“Mi dispiace di non soffrire di allucinazioni, per intrattenere una conversazione con le voci del mare, per dimenticare uomini e donne”: una lettera di Emil Cioran

Posted on Marzo 15, 2019, 9:59 am
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[Di Emil Cioran sappiamo che è il pensatore necessario, la stimmate al cuore del secolo, che dalla Romania, grazie a una borsa di studio, si sposta ai Berlino, nei primi Trenta, poi, definitivamente, in Francia, nel 1937. Di quell’anno è Lacrime e santi mentre il primo libro, nel 1934, è già lacerante, Al culmine della disperazione. Ai primissimi anni di peregrinazioni francesi si riferisce l’epistolario di Cioran con Petre Tutea, insigne filosofo rumeno, più grande di quasi dieci anni, raccolto come L’insonnia dello spirito. Lettere a Petre Tutea (1936-1941) da Mimesis (2019), per la cura di Antonio Di Gennaro. Il libro è piccolo così, sta nella tasca di una giacca, ma conserva una forza di fiamma, una lucidità di diamante. Tutea, infatti, è uomo complesso, già marxista, poi vicino alla ‘Guardia di Ferro’, alto funzionario al Ministero dell’Economia Nazionale nei Quaranta, poi vittima della repressione comunista, in carcere dal 1948 per tredici anni complessivi, infine, soprattutto, filosofo, di istinto cristiano (“Sono diventato un pensatore cristiano quando ho compreso che senza la rivelazione, senza assistenza divina, non posso sapere chi sono, cosa sia il mondo, se esso abbia o meno un significato, se la mia stessa esistenza abbia o meno un senso. Da solo non potevo saperlo. Ho realizzato che senza Dio non è possibile conoscere il senso dell’esistenza umana e universale”). La manciata di lettere di Cioran a Tutea – nove, insieme ad alcune missive di Tutea – ottimamente commentate da Di Gennaro, da cui abbiamo estratto quella che leggete, testimoniano una amicizia, certo, ma anche l’inquietudine australe di Emil. Scrive Di Gennaro: “Nonostante la differenza di età e sebbene abbiano seguito strade completamente diverse (Cioran, esule a Parigi, spietato critico del mauvais démiurge e anzi lucido teorico del dubbio e alfiere dello scetticismo; Ţuţea, internato e poi perseguitato in patria dalla polizia comunista, esempio intransigente di homo religiosus, monaco laico), in virtù di una profonda affinità spirituale, permane tra i due eminenti intellettuali, nel corso dei decenni e a dispetto della considerevole distanza geografica, un sentimento di autentica amicizia, caratterizzata da sincera ammirazione e infinita stima reciproca”. In effetti, esistono legami, dalla distanza e dal disastro, che sono superiori alle convenzioni concettuali]

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Mentone, Venerdì Santo, 1939

Caro Petrică, sono tornato in Costa Azzurra, tra questi inglesi, stanchi della ricchezza e delusi dall’Impero, per consolarmi in loro compagnia del mio vuoto [interiore] e unire le mie noie ai bagliori che ammiro per vanità. La mia condizione di valacco decadente non è più tollerabile, se non a contatto con questo falso splendore di milionari e del mare. Mi occorre portare dunque questa coscienza crepuscolare dell’Impero nel mezzo di questa gente, soffocata dalla gestazione! Tu sei figlio di un pope che deride Hegel e io di un altro che è irritato dalla sublime trivialità di Beethoven. “Quel” popolo si salva dalla propria assenza apocalittica grazie alle nostre fatiche e a quelle dei nostri amici, che possiamo contare su alcune dita.

Mi dispiace di non soffrire di allucinazioni, per intrattenere una conversazione con le voci del mare, per dimenticare uomini e donne. Il mio destino da esaltato in un mondo di peregrinazioni inutili e ripetitive mi avvicina più che mai alla stupidità degli elementi, all’evidente mancanza di risposte nella natura. Mi hai scritto da Budapest raccontandomi i piaceri da “contadino arricchito”. Io conosco solo il disgusto delle ristrettezze nel mondo.

Con lo stesso grande affetto,

E.C.