Posted on Ottobre 28, 2017, 11:42 am
6 mins [post-views]

Una cosa (buona, per altro) l’abbiamo capita. L’identità non è in vendita. Catalogna libera significa vita in mutande, meno soldi nello zaino per tutti; una vanità che interessa zero ai catalani. Le masse, sempre, si mobilitano di fronte a una idea. Sono pronte a dare la vita per un sogno. Anche se il sogno è contraffatto. Dopo aver derattizzato le ideologie e straziato con bombe al napalm le utopie, ecco che l’utopia risorge, rabbiosa, e ti morde il culo. Per chi tratta la poesia – che è utopia decuplicata, individualismo distillato, purissimo – la vicenda è ovvia. Prendete la Russia. Quella che cento anni fa ha fatto quel che ha fatto, la Rivoluzione. Beh, la Russia, economicamente, geograficamente, non esiste. La Russia è una idea, è una mirabilia poetica. Sfogliamo Fjodor Tjutcev, magnetico poeta russo vissuto nell’Ottocento. “Con la mente non si può capire la Russia!/ Non la si può misurare con il metro comune…/ Nella Russia si può soltanto credere”. La patria non è quella cosa a cui va buona parte del nostro stipendio. Nella patria si ha fede. L’identità di un uomo non si trincera in confini geografici. Eppure: quel metro di terra intriso di quella muscosa lingua – la vera patria, sempre, è il linguaggio – è identità. Il luogo in cui mi sento a casa. Ulisse che conquista Troia, che acquista onori, che si sbatte Calipso, ma vuole la rude Itaca. Casa sua. Vuole Penelope. Casa sua. E gli dèi donano la notte più lunga del mondo ai due, Ulisse e Penelope, che ne hanno di cose da dirsi, che fanno casa insieme. La cosa che abbiamo capito è che non si misura l’identità in denaro. Che Bill Gates possa comprarsi l’Italia e una fetta di Francia non può importarci di meno. L’essenza dell’Italia – cioè: Dante, Petrarca, Giotto, Leonardo, Manzoni – non è in vendita. I luoghi, di per sé, sono nulla; i luoghi sono gli uomini che li detergono di linguaggio, che li abitano. Altra considerazione banale. L’eccitazione ‘globale’ con moto elastico ci ha fatto scoprire il ‘locale’. Obbligo dell’inglese a scuola? Sono tornati di moda i dialetti. Supermarket ovunque? Abbiamo riscoperto il formaggio del contadino dietro casa. Con una variante – dovuta al denaro sovrano – il formaggiaio dietro casa non può venderci il formaggio perché non rispetta i ‘canoni europei’. Allora arriva Farinetti e s’inventa Eataly, che è il supermarket del cibo ‘genuino’. Insomma, o sei del giro o non conti un cazzo. Idem per la cultura. Non ci piacciono i grandi marchi editoriali e le catene librarie. Ma i piccoli editori non possono sopravvivere, stritolati dal sistema distributivo, a meno che non ci sia un ricco mecenate. L’uomo è una contraddizione vivente: sogna l’isola deserta e compra su Amazon, non conosce il vicino di casa ma ha un mucchio di amici virtuali su Facebook. Analogo discorso nel campo politico. Fatta l’Europa abbiamo scoperto quanto sono belle le nazioni – concetto estinto da decenni – e addirittura che sono meglio le Regioni dello Stato, ed è ancor meglio la città, la città-Stato, perché no, della Provincia e della Regione. Scopriamo la bellezza dell’individuo. Che bello. Solo che l’uomo scopre la bellezza delle cose quando le ha perdute. Pensate ai poveri catalani, stritolati da due marescialli ‘tentenna’: Charles Puigdemont da una parte, che verrà ricordato per il caschetto beatlesiano e la salivazione azzerata più che per l’impeto garibaldino, e Mariano Rajoy, uno che ha la capacità di intuire le situazioni pari a un bradipo, che corre la Formula Uno con il triciclo, che sui cento metri piani viene battuto da una chiocciola. La lotta catalana, idealmente giustissima, è attualmente grottesca. Basti un dato. Il Barcellona Futbol Club, il San Gennaro dei catalani, ha per sponsor la Qatar Airways e la giapponese Rakuten. E veste Nike, mica la sartoria di Girona. Nei giorni scorsi il Guardian, a margine della vicenda catalana, ha pubblicato una mappa dei movimenti indipendentisti europei. Ce ne sono un mucchio. Scozia, Galles, Paesi Baschi, Bavaria, Corsica, Veneto… La mappa dell’Europa è come trapanata da un virus, sembra la carta europea del Cinquecento, frazionata tra principati, ducati, baronie, baronetti. Cosa accadrà? La risposta è semplice. Se va avanti così vince l’autonomismo. Perché il cuore dell’uomo non è in vendita. 72 anni di pace ci hanno resi rabbiosi, pronti a scendere in ballo per ogni battaglia. Anche se disastrosa. Alternativa? Gli Stati Uniti d’Europa – progettati da un poeta, per altro, Saint-John Perse, insieme ad Aristide Briand. In questo modo. Sopprimere i Parlamenti nazionali e riferirsi soltanto al Parlamento europeo. Nonostante le contraddizioni – una identità fondata sull’euro più che sulla lingua è possibile? – la sfida è affascinante. Ci tentò Carlo Magno, qualche secolo fa. Il Sacro Romano Impero d’Europa come antidoto alla Catalogna. Pensateci.

Davide Brullo