“Facciamo tutto come se fosse per sempre, ma niente di ciò che facciamo è per sempre”. Luigi Meneghello, un Ulisse che torna a Malo. Sul suo romanzo più bello e bistrattato, “Pomo pero”

Posted on Luglio 21, 2020, 8:01 am
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Il titolo fa paura. I più coraggiosi ci possono vedere un omaggio ai film chilometrici di Lina Wertmüller – chilometrici nel nome, ovviamente, e quindi per pigrizia vengono gergalmente accorciati: vai tu a pronunziare senza un inciampo Notte d’estate con profilo greco, occhi a mandorla e odore di basilicoquando in realtà, a leggere tra le righe, quel Pómo pèro. Paralipomeni d’un libro di famiglia è tutto fuorché una salita mnemonica.  

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L’autore è un inciampo clamoroso: le scuole di ogni ordine e grandezza non se lo filano di striscio. Se questa dimenticanza può essere in parte accettata – in parte ma non del tutto – da chi decide i programmi ministeriali (quindi Roma), chi insegna la letteratura italiana nel Veneto ha il dovere morale di introdurlo, anche semplicemente come lettura estiva, quella che si dà per le vacanze.

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È partito da Malo, Vicenza. Ed è arrivato all’Università di Reading, Inghilterra: un contratto di due anni (1948) per gli approfondire gli “insegnamenti sull’influenza italiana nello sviluppo della letteratura, l’arte e la filosofia inglesi” e poi l’ascesa verso l’Olimpo. Dev’essere piaciuto, quel vicentino caparbio e genuino: oltre alla conferma dell’incarico (sino al 1980), ha collaborato per molto tempo con la BBC.

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In poco più di due lustri, tre capolavori. Il primo, il più conosciuto, è Libera nos a Malo (1963). Il secondo – grazie a un film del regista Daniele Lucchetti – è I piccoli maestri (1964 il libro, 1998 la pellicola). Il terzo, in ordine di tempo, è Pómo pèro. Paralipomeni d’un libro di famiglia (1974). Sulla parola “paralipomeni” l’autore avverte: “Vuol dire in sostanza ‘aggiunte’, letteralmente ‘cose tralasciate’; cioè omesse in passato e aggiunte ora. Ho spiegato in una delle note del libro, che il libro ha cominciato a formarsi il giorno stesso in cui mi è venuto in mente che sarebbero stati paralipomeni; e la ragione è questa, che tutto ad un tratto mi sono sentito libero dalla responsabilità di costruire le strutture esterne del mondo a cui si riferiscono queste piccole storie, il dove e il quando, e spiegare come vivevamo, cosa mangiavamo, come erano le strade, cosa si imparava a scuola e tutto il resto. Si trattava ora di rientrare in un mondo già costruito, nel quale potevo muovermi con la massima libertà, senza preoccupazioni: per questo credo di essere andato più avanti, stilisticamente, in questo libro che negli altri che ho scritto, o che avevo scritto fino a quel momento”.

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Dopo la meraviglia, quel vuoto ovattato, più o meno come quando passa un treno: per qualche secondo avverti il silenzio. “Terminando il primo ‘libro di Malo’, Libera nos a Malo, mi ricordo che avevo la netta sensazione di aver chiuso con questa materia, di essermi liberato interamente da tutto il blocco della materia paesana. E invece è risultato che così non era. Del resto ho registrato la mia sorpresa nel secondo dei libri su Malo, Pomo pero: lì quasi mi scusavo, come se ci fosse qualcosa di eccessivo in questo ritornare sugli stessi temi, e di nuovo credevo di poter farla finita una volta per tutte istituendo una specie di passerella finale per le mie ‘fantasime in capsula’. Purtroppo devo dirvi che neanche così è finita, anzi, si va profilando addirittura uno sviluppo, una specie di nuovo ciclo (nella mia testa, si capisce)”.

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Un impianto ben strutturato, che conta cinque parti: un cuore centrale (diviso in “Primi” e “Postumi”), un’appendice intitolata “Ur-Malo”, un “Congedo” in versi e le “Note”. I “Primi” sono il proseguimento del libro del 1963, come ha sottolineato l’autore: “Nella prima metà del libro ho cercato di captare nuove vibrazioni semi-segrete della materia antica di Libera nos”.

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A Malo il pomo è un frutto e non un albero, e altrettanto vale per il pero. “Gli alberi che li fanno sono il pomaro e il peraro. In questo testo (come nel titolo del presente libro) non abbiamo due frutti ma uno solo, un ambiguo ‘pomo pero’ con due nature. In paese si è sempre preso per sottinteso che si tratta di una compresenza metafisica, non d’incrocio o d’innesto; e non si è dato alcun credito alle ricerche di materia del Mičurin, o alle vedute dei suoi interpreti stalinisti. Le associazioni con la Santa Verità, tipiche dei bàgoli con due nature […] sono oscure”.

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Una corsa verso la morte, talvolta un aspettarla. Un percorso a tappe, pagina dopo pagina. Ne è consapevole l’autore, anzi quasi lo suggerisce: “Facciamo tutto come se fosse per sempre, ma niente di ciò che facciamo è per sempre – fare la parte che ci tocca alla fine resta l’unico senso, ma al principio non è così, altrimenti non si farebbe niente”. Succede quando si torna lì dove si è partiti, come se il tempo annichilisse i cambiamenti li ignorasse. “Non ha più molto senso tornare in visita al paese. La gente che mi conosce è vecchia e svogliata; agli altri, di me naturalmente non gli importa niente. S’incespica in residui”.

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Un Ulisse degli anni Settanta che fa un pellegrinaggio verso le proprie radici – Malo – per incontrare le porte chiuse che lasciano in bocca l’amarezza di un “io” che è stato sepolto da chi vive il luogo abbandonato.

Alessandro Carli