“È la natura contraddittoria, multiforme di Davide ad affascinare. Io ho dato voce alle sue donne”. Dialogo con Michael Arditti

Posted on Maggio 01, 2020, 7:06 am
14 mins

Diciamo: per toponomastica e autobiografia. Fin da bambino mi affascina la storia di Davide, divinando un destino non mio in quei libri, ascritti a Samuele, pieni di promesse e di massacri. Il re Davide, da cui proviene per discendenza il Nazareno, è colto, sempre, in una solitudine solare: è uno e moltiplicato, possiede identità d’angelo e di belva, multipla, è inafferrabile. Davide, intendo, porta la luce e la separazione: è l’ultimo dei figli di Iesse, “il più piccolo”, l’unico che non è convocato al cospetto del profeta Samuele. A Saul, Davide sottrae l’affetto fino all’acme della gelosia; soprattutto, gli leva l’amore dei figli, Mical – che “s’invaghi di Davide” e ne diventerà sposa – e Gionata, legato a lui da inesorabile patto d’amicizia. Davide soffia Betsabea al lecito marito, Uria, ottimo tra i guerrieri; non riesce a tenere unita la sua famiglia, fitti di figli ribelli e accecati dal desiderio di sesso e di potere – o di giustizia che sfocia in scisma, Salomone. La vicenda di Davide è sancita dalla cetra, con cui incanta Saul – ma il salterio redige la divisione nel cuore dell’uomo e l’inquietudine armata di Dio – e dalla fionda, con cui ammazza Golia, campione dei Filistei. I grandi pittori del primo Seicento, da Tanzio da Varallo a Guido Reni, da Caravaggio a Domenico Fetti e Orazio Gentileschi mostrano il ragazzo con una spada troppo grande, pare Excalibur, che mozza la testa al gigante: ennesima separazione. Davide ama, disperatamente – il suo pianto è analogo alle tavole dei comandamenti, su di esso stringe l’alleanza con Dio – e sempre separando. Infine, diviso dal resto della famiglia, vecchio, separato dal proprio corpo – “non riusciva a riscaldarsi” – Davide si unisce ad Abisag, “la Sunammita”, giovane e “straordinariamente bella” – unità che sa di infinita distanza. La storia di Davide, credo, è talmente corrosiva da bucare il viso a qualsiasi romanziere. In pochi hanno affrontato la storia biblica: ricordo il Davide di Carlo Coccioli (Rusconi, 1976) e Betsabea (Iperborea, 1988) di Torgny Lindgren, ad esempio. Così, sfogliando lo “Spectator” esulto leggendo una recensione di Peter Stanford che esalta The Anointed (“L’Unto”) un romanzo che narra la storia di Davide attraverso tre narratori diversi, le sue mogli, Mical, Abigail, Betsabea. Il recensore si profonde in caldi elogi nei riguardi del romanziere, Michael Arditti, “acclamato dalla critica, ma che preferisce pubblicare con piccoli editori: una voce insolita, che merita un pubblico più vasto”. Mi incuriosisco. Arditti, in verità, ha scritto tanto – anche per il teatro e la BBC – e la sua bibliografia conta romanzi di successo come Jubilate, The Enemy of Good (che mandò in estro Philip Pullman), Easter, The Celibate. Cinque anni fa, per dire, lo “Spectator” gli ha dedicato un pezzone – firma Lucy Beresford – con titolo roboante Michael Arditti is the Graham Greene of our time, il “TLS” ha prodotto un aureo servizio al suo libro precedente, Of Man and Angels, dal titolo Sodom and the Torah. Insomma, come se con una selce tormentassi i fantasmi di una genealogia fittizia, decido di intervistare Arditti, uno che non ha timore di investigare Dio e il trauma. (d.b.)

Come è nata l’idea di un romanzo sul re Davide attraverso gli sguardi delle sue donne? Che fonti storiche – o letterarie – ha usato?

Sono sempre stato affascinato dalla figura di Davide. Nella Bibbia, è più menzionato lui di chiunque altro insieme a Gesù. È un personaggio che conquista, è ricco di contraddizioni. Uno dei modi per narrare queste contraddizioni è sondarle da diverse prospettive, e le prospettive che ho scelto sono quelle delle sue tre mogli: Mical, Abigail, Betsabea. Tutte e tre sono state cruciali nella vita di Davide eppure di loro la Bibbia dice ben poco. La maggior parte delle persone conosce forse soltanto Betsabea, per la reputazione di donna ‘sexy’. Dai patriarchi ai profeti, l’Antico Testamento descrive sostanzialmente le gesta degli uomini. Con alcune notevoli eccezioni, le donne, se menzionate, sono o malvagie seduttrici, come Dalila, Jezebel, Athalia, e la madre di tutte loro, Eva, oppure sono matriarche generose come Sara, Rachele, Anna. Nella vita di Davide ci sono molte donne. Ho voluto dar loro voce. L’unica fonte storica che ho usato è stata la Bibbia. Ho consultato diversi studi per conoscere i diversi aspetti della vita in Israele nel X secolo prima di Cristo. Ma in sostanza, ho usato i libri di Samuele. Come specifico nella nota che apre il romanzo: riscrivendo la storia di re Davide e ponendo in primo piano le tre donne a lui più vicine, ho aderito con rigore alla sequenza di eventi narrati nei libri di Samuele. Ciò non toglie che mi sia sentito libero di aggiungere dei personaggi o di evidenziarne altri, di interpretare alcuni incidenti e di risolvere certe incongruenze, traducendo un antico mito in una storia contemporanea.

Traditore e assassino, poeta e spietato, unto di Dio e seduttore… Davide è un uomo pieno di contrasti. Qual è l’episodio che più di altri ne risolve la natura?

Non esiste un singolo episodio: è la sua natura multiforme ad affascinarci. Davide è il giovane pastore che, armato soltanto di fionda sconfigge il campione dei Filistei, Golia, e guida gli eserciti di Saul, e il traditore che non solo si ribella al re, ma si allea con i Filistei organizzando razzie nel territorio di Giudea. È detto che scrisse i Salmi, alcune tra le più belle poesie liturgiche al mondo, e che fondò la città santa di Gerusalemme, eppure Dio lo considerò un peccatore troppo grande per affidargli la costruzione del Tempio. Ha sconfitto i nemici di Israele, ha fortificato i suoi confini, ma non è stato in grado di controllare i figli, non ha impedito che uno di loro violentasse la sorellastra e che un altro guidasse una rivolta contro di lui.

Micheal Arditti è stato definito dallo Spectator “il Graham Greene del nostro tempo”

Doni un aggettivo per descrivere le peculiarità delle tre donne protagoniste del suo romanzo. Quale di queste, in fondo, la affascina di più?

Non credo si possa descrivere con un aggettivo nessuna di queste donne; sarebbe impossibile fare altrimenti con qualsiasi personaggio interessante della letteratura. Gli unici personaggi risolti in un unico aggettivo sono quelli che appaiono nelle scene di folla. Mical, la prima moglie, passa dall’essere una ragazza ingenua, incantata dallo splendore e dalla bellezza di Davide, a una vecchia ferita, amareggiata, senza figli. Abigail, la seconda moglie, è più anziana, consapevole e leale, pronta a perdonare i difetti di Davide. Betsabea deve usare la propria intelligenza per sopravvivere in un mondo di uomini, per salvarsi e per tutelare la successione del figlio, Salomone. Se costretto, trovo Mical la donna più affascinante, se non altro perché il suo viaggio, come quello di Davide, si estende lungo l’arco di tutto il libro.

Nei suoi romanzi torna spesso, in modi diversi, a Dio, come se Dio fosse il tema ineluttabile per uno scrittore: è così? La Bibbia è ancora il ‘grande codice’ per un romanziere?

Dio è un tema ineluttabile per me – non mi pare sia tale per la maggior parte dei romanzieri contemporanei. Come epigrafe al mio romanzo, Jubilate, una storia d’amore ambientata a Lourdes, ho usato Goethe: “Il conflitto tra fede e scetticismo resta il tema più profondo, attuale, il solo della storia del mondo e dell’umanità, a cui tutti gli altri sono subordinati”. Sospetto che se Goethe fosse tra noi, si sorprenderebbe di quanto raramente questo tema sia esplorato nell’ambito letterario. Naturalmente, come chiunque si occupi di narrativa, non posso fare a meno di essere influenzato dalla Bibbia, anche se l’ho esplorata direttamente in due soli romanzi: Of Men and Angels, in cui tratto la storia di Lot a Sodoma e le sue conseguenze religiose, e questo ultimo, The Anointed.

Il titolo del suo romanzo è potente: Cristo, il Messia, proviene dalla casa di Davide, l’Unto del Signore. Che rapporti ha con la fede, crede in Dio?

Sono un uomo di fede, benché di una fede piuttosto idiosincratica, di cui preferisco non discutere pubblicamente. Penso che se essere creati a immagine di Dio vuol dire qualcosa, questo significhi avere la capacità di amare e di essere creativi e di esercitare un giudizio morale. Come la maggior parte dei cristiani pensanti, ho un atteggiamento ambiguo nei riguardi della Chiesa. Da un lato sono consapevole della sua importanza storica, nell’aver preservato e trasmesso il messaggio di Cristo e nell’aver commissionato così tante gloriose opere d’arte che continuano ad arricchirci e ispirarci. Sono consapevole che restare nel cuore della comunità cristiana significhi sostenere alcuni valori eterni in cui credo. D’altra parte, sono altrettanto consapevole della funesta influenza della Chiesa lungo i secoli. Come omosessuale, non posso non osservare quanto la Chiesa abbia stigmatizzato e represso la sessualità, nonostante alcuni uomini di potere in quella stessa Chiesa abbiano abusato del proprio ruolo per violare i deboli e i vulnerabili.

Qual è il libro che le ha “cambiato la vita”, che le ha fatto comprendere la necessità della scrittura? Qual è l’autore vivente o il libro che ammira di più?

Negli anni, sono stato influenzato da Marcel Proust. Un flebile legame familiare con lui lo ha reso subito interessante ai miei occhi anche quando ero troppo giovane per leggerlo e capirlo. Al di là della straordinaria ricchezza del romanzo, l’importanza che il narratore attribuisce alla letteratura è enormemente rassicurante per lo scrittore di oggi, che vive in un mondo che in larga parte ha abbandonato la parola a favore dell’immagine e dello schermo. Tendo ad ammirare romanzi singoli rispetto all’opera intera di un autore ma sono costantemente colpito, stimolato e impressionato dal lavoro di Marilynne Robinson e Rose Tremain.

Quale romanzo le sarebbe piaciuto scrivere? Quale romanzo sta scrivendo?

Temo di dovermi ripetere. Avrei voluto scrivere la “Recherche” di Proust. Se mi è concessa una seconda scelta, direi I fratelli Karamazov. Proust e Dostoevskij rappresentano le cime gemelle – e i poli opposti – del mio panorama letterario. Ho appena terminato un romanzo breve su un attore all’epoca della Reggenza, e dopo due libri storici mi sto imbarcando in una storia centrata su una donna sacerdote anglicana.

Ultima: come vive la sua personale reclusione?

Vivo da solo e, nelle ultime sei settimane, in totale isolamento. Dedico la mattina alla scrittura, come sempre. Nel pomeriggio, leggo, parlo con gli amici al telefono, guardo Netflix e trovo che il giorno passi piuttosto piacevolmente.

*In copertina: Valentin de Boulogne, “Davide con la testa di Golia e due soldati”, 1620-22