: lì le discipline interloquivano fino al chiasso, si faceva archeologia e storia dell’arte, l’etnografia era una branca della lirica, la poesia si sfatava in scienza. La rivista durò poco, dal 1929 al 1931: il tempo adatto perché Michel Leiris incontrasse Marcel Griaule, il grande studioso, implorandolo di avviarlo all’avventura. “Stanco della vita che conduceva a Parigi, considerando il viaggio come un’avventura poetica, un metodo di conoscenza concreta…”, attacca la quarta del magnetico diario di Leiris, L’Africa fantasma (che ora torna in mirabile edizione Quodlibet, a cura di Barbara Fiori, dopo l’antica edizione Rizzoli del 1984), il primo libro, il più bello, che subito stronca ogni Eden, “Il suo tentativo di evasione si è rivelato fallimentare”. Anche i tonti sanno che evadere è una prigione, mi ha detto un amico in santità. Ma forse era proprio questo che il fantomatico Leiris – il fantasma, infine, è lui, in lui – desiderava, un passaggio da una prigione (l’etica occidentale) a un’altra (l’ipotesi di un’origine a cui fare meridiano ritorno). La fatale Mission, architettata dal Musée d’ethnographie du Trocadéro, contava sette persone, Leiris fu imbarcato come “scrittore di viaggio”, studioso di etnografia, aiutante per varie ed eventuali; gli eroi s’imbarcarono a Bordeaux il 19 maggio del 1931 sul “Saint-Firmin”, fecero scalo alle Canarie, attraccarono a Dakar. Da lì partì la missione vera e propria, concentrata a studiare i Dogon: il 30 gennaio 1933 termina, a Gibuti. Approdo definitivo a Marsiglia: 17 febbraio del 1933, sul cargo a vapore “D’Artagnan”. Un anno e mezzo di viaggio. Così Leiris il 22 novembre 1931: “Pessimo trucco per nascondere a me stesso il terrore persistente (e crescente) davanti alla morte, alla vecchiaia e anche alla vita. L’esistenza ascetica che conduco non mi accorda nessun paradiso infantile. Non mi immobilizza, non mi fissa nella liquefazione putrescente della vita. Con il casco, la camicia cachi, i calzoncini da cacciatore, resto lo stesso uomo angosciato che alcuni considerano una brava persona, tranquilla e pittoresca (?) al tempo stesso, una specie di borghese artista. Non c’è niente che mi umilia come un simile giudizio: resto scioccamente sensibile al giudizio degli altri”. L’Africa, il paese delle maschere, smaschera Leiris, il mito – francofono – del ‘buon selvaggio’, sfascia la placenta esotica, l’epica del colono avventuriero, del Rimbaud equilibrista all’equatore.

Il libro appassionò André Malraux: d’altronde, è una memorabile, complicata, granitica analisi della “condizione umana”. Leiris, antropofago dell’ego, non aveva la docenza decadente di André Gide – che nel 1927, per Gallimard, aveva pubblicato il suo Voyage au Congo – né la scaltra innocenza di un Pierre Loti, che ambiva alla cartolina. Era, appunto, fuori tempo – un Marlow inteso a sondare la propria tenebra, usando il cuore come zattera. “Sono ingrassato. Provo un’ignobile sensazione di pletora. Io che contavo di rientrare dall’Africa con l’aspetto affascinante e profondamento segnato di un corsaro. La vita che conduciamo è quanto mai piatta e borghese. Il lavoro, non molto diverso dal lavoro di fabbrica, di studio o di ufficio” (31 marzo 1932); “È così bello essere un po’ solo! È anche un po’ triste perché, in fondo al cuore, ci si domanda ciò che davvero siamo venuti a fare qui…” (15 maggio 1932). La sua fame l’aveva portato, prima dell’Africa, in Egitto, in Grecia. Dai luoghi della sapienza a quello in cui tenta l’insipienza – L’Africa fantasma è il regesto della scomparsa dell’anima, dell’impossibilità di far patto con i fantasmi – chi scrive vuole tornare a far patti con i morti, ma qualcuno ha ammazzato pure i morti. In Francia, Leiris costruisce un numero della magnifica rivista “Minotaure” sulla missione africana; poco dopo, gli tocca scrivere un articolo sulla morte di Raymond Roussel, suicida a Palermo. La pubblicazione per Gallimard de L’Africa fantasma rovina per sempre i rapporti con Marcel Griaule, a cui il libro è dedicato – accade quasi sempre così, i libri, quando sono buoni, sono coltelli alle spalle. Il giorno di ferragosto del ’32, comunque, Leiris, insieme ad alcuni cacciatori di laggiù, ha l’intuizione esatta, “indubbiamente l’estraneo, la brousse, l’esterno ci invadono da ogni parte”. La giungla agguanta. “Sono lontano dall’indifferenza degli ultimi giorni. Qualcuno dirà che forse comincio effettivamente ad essere posseduto”, scrive Leiris. Stava per trasformarsi in ghepardo. (d.b.)