“Mi è stata data la possibilità di distruggere tutte le maschere”: Marcello Balbi, adottato dai Blackfoot Piikuni, ci racconta “dal vero” il rito della Danza del Sole

Posted on giugno 22, 2018, 8:30 am
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Intervista a Marcello Balbi, studioso e fotografo che ha vissuto tra varie etnie aborigene sia del Canada che degli Stati Uniti, tra i Kiowa, i Comanche, i Blackfoot, gli Hopi e gli Zuni.

Come va inteso il momento culminante della ritualità sociale chiamato Danza del Sole?

Esistono culture così diverse tra i nativi americani come può essere, per fare un parallelo, tra la cultura lappone e quella turca in Europa. Un popolo si identifica anzitutto con la lingua in cui il retaggio culturale viene espresso, e bisogna ricordare che in Nord America sono esistite oltre mille lingue diverse tra gli aborigeni. Esistono convenzioni tra gli etnografi imposte per comodità, ad esempio, il tepee, un’abitazione mobile volgarmente intesa come tenda, di struttura conica costituita da pali di legno rivestiti da tela impermeabile – in passato era rivestita da pellami di bisonte – il cui ingresso è sempre rivolto ad Est, è un termine Lakota traducibile con ”essi vivono”, che è stato applicato indistintamente a tutte le etnie. La medesima cosa è vera per la Danza del Sole che ha nomi differenti nelle varie lingue. Si intende per Danza del Sole una serie di riti sacri differenti che hanno luogo in prossimità del Solstizio d’Estate e che hanno un motivo comune, il dramma cosmico del rinnovamento spirituale e materiale del mondo. Gli individui che si permettono fuori dal contesto delle tribù aborigene di riproporre la Danza del Sole o il rito della sweat lodge (capanna sudatoria) non hanno alcuna autorità per farlo, ingannano se stessi e gli altri, non essendoci alcun collegamento effettivo ai rituali della liturgia sacra, tantomeno iniziatica. Ogni etnia ha la propria liturgia specifica e le variazioni possono quindi essere consistenti, in ragione anche del fatto che la ritualità sacra è una conoscenza che si tramanda oralmente. Al giorno d’oggi la Danza del Sole non è più celebrata in tutte le tribù native delle pianure – etnie insediate tra i fiumi Missouri e Mississippi ad Est e la zona pedemontana delle montagne rocciose ad Ovest, e tra il Golfo del Messico a Sud ed il fiume Saskatchewan a Nord – le sole, originariamente stanziali o nomadi che fossero, in cui la liturgia sacra trovava espressione nella ritualità della Danza del Sole.

Come hai avuto accesso per la prima volta alla Danza del Sole?

Il mio padre adottivo Reggie, dell’etnia dei Blackfoot Piikuni, dopo la perdita improvvisa del figlio maschio naturale si astenne dall’interazione sociale, si estenuò nel digiuno, cercò un isolamento che riducesse al minimo il sentimento d’essere nel mondo, alla ricerca di un deperimento fisico che gli provocasse una visione. La decisione dell’adozione, la decisione di accorpare un individuo estraneo secondo una legge atavica sul mantenimento del clan, doveva essere formalizzata al cospetto del palo centrale della Danza del Sole, simbolo vivente dell’Axis Mundi, che costituisce il motivo aggregante della società. Come nuovo membro della comunità fui invitato a seguire ed aiutare la società guerriera dei Brave Dogs deputata alla cerca e all’abbattimento dell’albero che poi consacrato divenne il palo centrale della Danza del Sole.

Come avviene la preparazione alla Danza del Sole tra i Blackfoot e quali rituali vi sono connessi?

La visione iniziatrice del rito tra i Blackfoot è sempre quella di una donna, che viene così eletta ad essere in quell’anno la madre della Danza del Sole. La donna sacra, la madre, viene accompagnata da un uomo, il marito o il fratello, comunque un maschio con cui abbia un legame famigliare, e per protocollo atemporale sono entrambi chiamati al ritiro e alla preghiera, devono digiunare senza bere né mangiare per quattro giorni, possono restare seduti o al limite coricati su un letto di rami di ginepro pungenti, manifesta ricerca di afflizione e prostrazione corporale, una forma di ascesi per potenziare lo stato di conoscenza spirituale deprimendo le sostanze fisiche. Durante il ritiro dei quattro giorni l’intera comunità si prodiga per la preparazione dell’edificio sacro che è il centro del cerchio dell’accampamento formato dai tepee, edificio fondato su un palo centrale che deve essere biforcuto e di una certa ampiezza di sezione perché possa sostenere gli altri pali che vengono disposti attorno ad esso, e che vanno a costituire un poligono di 9 lati. Visto dall’alto l’edificio sacro assume la forma di una ruota con i suoi raggi, simbolo arcaico della legge cosmica presente in tutte le civiltà tradizionali. Nel giorno in cui c’è la spedizione per la scelta e il taglio dell’albero, che diverrà il palo centrale dell’edificio sacro, tutti gli individui appartenenti alla società guerriera, e comunque tutti i partecipanti alla spedizione, devono astenersi dal bere e dal mangiare, dal sorgere del sole fino al tramonto; l’albero chiamato “il nemico” viene sacralizzato da formule propiziatorie, da racconti di guerra o di servizio dato alla società tribale, come testimonianza e preghiera. L’albero viene poi abbattuto per decretare simbolicamente l’abbattimento di un nemico che viene sconfitto in battaglia. Come preparazione purificatoria avviene il rito della capanna sudatoria, una bassa capanna al cui interno non deve filtrare luce di alcun genere, oscurità che è simbolo di un regressuss ad uterum, per ritornare al mondo come uomo nuovo. All’interno della capanna non si sta in piedi ma ci si siede su rami di salvia selvatica che aiuta a dilatare i bronchi e gli alveoli polmonari, i cui rami si possono tenere di fronte al naso o alla bocca per facilitare lo sforzo nel respirare, considerando che la temperatura può anche raggiungere quasi i 100 gradi centigradi. All’esterno viene appiccato un fuoco, una grande catasta di legno portata ad alta temperatura per circa un’ora prima del cominciamento del rito vero e proprio; dalle braci vengono estratte le pietre arroventate che incarnano il fuoco della vita che non si estingue mai, che poi verranno messe in una buca all’interno della capanna e bagnate. L’officiante inizia a spruzzare l’acqua sulle pietre, recita invocazioni, preghiere, o medita silenziosamente. Accanto al fuoco esterno, per la sweat lodge che precede la Danza del Sole, ad una distanza di circa una decina di metri dalla capanna, viene posato il teschio bipartito di un bisonte, rivolto frontalmente verso l’ingresso della capanna stessa (il bisonte era la base tradizionale dell’alimentazione e non solo, ad esempio, i tendini si utilizzavano per le corde degli archi, le corna per costruire i recipienti, la pelle per gli indumenti, ecc.). Terminati i quattro giorni di ritiro, la donna sacra indossa un copricapo millenario, custodito in un involto sacro, ed insieme al suo compagno si uniscono al resto della comunità per il giorno culminante dei vari rituali della Danza del Sole, come ad esempio la danza dei weather dancers, la società iniziatica dei danzatori del tempo atmosferico, oppure la presentazione di offerte o scambi di doni, la recitazione di memorie di gesta di guerra o di caccia piuttosto che di imprese socialmente utili, legittimandole grazie alla benedizione emanante dalla madre della Danza del Sole, che è la catalizzatrice dell’influenza spirituale sovrasensibile. Tra i Blackfoot ci si può appendere dopo averne fatto il voto, le cui motivazioni vengono vagliate dagli anziani della tribù, alla cima del palo centrale dell’edificio sacro con delle funi, le cui estremità vengono conficcate, con schegge d’osso o di legno, nel corpo; i danzatori proseguiranno nella danza rituale, per ore se necessario, fino a quando il sacrificio dei brandelli della propria carne non sarà compiuto, sacrificio che si offre come simbolo della propria esistenza condizionata e limitata al Grande Mistero.

Come è cambiata la tua vita dopo la Danze del Sole a cui hai partecipato?

Ho partecipato due volte alla Danza del Sole tra i Blackfoot Piikuni e sono stato sempre cosciente della mia provenienza culturale ed etnica europea, cosa importante quando ci si avvicina alle culture aborigene; lo straniero viene vagliato e prima di essere accolto nella comunità vengono considerate le sue caratteristiche personali, i suoi intenti, la purezza della sua sincerità. La partecipazione alla liturgia sacra per me è stata la possibilità di affrancarmi da ogni identificazione, non di aggiungerne altre. È il rinnovamento di se stessi ciò che conta, non costruirsi una nuova maschera.

(A.P.)