“Mi sento avulso dalla mia generazione e dal mio tempo”: sulla poesia di Carlo Tosetti

Posted on settembre 04, 2018, 9:01 am
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Con questa intervista Gabriele Galloni prosegue per “Pangea” la rubrica “Sentinelle”, un regesto della poesia italiana contemporanea, che spesso va cercata nei luoghi ignoti. Il tentativo è quello di far parlare i poeti del proprio lavoro, di esporne le ispirazioni.

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Carlo Tosetti (Milano, 1969), vive a Brivio (LC). Ha pubblicato le raccolte: Le stelle intorno ad Halley (LibroItaliano, 2000), Mus Norvegicus (Aletti, 2004), Wunderkammer (Pietre Vive, 2016). Suoi scritti e recensioni sono presenti sulle maggiori riviste letterie italiane. Collabora con Poetarum Silva.

Wunderkammer (Pietre Vive, 2016). Camera delle meraviglie, appunto. Ma anche luogo di ribrezzo, talvolta, e di orrore. Raccontaci il libro. Il concepimento, l’evoluzione, il percorso.

wunderkammerIl libro non è nato sulla base di un preciso progetto. Nel 2004, deluso dall’ambiente della poesia, mi ero “ritirato”. Lo virgoletto, perché non ero certo famoso e nessuno, tranne il sottoscritto, se ne accorse (questa precisazione sembra una parodia di Wilcock). Non ho mai smesso, però, di scrivere e dieci anni dopo, dietro insistenza di un caro amico, ho raccolto le poesie ritenute migliori per cercare di farle pubblicare. Fondamentale è stato l’ottimo lavoro dell’editore (Antonio Lillo). Io disponevo di una sequenza di poesie, le quali, seppur accodate in un ordine coerente, risultavano lontanissime dal gusto imperante, il che, lecitamente, per un editore non è una buona premessa… Debbo a lui l’intuizione della Wunderkammer quale struttura del libro e sua è anche la richiesta di inserire delle brevi prose, per alleggerire la lettura. Si è rivelato un incontro fortunato, il nostro, e per entrambi… credo! Così, con qualche timore, il libro è stato pubblicato ed è andato bene; sono soddisfatto. Non ho vinto alcun premio (questa è una questione delicata da trattare), ma molte sono state le recensioni positive e le reazioni entusiastiche. Insomma, seppur da una posizione defilata, credo di essere stato apprezzato, malgrado la proposta non sia digeribile per tutti. Le poesie, quindi, sono nate senza un fine preciso, se non quello di rappresentare immagini in modo ritmico e musicale; una mia personale ricerca; un mio diletto. Dalle reazioni al mio libro (pare che o si ami o si odi), ho capito molto rapidamente che l’arte vive il paradosso dell’omologazione. Lo sguardo dell’uomo, che dovrebbe spaziare, è invece limitato, costretto in alcuni scenari collaudati e graditi ai più. Il nostro tempo è prepotentemente contrassegnato da una sorta di “pensiero unico”, ciò è l’effetto del mostro che aveva intravisto Pasolini, senza tuttavia poter dare un nome al fenomeno. Ora è tutto facilmente comprensibile, in quanto il Golem che chiamiamo mercato, dotato di vita propria, richiede palati omologati. Osservato Wunderkammer con questo approccio, l’orrore di alcune poesie emerge per contrasto con ciò che tratta la poesia, abitualmente: le folaghe venivano cacciate e consumate. Il nàrvalo è fonte proteica e di vitamina per i popoli dei ghiacci. I grilli catturati a Firenze sono parte delle nostre tradizioni. Il disastro ferroviario di Balvano è un fatto accaduto. Queste immagini sono trattate come tali, senza alcun giudizio, cercando di svellere i fatti dal loro contesto e dare loro la piena dignità che spetta ad un evento, in quanto accaduto. Perciò il rotolare del mondo è anche morte e sofferenza… ma può essere osservato freddamente come una sequenza di fatti. Da questo punto di vista, l’idea di trattare le poesie come oggetti catalogati in una Wunderkammer, ne ha esaltato la peculiarità, rendendo ancora più palpabile questa caratteristica della mia poetica, inoltre il matrimonio è così ben riuscito, che il libro ha una certa solidità… È più pesante del peso della sola carta (nel bene e nel male). Ultimo aspetto importante: la copertina e le illustrazioni sono state realizzate da due bravissimi illustratori: ALE + ALE. L’aderenza ai testi del loro lavoro è totale: una rara sinergia.

I maestri vanno uccisi. Sei d’accordo con questa affermazione? E quali sono state – o sono ancora oggi – le tue guide di sentiero?

I grandi personaggi dell’arte (salvo rarissime eccezioni) hanno stravolto le regole, dopo averle assimilate e seguite fedelmente. Sono convinto che questa sia la via per tracciare il proprio (e nuovo) sentiero. I maestri, quindi, non vanno uccisi; dovrebbero morire, com’è nella natura delle cose. Talvolta faticano a spirare: pensa all’esercito di seguaci e imitatori di Milo De Angelis, per esempio. La domanda è: l’eternazione di un maestro, di un modello poetico, è colpa da attribuire al maestro o ai seguaci? Probabilmente è da suddividere equamente… Va precisato, a riguardo di Angelis, che la sua dirompente opera prima (Somiglianze) del 1976, si colloca in un periodo storico “in cui dominava il ricatto politico (falsamente politico) dello schierarsi dalla parte giusta e del porre la propria scrittura al servizio di una classe o un’idea”. Sono parole dello stesso Milo. Nel 1976, sulla bacheca dell’Università Statale di Milano appare un cartello: Cerchiamo qualcuno che ami la poesia. Sempre lui, Opera sua. Allora, ciò che si dovrebbe rubare ai maestri è la cieca passione, che quasi rasenta l’ingenuità, oltre alle finezze tecniche. Il motore, perciò, che sospinga lo scrittore ad addentrarsi armato di machete nella foresta delle lettere e del mondo, per aprirsi un proprio sentiero. Allo stesso modo, il maestro dovrebbe “morire in sé”, spronando al nuovo… Tanto più che le sue opere parleranno in eterno in sua vece. Queste, ovviamente, sono soltanto mie opinioni, dedotte dalla mia personale esperienza in poesia. Per quanto concerne il sottoscritto, credo di subire il fascino imperituro di Borges e Montale (per quest’ultimo, uso dire che “è Dio”).

Sei anche un fine critico letterario; come concili questo con la tua ricerca personale? Influisce in qualche modo?

Io non sono un critico letterario; tempo fa, delle persone che stimo mi hanno invitato a scrivere delle recensioni, ritenendo che io ne avessi le capacità (lo preciso, perché fui molto timoroso e riluttante di fronte alla proposta). Accettai, anche per misurarmi con me stesso e… andò bene. Continuo però a non definirmi come tale. Tra l’altro, non sarebbe corretto nei confronti di chi ha un percorso di studi specialistici e che – senza alcun dubbio – ha una preparazione molto più vasta e approfondita della mia. Andando oltre, devo riconoscere che l’esperienza è nutriente: leggo molta poesia e senza fossilizzarmi su di un genere preciso. È inevitabile che queste letture siano sorgenti di cambiamento e ispirazione; la poetica di Wunderkammer è ora uno splendido ricordo, ma attiene al passato.

E con la tua generazione? Che rapporti hai?

Sia poeticamente, che umanamente, mi sento avulso dalla mia generazione e dal mio tempo. Tieni conto che ho 49 anni, per cui posso considerare la mia generazione come paradigmatica, oggi: è succeduta alle precedenti e giunta a vivere il ‘proprio’ tempo. Maturi anagraficamente per reggere il peso delle responsabilità, per prendere possesso dei luoghi di potere. Né troppo giovani e bisognosi di esperienza, né troppo vetusti e acciaccati, giunti alla resa dei conti e della vita. Per quanto concerne la poesia, come in parte ho già risposto, non sono affascinato da quella che viene definita ‘contemporaneità’, innalzandola a unico e utile canone estetico. Sono soffocato da una opprimente omogeneità poetica, che non si manifesta soltanto nei temi trattati, ma anche graficamente. Ho la forte sensazione che la forma di una poesia (forma intesa come disposizione dei versi e impaginazione) sia parlante e permetta l’incasellamento in una macrocategoria. Nello stesso tempo, per quanto sia paradossale, noto che la forma rigida del passato, il canone, entro schemi prestabiliti ci ha donato capolavori intramontabili. Prendiamo ad esempio il sonetto: Dante, Shakespeare, Rilke. Tre ere differenti, uno schema comune (seppur con differenti sfumature): ci hanno lasciato pagine ricchissime e mai inattuali. In definitiva, penso che non sia la libertà dagli schemi ad essere creativa. Sia ben chiaro: io non scrivo secondo il canone, ma non distolgo mai lo sguardo da esso.

Inoltre, illustri poeti viventi cercano di spingere la produzione verso la trattazione di temi sociali, affermando che la poesia debba avere la funzione di sensibilizzare e ridestare gli animi. Io non osteggio questa possibilità, al contrario considero le lettere per ciò che sono sempre state, cioè anche sorgente di coscienza, di evoluzione e rivoluzione. Si sta trattando, però, di arte ed ogni imposizione tematica e stilistica ha come affetto l’impastoiarla.

Che l’autore sia libero di scrivere ciò che sente. I temi di attualità vengono trattati da sempre e sempre verranno affrontati, ma evitiamo di condizionare la rotta. In ultimo, non me ne vogliate, è indubitabile che conformarsi ad una concezione di poesia apra delle porte. Io, per esempio, sono consapevole del fatto che alcuni nomi nella giuria di un premio precludano ogni mia possibilità… So che in alcune e seguite manifestazioni non vengo invitato, perché non scrivo ciò che si vorrebbe, ma sono libero di essere ciò che sono, almeno in poesia. È la croce e la delizia di non sostentarsi con l’arte. L’atto artistico deve soddisfare anzitutto l’autore. Da questo punto di vista, potremmo definire l’arte una masturbazione e masturbarsi su commissione ha dei limiti oggettivi. Umanamente, il rapporto con la mia generazione è ancor peggio. Le mie passioni, i miei interessi, nulla hanno a che vedere con quelli dei miei coetanei. Sempre per una questione anagrafica, posso accusare i cinquantenni (anno più, anno meno) come corresponsabili dello sfacelo politico, morale e sociale del nostro paese. Quello che vedo e sento… Il razzismo che monta, ma viene maldestramente negato, la distruzione sistematica di una istruzione umanistica, la conseguente insensibilità e ignoranza dilagante, l’incommensurabile bassezza e volgarità diffusa, il dominio incontrastabile della rete sul mondo reale, tutto vede come attori principali le mie generazioni, che hanno venduto (letteralmente) anima e corpo alla carriera. Anche io occupo una buona posizione dal punto di vista professionale, ma costantemente esigendo dal ‘me stesso uomo’ molto più che uno stipendio soddisfacente. Frequento pochissime persone e non vedo come possa andare diversamente…

Progetti in corso e in divenire?

Negli ultimi tempi sto lavorando a un poema, che spero vedrà la luce nel 2019. È un racconto di fantasia che ha attecchito sul substrato dei miei ricordi. Lo dichiaro subito e apertamente: senza una precisa volontà, è una prova concreta del mio pensiero riguardo alla poesia. È un racconto fantastico, lontanissimo dalla quotidianità. Non ci sono messaggi politici o sociali, l’ambientazione storica non è ben definita, la vicenda narrata è impossibile e irreale… Per ovvi motivi preferisco non dire altro, ma ti regalo una breve anticipazione. Sto anche lavorando ad una raccolta, della quale alcune poesie sono già state pubblicate sul mio blog. Sono poesie per le sei donne importanti, a oggi, della mia vita, fra le quali non possono mancare mia madre e mia nonna. È un periodo, per me, di cambiamento. A fatica mi sto liberando dallo stile che mi ha accompagnato per anni e che ha dato alla luce Wunderkammer. Vedremo cosa mi riserverà il futuro. Alcuni estratti dal mio futuro poema:

La crepa separò
il muro alle spalle
del letto nuziale,
ch’è maestro, ma
lo fece quanto taglia
un burro ammollato
per carni la coltèlla,
come nuota l’acqua
fredda il salmerino,
a guisa del comune,
lieto, perforare
i nugoli l’uccello.

Quindi abile solcò
della sala da pranzo
la parete e percorse,
(compì nulla d’ardito,
per sentieri conosciuti),
fra i cotti bruniti
le linee già incrinate
d’anni d’incursioni
e fu – l’atrio passato –
che irosa lei strappò
come carta la ringhiera
e discese nella strada.

Eccola, fiera,
fende lieve l’asfalto,
snello brigantino privo
d’immagine, che lascia
divelto a poppa il mare
di bitume, ricorda
un taglio, una ferita
e non v’è modo, né moto
ondoso che richiuda
la strada scarnata
dalla crepa, che infila
la rotta per fuggire.

Imbocca il fabbricone,
scoscesa la strada,
toponimo diffuso,
che al borgo più basso
conduce, attenta
dilania filando lungo
la mura di destra,
(di macine il suono
del digrignare compagna
lo sventrare, spartito
di nota battente,
archetto all’adamante).

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