Elogio di Max Beerbohm, “il principe degli scrittori minori”, come lo definiva Virginia Woolf, morto a Rapallo qualche decennio fa. Pubblicatelo!

Posted on Maggio 20, 2020, 11:46 am
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Oggi 20 maggio è la ricorrenza infausta della morte terrena di Max Beerbohm. Ma che nome è? Chi è questo Carneade che morì nel 1956 (!) a Rapallo?

Diciamo subito che è stato ripreso nel 2015 dalle edizioni della NY Review of Books: L’Olimpo senza menate classiste o di genere. In questi 5 anni a New York si sono anche tolti lo sfizio di cambiargli la copertina, migliorandola. Nella prima edizione compariva quel grassoccio di Beerbohm, non era uno splendore bensì per contrappasso un abile caricaturista: così ora trovate su Amazon un suo bozzetto nella nuova copertina.

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Beerbohm nasce nel 1872, è amico di Wilde, il nostro Cecchi lo imita una pagina sì e l’altra pure, però siccome è di Kensington a Londra (zona attuale delle ambasciate) non ha bisogno di scrivere cento romanzi e di lui resta poco. Nemmeno a Rapallo nessuno sa più dove abitasse. Mi illudo di aver trovato la sua casa in una villa sopra il Porticciolo che ha il motto Incedo per ignes suppositos cineri doloso

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Sentite come lo elogiava la Woolf nel 1922: “Era il principe degli scrittori minori, era se stesso con semplicità, in modo diretto, ed è rimasto se stesso. Con lui abbiamo avuto un saggista in grado di maneggiare lo strumento più idoneo e pericoloso per l’arte del saggio: la personalità. Lui ha infuso la propria dentro la letteratura, non in modo inconsapevole e impuro, ma al punto che non sappiamo dove inizi il Max saggista e dove finisca il Max privato” (The modern essay).

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Lo trovai in una biblioteca londinese e mi colpì il titolo di quella raccolta made in NY: chi era questo Principe degli scrittori minori come lo vezzeggiava Virginia Woolf? Era, tanto per cominciare, autore di un piccolo gioiello antologizzato ai suoi tempi da Borges & Bioy Casares. Questo gioiello è Il più bel racconto di Enoch Soames e lo trovate online perché fu antologizzato a sua volta da Sellerio. Quel libretto andò sotto il titolo Storie fantastiche per uomini stanchi e così si condannò alla macerazione obliosa del tempo.

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Per rilanciare uno come Beerbohm, in effetti, non poteva andare a segno l’operazioncina Sellerio, stile Sciascia puro: non funzionò poi nemmeno la galanteria patriottarda dei bolscevichi Editori Riuniti quando produssero una piccola collana fantascientifica, Il Pesanervi, buttandovi dentro un romanzo di Beerbohm che più snob non si potrebbe, Zuleika (poi ripreso da Baldini+Castoldi). Cosa bisogna fare con Beerbohm? È veramente un ingestibile rompipalle? E allora va agguantato come fossimo un’iguana feroce. Lo si potrebbe anche sfogliare su google books come lettori anarchici.

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Beerbohm è il caso classico di snob diventato magicamente lettura aristo-pop. Era un santino di Bolaño, che voleva rinascere o come Beerbohm o come uno scrittore belga.

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Ora dovete fare voi la prova del nove. Mi ero tradotto sopra la pagina inglese un saggetto di Beerbohm dove il nostro eroe faceva ironia sui casi letterari che ai suoi tempi erano ripescati soprattutto in area miteleuropea (vi dice niente? Non sembra la vecchia piaga adelphiana con Sebald e compagnia cantante?)

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A proposito: la Mitteleuropa era una Pangea letteraria, una grossa falda lungo la quale si mescolavano identità. Oggi ne resta poco e la ritroviamo forse leggendo i libri di chi la visse. Gente come Sebald, o come il Kolniyatsch inventato da Beerbohm, sono il parto incongruo di un’Europa che è esistita in un sogno di mezza geografia e mezzo tedesco innestato su gerghi autonomi: ceco, polacco, tedesco apolide, addirittura e poi ungherese che è lingua di radici differenti.

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A mo’ di parentesi.

Fortuna che da noi Adelphi accarezza l’inconscio degli italiani mettendo nel catalogo tanta Germania ed Europa di mezzo. Dagli anni Ottanta Calasso ha sollevato lo stemma della cultura italiana con l’esplosione quantitativa delle sue collane extra-letterarie e poi con l’arruolamento di autori fuori dal suo canone ancestrale e mitteleuropeo. Ha assunto un’identità più individuale. Adelphi è ora chiaramente la proiezione, o meglio l’allungamento, della mente del suo unico stake-holder. Con tutte le idiosincrasie del caso, bellissime e buffe, che la portano al pop dell’individualismo. Perciò nel catalogo c’è roba per tutti (o quasi). Devoti di Mitteleuropa, servitevi.

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A ben vedere Beerbohm aveva ragione nella satira della Mitteleuropa. I tedeschi, gli ungheresi e i loro vicini approdati ad Adelphi lungo una vena carsica hanno un’identità bruta: vanno fino in fondo alla loro barbarie per apparire un goccio più civili. I loro pensieri, le loro azioni sono irruente: il risveglio brusco da un torpore sotto un albero di pianura. Siamo sicuri che queste ‘qualità’ diano loro diritto a essere qualcosa di più che semplici libri da leggere?

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Per non concludere.

Se prendete il libro di un inglese purosangue come Max Beerbohm, che gioia invece! Potete immaginare che con la sua classe Beerbohm ridesse sotto i baffi delle mode isteriche che giungevano dalla Mitteleuropa. Godetevi questa sua vita immaginaria alla Schwob, coagulata nel 1920. Cioè quando pubblicò una delle sue ultime cose (And even now) prima di scappare a Rapallo e sotterrare la penna. (Andrea Bianchi)

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Max Beerbohm, Kolniyatsch

Nessuno di noi che teniamo gli occhi fissi sul paradiso della letteratura europea può dimenticare l’emozione che provò quando, pochi anni or sono, la stella infuocata di Kolniyatsch danzò davanti ai nostri sguardi. Giacché nessuno potrà obiettare al riguardo, sostengo ora di esser stato il primo a valutare la magnitudine di questa stella e ad anticiparne l’ascesa che di fatto fu trionfante. Questo nei giorni che Kolniyatsch era ancora vivo. La sua morte recente ci dà lo spunto perché arrivi il suo boom definitivo. Io non ne resterò fuori. Farò spintoni per arrivare a incidere il mio nome, ben largo, sulla pietra tombale di Kolniyatsch.

Questi cari stranieri vanno sempre elogiati con cura. Con la sola menzione dei loro nomi voi evocate dentro il lettore o ascoltatore un vago senso della loro superiorità. Grazie a Dio, non siamo insulari come un tempo. Non dico che non abbiamo talenti in patria. Ne abbiamo cumuli, piramidi, tutt’intorno. Ma dove trovare quel modo di titillare genuino se non ci servissimo dei rifornimenti in apparenza inesauribili che ci vengono forniti dalle anime angosciate del Continente – Slavi infantili dagli occhi grandi, Teutoni titanici, Scandinavi del tutto ciechi, tutti tra loro differenti eppure in subbuglio nelle loro tenebre comuni, tutti tesi in un sol gesto per cavar fuori di sé le loro forze da esportare all’estero! Non vi è dubbio che la nostra continua ricezione di questi benefit abbia avuto un effetto corroborante sul nostro carattere nazionale. Di solito eravamo abbastanza flemmatici, o sbaglio? Abbiamo imparato a essere vibranti.

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Di Kolniyatsch, come di ogni spirito magno e autentico in letteratura, è vero che va giudicato più quel che scrisse rispetto a quel che fu. Ma la qualità del suo genio, tutto nazionale e però universale, è al contempo così profondamente personale che non possiamo permetterci di chiudere gli occhi davanti alla sua vita – una vita felicemente non sprovvista di quei dettagli sensazionali che poi son quello che realmente ci interessa.

“Chi ha lacrime per piangere, si prepari a versarle adesso”. Kolniyatsch nacque, ultimo di una lunga serie di raccoglitori di stracci, nel 1886. All’età di nove anni aveva già fatto sua una robusta passione per l’alcolismo che doveva avere in seguito una grossa influenza nell’impastarne carattere e sviluppo di pensiero. Non si ravvisano nella sua infanzia altre promesse circa il suo carattere eccezionale. Non fu prima del suo diciottesimo compleanno che assassinò la nonna e fu mandato in quel ricovero dove compose poesie e opere teatrali che appartengono a quella che oggi definiamo la sua prima maniera. Nel 1907 fuggì dal ricovero o chuzketch (cella) come lui la chiamava sardonicamente e, avendo acquisito denaro con violenza, diede, salpando per l’America, prova precoce che il suo genio era di quelli che valicano frontiere e mari. Sfortunatamente, non era un genio atto a passare oltre il lazzaretto di Ellis Island. L’America, sia detto a suo titolo imperituro, lo respinse. Già nel 1908 lo troviamo di nuovo nei suoi vecchi quartieri, mentre lavora a romanzi e confessioni autobiografiche che, nell’opinione di qualche critico, saranno la pietra di paragone della sua fama. Purtroppo oggi non è così. Domani saranno passati quindici giorni dacché Luntic Kolniyatsch ha lasciato in pace questo mondo, nel ventottesimo anno di sua vita. Sarebbe stato l’ultimo a volere che indulgessimo in qualche sentimentalismo malaticcio. “Qui non c’è nulla per le lacrime tranne quel che va bene ed è onesto e che potrà farci tranquilli in una morte sì nobile”, soleva ripetere.

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Max Beerbohm in una caricatura pubblicata su “Vanity Fair” nel 1897

Era matto Kolniyatsch? Dipende da quel che s’intende con questa parola. Se ci riferiamo, come fecero i burocrati di Ellis Island insieme ai suoi amici e parenti, allora dobbiamo ammettere che non aveva quel genere di atteggiamento compiaciuto e timido che noialtri abbiamo, e allora Kolniyatsch non era sano. Dando per assodato che fu matto in un senso più ampio, noi opponiamo invece un blocco cementizio anti-bomba davanti agli Eugenisti. Provate a immaginare cosa sarebbe oggi l’Europa se non vi fosse mai stato Kolniyatsch! Come avverte un suo critico: “Davvero non diciamo nulla di esagerato affermando che a breve verrà il tempo, e potrebbe essere anche più vicino di quanto presumono molti tra noi, quando Luntic Kolniyatsch sarà riconosciuto, a buon diritto o meno, come uno dei meno indegni scrittori estremamente sintomatici degli inizi del ventesimo secolo i quali sono, possibilmente, ‘per sempre’ o per un periodo di tempo più o meno, certamente, degno di considerazione”. Questo è detto con finezza. Ma dal canto mio mi spingo più in là. Dico che il messaggio di Kolniyatsch ha mandato a fondo ogni altro messaggio che è o sarà. Mi domandate quale sia, precisamente, questo messaggio? Ebbene, è fin troppo elementare, troppo vicino al cuore della nuda Natura, per poterne dare un’esatta definizione. Sapreste dire qual è il messaggio di un pitone arrabbiato che sia più soddisfacente di S-s-s? O di un bulldog infuriato col suo Moo? Il messaggio di Kolniyatsch sta tra questi due. Appunto: da qualunque lato lo affrontiate, non riuscireste a inserirlo in una sola categoria. Era un realista o un romantico? Nessuno dei due, ed era entrambi. Da più di un critico è stato chiamato pessimista, ed è vero che parte della sua opera può essere calibrata sul suo pessimismo personale – di corsa e arrabbiato e non al modo dei suoi banali precursori che erano pessimisti verso le cose in generale, o verso le donne o se stessi, perché il suo pessimismo è profuso con pari durezza e odio verso bambini, alberi, fiori, luna e in verità verso tutto quel che i sentimentali hanno serbato in loro favore. D’altro canto, la sua fede bruciante in un Demonio personale, il piacere sincero causatogli da terremoti ed epidemie e la sua credenza che tutti tranne lui saranno riportati in vita per morire ibernati in una epoca glaciale ventura, ebbene questi elementi gli conferiscono un tono ottimista.

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Per nascita e frequentazioni fu uomo di compagnia e allo stesso tempo aristocratico da capo a piedi, e Byron l’avrebbe chiamato fratello, anche se poi c’è da tremare a pensare a come lui avrebbe chiamato Byron. Per prima ed ultima cosa, fu artista e per la sua maestria tecnica si staglia su tutti gli altri. Che sia in prosa o in versi, si mantiene in un ritmo spezzato che è quello proprio della vita, con una cadenza che ti prende alla gola, come un terrier che abbia catturato un topo e sugge da voi fino l’ultima goccia di pietà e stupore. La sua abilità nell’evitare “la parola inevitabile” è semplicemente miracolosa. È la disperazione del traduttore. Lungi da me diminuire le devote fatiche di Mr. e Mrs. Staccapanni [Pegaway], la cui monumentale traduzione delle opere complete del Maestro si sta avvicinando alla sua splendida conclusione. La loro promessa di una biografia della nonna assassinata è attesa con trepidazione da tutti coloro che nutrono un interesse sconfinato – e chi di noi non è tra questi? – verso i materiali kolniyatschiani. Ma Mr. e Mrs. Staccapanni sarebbero tra i primi ad ammettere che la loro resa della prosa e dei versi che così tanto amano è una sostituzione malfatta della realtà sostanziale. Volevo affrontare io questa fatica, ma loro vi si sono fiondati e hanno cominciato prima di me. Grazie al cielo, non possono privarmi del piacere di leggere Kolniyatsch nel suo idioma gibrico originale e di beffare chi non ci riesce.

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Dell’uomo in se stesso – ché in molte occasioni ebbi il privilegio e il permesso di visitare – ho la più piacevole e la più sacra delle rimembranze. La sua personalità era di quelle magnificamente vivide ed intense. Il volto incantevole di forma perfettamente conica. Gli occhi due lampade rotanti collocate molto vicine tra di loro. Il sorriso ti inseguiva in una caccia amorosa. Vi era un tocco di cortesia medioevale nella repressione che si imponeva per non afferrarti la giugulare. La voce aveva note che ricordavano M. Mounet-Sully negli ultimi passaggi maestosi dell’Edipo re. Ricordo che parlava sempre col più gran disprezzo delle traduzioni di Mr. e Mrs. Staccapanni. Le paragonava a – mi fermo qui! Il boom del caso Kolniyatsch non è ancora al suo massimo. Di qui a un paio di settimane potrò rialzare il prezzo delle mie Conversazioni con Kolniyatsch.

Max Beerbohm

* traduzione di Andrea Bianchi