“Mi ha emozionato sfiorare il taccuino di Jane Austen, amo Anna Karenina, ma la scienza, per uno scrittore, è indispensabile”: parla Ian McEwan

Posted on Settembre 02, 2019, 8:30 am
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Girano le pal(l)e come eliche di elicottero, mi alzo in volo e sbircio nell’isola di mago Merlino, pardon, in UK, dove attorno al calderone mediatico si radunano bravi scrittori che parlano netto dei problemi attuali: le macchine che ci rubano il lavoro e… la compagna, come racconta McEwan nell’ultimo Machines like me (in Italia stampa Einaudi, con il titolo: “Macchine come me”). Ora, per non spaventare nessuno, diciamo subito che McEwan era ed è contrario all’uscita da UE, ma ciononostante è dinamico e spiazzante come un anarchico controcorrente (leggete qui).

Come dovrebbe essere qualunque scrittore di romanzi. Ce ne fossero in giro anche in Italia; magari si sono semplicemente ritirati attorno al loro camino di provincia. In ogni caso, McEwan va fatto conoscere meglio nella sua attività di parlatore: ecco perché vi traduco due interviste su temi importanti – la memoria degli scrittori conservata nei loro archivi e poi ad ampio raggio le sue visioni accurate sulla storia e la guerra mondiali, le quali reggono il suo romanzo più toccante, Espiazione.

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La prima intervista è del 2004. McEwan l’ha rilasciata dopo aver venduto il suo archivio personale all’università del Texas, all’Harry Hansom Center. In quella cattedrale nel deserto protomessicano, un cubo alla Kubrick che è in realtà relitto europeo, si trova un po’ di tutto: manoscritti di Joyce e lettere di Pound, insieme a note e appunti dei più recenti Burgess e Amis). Lo scrittore riflette sugli archivi, un tema importante anche alla luce delle recenti rivelazioni su Kafka. E poi si sente la solita pressione della scienza sulla contemporaneità, e come il romanziere la attutisce con la sua introspezione, la sua umana empatia.

La seconda intervista è del 2002 e ruota attorno a Espiazione, il romanzo del 2001 che ha fatto epoca e dal quale è venuto fuori un film appassionante. L’opera di trasposizione su schermo non era facile perché il romanzo ha il ritmo di Walter Scott e la concentrazione nella mente femminile di una Austen: però il risultato è stato un film mosso e meravigliosamente moderno. Oltre al ragionamento sul libro capolavoro, nell’intervista si cerca di capire il terrorismo del 2001: i mezzi usati dallo scrittore sono ripescati nel vasto arsenale della storia, del senso comune e della tradizione inglesi.

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Poi le cose sono andate malamente, UK è andata in guerra contro l’Iran e McEwan ha scritto Sabato per spiegare i deliri delle masse. Una buona prova di cui si sente analoga e urgente necessità oggi, per spiegare cosa è frullato nella testa degli inglesi al referendum Brexit: peccato che McEwan ora si esponga di meno, in confronto a come si impegnava un tempo, quando il 12 settembre era capace di dare fuori un articolo su Guardian pensato bene, in meno di un giorno dall’accaduto, e scritto con cura.

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Al di là della politica, l’opera. Su Espiazione leggete una buona intervista italiana qui. Ma queste sono interviste per pubblico italiano e hanno un deficit: manca il good talk inglese che fa letteratura, società senza mai essere totalizzante e moscio come la chiacchiera elevata dei francesi, perché il talk è robusto, è quello degli inglesi che vedete uscire di corsa dagli uffici nel pomeriggio, ben contenti di andare dal lattaio a fare provviste, poi di corsa a comprare il miele.

Un popolo semplice, tutto sommato, dal quale vengono fuori quegli scrittori che magari non saranno conservatori ma rimangono decisamente nobili per parlare a platee universali, diverse. Né le previsioni di complotti finanziari,  né il disordine e la paura verso il vicino, né la visione della rovina ci impediscono di cogliere la bellezza di chi, come McEwan, sa parlare a nome del suo popolo, di UK e delle sue differenze culturali rispetto al resto del mondo. Anche così riusciamo a capire perché Espiazione agiti i cuori dei lettori pur essendo romanzo storico; questo si chiama tradizione, si chiama carattere nazionale. Resiste.

Andrea Bianchi

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Il tuo archivio depositato all’università del Texas ci insegnerà cose che non sappiamo ancora?

Certamente, per prima cosa le bozze legate a ciascuna opera mostreranno al lettore interessato come le idee si siano evolute fino alla loro forma finale. Lo scrittore tende a scordare rapidamente i percorsi che ha abbandonato lungo la via. A volte il sentiero verso un romanzo compiuto prende svolte sorprendenti: raramente si può parlare di vero sviluppo. Per esempio il mio romanzo Espiazione cominciava come una storia di fantascienza ambientata due o tre secoli avanti nel futuro. Del resto, c’è una buona parte di materiale autobiografico nell’archivio ora in Texas. Non sono quel genere di scrittore che fa uso istantaneo dei suoi fatti privati e li trascrive immediatamente con l’invenzione. Updike è l’esempio sommo, qui. La mia invenzione consiste nel prendere in prestito l’esempio di quello scrittore famoso, operando soltanto un deragliamento psichico dalla mia vita. Penso che l’archivio mostrerà questi tenui collegamenti.

Hai mai usato gli archivi mentre facevi ricerca durante i tuoi lavori?

Sì, per il film televisivo The imitation game usai l’Imperial War Museum di Londra, che è la stessa fonte per Espiazione, mi sono basato completamente su fogli e giornali inediti di soldati in ritirata a Dunkirk. E ho tratto le linee basilari da svariate lettere private scritte da infermiere che lavoravano con quei soldati feriti durante la ritirata.

Qual è il valore degli archivi?

Recentemente ho ricevuto la medaglia Bodleian a Oxford e dopo averla accettata mi sono stati mostrati alcuni pezzi dei loro estesi archivi storici. Mi ha mosso qui nel profondo, tenere in mano il taccuino di Jane Austen diciassettenne e poi sfogliare le pagine della prima bozza della Metamorfosi di Kafka. Un archivio ti porta dritto al cuore della creazione letteraria, agevola quella connessione emotiva che chiunque ami la letteratura saprà comprendere. Dietro queste motivazioni certamente il lavoro critico e biografico sugli scrittori dipende completamente dalle risorse di archivi di rango come la collezione di Ransom Centre.

Dicci di questo momento speciale per la narrativa d’invenzione inglese, come ne spieghi la fioritura?

Bene, immaginando tu abbia ragione: in parte, immagino, l’immigrazione interna da tutti gli angoli del vecchio impero ha aiutato a rinvigorire il linguaggio. In parte c’è anche una più giovane generazione che viaggia in lungo e in largo e assorbe tutti gli influssi culturali ed è stata abile a spezzare il provincialismo moribondo delle generazioni precedenti. Poi, negli ultimi trent’anni gli scrittori britannici sono stati in grado di utilizzare l’estetica moderna e postmoderna senza farsene intrappolare, come invece è accaduto sul continente europeo. In altre parole, le virtù ottocentesche e inventive di storie, insieme alla creazione di personaggi plausibili, sono rimaste il caposaldo.

In Espiazione racconti dalla prospettiva di Briony: come sei stato in grado di ritrarre con maestria le emozioni femminili e, di più, nelle varie fasi della sua vita?

A parte la conoscenza abbastanza buona di un certo numero di donne e ragazze di tutte le età, penso valga la pena ricordare che entrare nella testa degli altri è una delle pratiche routinarie dei romanzieri. Le menti degli altri uomini sono semplicemente tanto vicine o remote rispetto a me quanto le menti femminili.

Talvolta la cultura vuole passare il messaggio che umanesimo e scienza sono opposti, ma i tuoi romanzi portano i protagonisti in regni scientifici. Come commenti la situazione, che indirizzo le hai dato nei tuoi romanzi?

Le università sono tenute a rispondere di questa divisione che persiste, abbiamo tutti bisogno di un’istruzione integrale, i due lati hanno molto da imparare l’uno dall’altro. Chi sta con me dal lato umanistico non trova molto di esaltante, soprattutto nelle scienze biologiche; né troviamo molto che possa rinforzare la nostra comprensione della natura umana, parte integrale dello studio nelle arti creative. Noi liberali-artistici-so-tutto-e-nulla necessitiamo di un buono scavo nella matematica e nella fisica per capire cosa sia la vera difficoltà intellettuale. Da parte loro, gli scienziati hanno bisogno di appoggiarsi alle linee abbozzate dal patrimonio artistico, favoloso e meraviglioso – quel che è stato immaginato sulla nostra condizione durante i secoli è una risorsa vitale. E poi la scienza ha bisogno di coltivare e onorare la sua propria tradizione scientifica di forma letteraria, da Leonardo a Francesco Bacone a E.O. Wilson e Steven Weinberg, gli scienziati hanno scritto in modo squisito sul mondo. E poi, ancora, gli scienziati giovani necessitano di imparare a comunicare chiaramente e studiare una materia a impronta saggistica come la storia o l’inglese sarebbe un allenamento utilissimo per ordinare e articolare le idee.

C’è un personaggio letterario col quale ti senti imparentato?

Sono attratto da Levin in Anna Karenina, dal suo amore per gli spazi aperti, per la discussione scottante, e la vita domestica ne è una parte. La sua capacità di essere felici e il modo in cui segue e traccia i suoi passaggi emotivi – questi i tratti che ammiro.

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Vorrei parlare del tuo contributo alla comprensione dell’11 settembre e del tuo romanzo Espiazione.

Sai, considero gli eventi dell’11 settembre abbastanza anomali. Lo shock l’ha sentito ognuno. È stato un incidente diretto anche per me perché caso vuole che sia sposato con una editor di Guardian. Ho chiamato in redazione per dire “Fuori dal comune, come l’affronti?” e lei disse “Scrivi qualcosa per noi”. Tutta la sala delle news era in ebollizione e istintivamente disse “Certo che no” e questo mi diede tempo per riflettere. Poi pensai “Bene, ora non sto scrivendo romanzi, l’unica cosa che ho in testa è questo fatto, risponderò alla nuova sfida”. Mi sedetti quel giorno stesso per scrivere un pezzo, come fecero molti altri colleghi, avevo una traccia molto specifica – come reagisce chi guarda questa novità in televisione? In un senso preciso, è più facile per il romanziere andare a caccia di punti di raccordo, di incroci tra pensiero e sentimento. Questo avvenimento pareva produrre un’esplosione troppo grande di pensieri sconnessi su tutte le conseguenze che sarebbero arrivate, eppure era ancora troppo presto. Eravamo intrappolati nell’evento che ancora non si era dispiegato del tutto e sapere quale fosse l’entità dannosa ed emotiva doveva ancora stupirci – il livello di tragedia umana.

Siamo d’accordo che un romanzo in grado di rappresentare le emozioni non è per forza del genere emotivo che fa versare lacrime. Eppure, con l’articolo sull’11 settembre e con Espiazione, che ha vinto il Booker, ti avvicini a quel genere di scossa che danno gli scrittori americani.

Ecco una buona ragione per cui agli scrittori americani è chiusa la partecipazione del Booker – Roth l’avrebbe vinto almeno quattro volte. Con Jane Austen continuo a credere che tutta la vita umana la si può esaminare da pochissime relazioni in un villaggio, questa visuale regge ancora.

Oltre alla rievocazione realistica delle lettere scritte dai soldati alle fidanzate, dove si parla di cose molto concrete come il cottage dove vorrebbero scappare insieme, trovo che la scena di Briony infermiera al capezzale del soldato malato sia straordinaria. Dimmi, come sei riuscito a inserire questo cameo vittoriano nella tua struttura romanzesca?

Ma… la storia d’amore centrale non riguarda Briony, semmai la sorella e l’altro uomo. Sentivo che, a meno di non lasciar erompere il sentimento di Briony in quella scena del capezzale… c’era come qualcosa di inaffidabile nel modo in cui lei raccontava l’amore. C’è un altro passaggio dove lei è a Westminster Bridge e passano due giovani officiali e lei sente un bang improvviso, il senso che la sua vita era tutta rinchiusa nell’ospedale, con tutte quelle routine e qualcosa di enorme stava ancora mancando. Sapevo che una volta conclusa questa parte del libro sarei dovuto saltare avanti negli anni, ’50 o ’60, e avevo bisogno di un momento in cui attutire Briony in quel tempo. Quanto alla scenda d’amore precedente, quella della biblioteca, pensavo di non aver costruito una vera scena di sesso, forse avrei dovuto. Certo, sono notoriamente difficili da scrivere. Sai bene che altre persone l’hanno fatto in modo diverso. Pensavo a John Updike e il suo interesso visivo, quasi mascolino, per la membrana e il muco, ma quello di Briony era un resoconto di una donna di 77 anni. Fondamentalmente diverso. Una descrizione come quella che doveva fare lei, di due persone innamorate per la prima volta, e per la prima volta a fare l’amore, mi pareva molto più difficile della scena vittoriana del moribondo al capezzale… quel che lei fa lo facciamo anche noi in un modo o nell’altro: credere a quanto vediamo. Abbiamo un mind set e vediamo conseguentemente con questo. Soprattutto noi inglesi, diversamente dagli americani, dove c’è un Saul Bellow che viene tutto dalla strada e però è un intellettuale senza remore: questo ha a che fare con la nostra struttura sociale, in USA c’è discussione aperta, mentre qui, anche ora che rispondo alle domande del pubblico, trovo ancora difficile per un romanziere inglese essere intellettuale e appassionante al tempo stesso, impressionato dal mondo eppure curioso, e ben piantato per terra. Sento ancora che la classe è un elemento che ci limita.