Meglio una vita da pecora che un giorno da lupi. Ovvero: chi ha il coraggio di sacrificarsi per un altro? Catabasi nella parabola del “buon pastore”

Posted on aprile 23, 2018, 9:54 am
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La domenica parlano – con ispirazione – i preti. Il lunedì, da incosciente, metto il cranio dentro la liturgia domenicale. Screziando, da dis-graziato, i testi. La liturgia la trovate, per comodità, qui. Io uso il Nuovo Testamento interlineare, bisciando tra italiano, greco e latino. Pigliate questi come appunti sul margine sfinito, come punti d’appoggio – o di rovina – sulla roccia.

 

Qui si storpia il collo ai vocaboli. Suona strana l’allegoria di Giovanni, ultranota. Non bisogna essere un “buon pastore” per difendere il proprio gregge: ogni pastore – anche quello di Leopardi, che erra trafitto da interrogativi – non abbandona le proprie pecore, pena la morte. C’è una sintonia del sopravvivere tra il pastore e il suo gregge, infatti. Neppure “il salariato” – meglio de “il mercenario” – abbandona le pecore alla fame del lupo: altrimenti con le pecore perderebbe il proprio lavoro, morendo come le pecore tra le fauci del predatore. D’altronde, il lupo “rapisce e disperde” le pecore perché ha fame. L’uomo è pecora o lupo (homo homini lupus è una formula che da Plauto, per via di Thomas Hobbes, imbarca la nostra avidità)? Nella conversione dei vocaboli direi che chi sta con il Risorto, la cui opera supera la soglia del club cristiano (“e ho altre pecore che non sono di questo ovile”), impara il segreto di dare la vita, riqualificandola (il cuore è qui, Gv 10, 17: “io offro la mia vita per riprenderla di nuovo”). Le pecore, se sole, tornano nel bosco, mettono denti audaci, diventano lupo. Sotto la mano del Risorto, le pecore danno il latte per la sopravvivenza degli altri; il loro pelo è tosato perché altri se ne rivestano. La pecora si denuda: sacrifica la propria vita per il bene degli altri, secondo l’egida del Risorto. Il “buon pastore” è violento nel dare la vita, “nessuno me la toglie, ma la offro da me stesso” (Gv 10, 18): questo è il crisma del martire. I martiri non sono uccisi, si offrono. Offrendosi alla morte, richiamano la vita. L’assassinio è resurrezione.

La liturgia rinnova i verbi e rimodella il Primo Testamento: l’icona del “buon pastore” è antica, proviene dal Salmo 23 (“Il Signore è mio pastore/ non manco di nulla”; interessante, semmai, notare che il Salmo precedente, il 22, è quello risillabato da Gesù appeso alla croce, “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”); la “pietra d’angolo” detta negli Atti degli Apostoli proviene dal Salmo 118 (“la pietra scartata dai costruttori/ è divenuta la pietra d’angolo”) e da Isaia (28, 16: “Pertanto così dice Dio:/ ‘Metto una pietra in Sion/ pietra prediletta/ angolare, preziosa e salda’”). Il tema è delicatissimo: si ha, fin dai remoti, la percezione che lo scartato, il dileggiato, l’esito del sopruso, lo sputato e l’offeso, “la pietra respinta dai costruttori” (cioè dai sapienti, da chi conosce l’arte del costruire, di chi dà forma geometrica e liturgica al caos), sia il prescelto. Costruendo – dando forma al caos – i costruttori forzano la confusione, arredano il proprio ego. Dio, da sempre, sceglie l’infimo – Davide e Giuseppe, ad esempio, gli ultimi e i più fragili e ‘lunatici’ dei fratelli – per farlo re – in questo, la storia del Figlio è concepimento consecutivo. I costruttori giudicano – chi è utile e disutile, chi è buono e chi ha merito di punizione – i cristiani attendono: l’uomo ha inattesi abissi di gloria. Pietro, che è Kepha, pietra, nel passo di Atti (4, 11), chiama in causa se stesso: anche lui, guida dei cristiani, è la pietra respinta dal convegno ebraico; ora è pietra che fonda la Chiesa. La pietra, ad ogni modo, è ‘angolare’: seguire Cristo significa farsi colpire e torturare da Lui. Essere “simili a lui” e vederlo “come egli è” (1 Gv 3, 2) significa avere la discreta audacia delle pecore, che decidono di sopraffare il lupo donando tutto. ‘Stare nel gregge’ non è sintomo di idiozia o debolezza, ma eroismo spudorato e silente. Bisogna tosare l’ego, misurando in sabbia l’anima. (d.b.)