“Nell’amore: e sto saldo davanti ad esso”. Michael McClure, l’Apollo Beat. Storia del poeta preferito di Jim Morrison, che ha scritto per Janis Joplin e letto William Blake a Bob Dylan

Posted on Maggio 07, 2020, 1:14 pm
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Effettivamente, era bellissimo – e la bellezza, si sa, è un attributo degli dèi felici, terreni, e spesso è confusa con quell’altra parola, sinistra, immortalità. Michael McClure era più giovane di Jack Kerouac di dieci anni, ma c’era anche lui, poco più che ventenne, al “Six Gallery Reading” di San Francisco, nel 1955, quando Allen Ginsberg detonò l’Urlo che fece esplodere la Beat Generation. Diventò una specie di Apollo underground, McClure: in una fotografia, mani in tasca, fronte ampia, elegante, in doppiopetto, sta alla destra di Bob Dylan – a cui dedicherà alcuni saggi, tra cui l’opuscolo Bob Dylan The Poet’s Poet. Alla sinistra, barbuto e discinto, titano brutale, c’è Ginsberg. “Quando conobbi Bob Dylan, per me la sua poesia era importante tanto quanto gli scritti di Kerouac: niente da imitare né assunzione d’influenza, era l’espressione di un individuo, unico, e delle sue percezioni”, scrive McClure in un lungo articolo pubblicato da “Rolling Stones” il 14 marzo 1974. “Bob Dylan è un poeta: che abbia cherubini nei capelli, ali da fata o piedi d’argilla, è un poeta. Tutti gli altri, i ‘poeti rock’, i ‘poeti folk’, come li chiamano i critici, andrebbero giudicati meglio come semplici cantautori. A una festa, dopo un concerto al Berkeley Community Theatre, era il 1965, in dicembre, Bob Dylan mi disse che non aveva mai letto William Blake. Mi sembrava incredibile. Gli recitai alcuni testi… Dylan è un poeta puro. Con una essenza da elfo, era perfetto e feroce nella sua perseveranza alla perfezione. Esiste un punto di rabbia, in lui, capace di superare ogni ostacolo”.

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Jack Kerouac eterna McClure in Big Sur (1962), sghemba bibbia generazionale, nella figura di Pat McLear – lui, Jack, ovvio, è Jack Duluoz, Neal Cassidy è Cody Pomeray, Lawrence Ferlinghetti è Lorenzo Monsanto. Eppure, sarà in Michael McClure che Jim Morrison ipotizza l’altro se stesso, il poeta sciamano, l’esteta col peyote, l’erede di William Blake. “Dove sono gli Uomini Leone che camminano nei miei sogni/ mentre io sono un bimbo grasso che dorme/ in una stanza dove i muri sono miracoli?”, canta McClure in The Child (1963), visionario elogio della perpetua giovinezza. In Jim Morrison, più giovane di lui di dieci anni, McClure vede ciò che aveva visto in Dylan. Il poeta. È McClure che convince Jim Morrison a pubblicare i suoi versi, dopo aver letto The New Creatures: “Nella sua generazione, non c’è poeta migliore di Jim. In pochi sono apparsi con questa capacità lirica e seduttiva, forse soltanto Vladimir Majakovskij, nella Russia degli anni Venti; ma nessuno di questi ha avuto una parabola così breve e intensa”. La prima volta, Jim Morrison e McClure si incontrano a Ne York. McClure sta provando The Beard, lavoro teatrale di allucinata potenza, dove Billy the Kid, il bandito bambino, si scontra con Jean Harlow, la superstar del cinema, morta a 26 anni. Sono entrambi ubriachi. Non si stanno simpatici. Si rivedono nel 1969: Morrison è attratto da un testo di McClure, The Adept, che racconta le vicende di una sorta di Baudelaire americano, tra Greenwich Village e Arizona, in delirio psichedelico. I due si ritirano in una casa, a Hollywood, per ridurre il testo in una sceneggiatura e farne un film. Morrison ne parla in una intervista (“Sarà la storia di un paio di spacciatori di droga che si ritirano nel deserto… sarà il mio progetto cinematografico”), ma il progetto – i cui scritti sono ostentati come una reliquia dalla Record Mecca – si arena. Il film si sarebbe intitolato Saint Nicholas. L’amicizia tra McClure e Ray Manzarek, produce due dischi: Love Lion (1993) e The Piano Poems (2012).

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Ha scritto tantissimo, McClure, come tutti i beat, per cui la parola è gesto, il sonetto un atto. Dalla prima raccolta, Passage (1956) all’ultima, Mephisto and Other Poems (2016): una quarantina di volumi in 60 anni di scrittura poetica, nel segno di Arthur Rimbaud (a cui dedica un libro) e di Janis Joplin, per cui scrisse Mercedes Benz. “Erano gli anni Cinquanta, c’erano le foreste lungo la costa, l’Oceano Pacifico e Big Sur: in auto e in moto molti artisti e pensatori si ritirarono lì, da San Francisco. Abbiamo capito che eravamo cittadini del Pacifico, che avevamo punti in comune con la Cina, il Giappone, l’Asia. La natura ci dava una nuova consapevolezza: ci pareva di essere nella Cina dell’epoca T’ang”, ricordava McClure nel 2008 in un articolo pubblicato dal “Guardian”, intimando, “Abbiamo ancora bisogno dello spirito della Six Gallery”.

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Ha recitato in un docufilm di Martin Scorsese, L’ultimo valzer (1978) e nel Ritorno di Harry Collings (1971), di Peter Fonda. Naturalmente, non era immortale – ma è morto, immagino, nella sua San Francisco, con lo stupore serafico di un bimbo. Di Michael McClure, in Italia, non troverete nulla, se non sporadiche poesie nel magma web. Io lo traduco da me, altrimenti lo leggo in Poesia degli ultimi americani nella traduzione di Fernanda Pivano – ho la copia che apparteneva al grande fotografo Marco Pesaresi. “Distinto ma non scisso dal dolore”, canta, con ritmo ipnotico, in La colonna. “Nell’amore/ E sto saldo davanti ad esso”. Così finisce la poesia. Un gran finale. Il sigillo sulla faccia dell’Apollo beat – un passaporto per il Nirvana dei poeti. (d.b.)

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per Jack Kerouac

IN UNA CAMERA CHIARA IN UN INFERNO OSCURO NELL’OMBRA
Mi siedo sentendo come si gonfiano le nuvole al ritmo del mio movimento

di braccio gamba lingua. Riflessi d’oro
leggeri. Toni e folgori d’oro e ambra che s’infilza
luccicando. Vetro brunito… vetro blu,

telefono nero. Il fiammifero è una viola e carne
appurata nella netta luce intensa. Non è notte

neppure la notte. Ci sono stelle all’Inferno
e profondi rumori di macchine. Ombre marroni sui muri
nella luce della stanza. Mi siedo, mi alzo

voglio l’immensa realtà del tatto – e l’amore.
Nella stanza tramutata. Ricordo il sogno molto tempo fa

animali di peluche (gufo, volpe) in un negozio buio. Voglio
solo la purezza di colori nitidi e nuove forme e sentimenti.
VORREI PIANGERE INUTILMENTE

ho dieci anni ancora per adorare la giovinezza
Billy the Kid, Rimbaud, Jean Harlow
NELL’INFERNO OSCURO NELLA STANZA CHIARA ALL’OMBRA sento
il fumo che si gonfia e scola e il moto d’esaurimento e i languidi suoni delle macchine
ombre marroni sul muro. Mi siedo o mi alzo. Catturato nella rete dei riflessi sul tavolo all’angolo

angoli di luce piatta, raggi come pugnali. Fissando la faccia dell’amore.
Il telefono nella luce catalettica. Fiamme di marzo rosse e blu

nella chiarezza del grano.
Mi vedo – siamo insieme – nell’Inferno privo di splendore. Non siamo che riflessi.

Le lunghe macchine emettono suoni e ombre marroni sul muro.

Sono reale e tu sei reale – ti parlo.
Alzo la testa, vedo oltre il bordo del naso. Mi accorgo

che non è cambiato nulla. Nessuna luce
nei miei occhi. Nessuna mutazione nella stanza.

Vita Nuova – No! Il mondo morto, morto.
La tensione del desiderio è solo un gesto eroico.
Un’agonia perché questo è un dolore senza scampo

quando amore è una parola o un bacio.

Michael McClure

*La poesia è tratta da: Michael McClure, “Of Indigo and Saffron. New and Selected Poems”, 2011

**In copertina: Michael McClure è alla destra di Bob Dylan, l’altro è Allen Ginsberg; l’articolo riprende e amplia quello uscito su “il Giornale” il 7 maggio 2020