Elogio della maestria contro il blabla dei talk televisivi. Ovvero: Maurizio Pollini e Tanizaki ci aiutano a capire il valore della dedizione marziale, dello studio, del silenzio, della forma pura

Posted on Aprile 09, 2019, 12:49 pm
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Amo la forma – mi eccita. In un tronco solo qualcuno sa intravedere una Pietà e soltanto qualcun altro sa scolpirla. Da una tela, con qualche tocco, l’artista sa elevare una forma che prima non c’era, che ora c’è, e chi ne avrà ricordo, in quali nervi si memorizzerà, chi ne è il responsabile, ora?

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Nel temporale televisivo, giornalisti e politici sbraitano – magari dicono cose interessanti: il tono stona, i gesti, marziali, segano il vuoto. Più alzano la voce più, al posto di attizzare l’attenzione, mi annientano nel tedio. Armeggio con il telecomando. Su Rai 5 o qualcosa di simile c’è un uomo che fa gli stessi gesti marziali, ma sta in silenzio. Quei gesti, che hanno qualcosa della strategia di guerra, della disciplina monastica, della prassi sciamanica, evocano, davanti a lui, una forma pura. La musica. I gesti nell’aria di quest’uomo – che nel silenzio parrebbero quelli di un pazzo – fanno di un gruppo sparso di musicisti un unico corpo sonoro. Una forma che prima non c’era, ora c’è, si eleva in spirali, entra nelle narici, nelle orecchie, negli occhi – ha corpo e odore – e produce, immediatamente, dei sentimenti. Struggimento, malinconia, frustrazione, passione, noia. Una forma del sentimento che prima non c’era, ora si staglia come un monolite in noi: a volte il monolite preme contro le pupille a tal punto da farle esplodere nel pianto.

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Sul New Yorker Richard Brody ha firmato in questi giorni un articolo su The Pianist Maurizio Pollini and the Shock of the Old. Il vecchio non è Pollini, di cui si riconosce il genio della longevità nelle recenti esibizioni al Carnagie Hall. Il ‘vecchio’ è la tradizione musicale. “La gioia principale nell’ascoltare brani noti e familiari durante un concerto di musica classica è il ripristino del loro valore di shock. L’arte classica è il modernismo e il radicalismo estetico del passato, e la cosa più esilarante che ho udito dagli interpreti… è il loro tentativo di rimuovere il vigore della vernice, per ricavare una musica più raffinata, culturalmente melodica, emotivamente consolatoria”. Il talento di Pollini, vecchio d’entusiasmo, innovativo nello studio, è quello di enfatizzare “gli elementi ossessivi e stordenti dei pezzi”, rivelando “il carattere conflittuale, provocatorio, coinvolgente e inquietante della musica classica, troppo spesso recepita in una specie di ambiente raffinato, ovattato”.

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Mi colpiscono due cose. Primo. Il ‘classico’ non è lo standardizzato, il marmorizzato nel mausoleo dei busti perduti, l’intoccabile o il morente. In realtà, non esiste il ‘classico’: l’arte è fatta per mordere, è opera che si rinnova. Classica per attività famelica, insaziabile. Secondo. Inginocchiarsi davanti alla forma pura. Di fronte alla forma che appare e si appropria di noi, ci si commuove, per eccesso – il pianto – o per difetto – la rabbia. La forma è possibile dopo una strenua dedizione – altrimenti, non è forma ma aborto, oblio, stortura. Bisogna usare maestria, essere maestri per dare forma e mostrarla al pubblico. Sulla maestria Jun’ichiro Tanizaki ha scritto un saggio molto bello. “Gli uomini d’arte di scuola orientale sono ben saldi e talvolta troppo onesti, al limite della stupidità, persone che non si spostano mai dal punto in cui sono arrivate, e che continuano a perfezionare la tecnica all’infinito. Ingenui come bambini e abili nella pratica, essi difettano della capacità teoretica e non sciorinano opinioni erudite sull’arte; si impegnano a fondo e sono provvisti di una grande umiltà, che talvolta li fa apparire persino sottomessi; non si scompongono di fronte alle critiche e non reagiscono mai e poi mai alle provocazioni”. Secondo Tanizaki l’attitudine degli artisti occidentali è diversa, perché costoro “sembrano volersi garantire su ogni fronte, man mano che cresce la loro notorietà. Essi si sforzano di mantenere le posizioni raggiunte e il favore del pubblico”. Il problema, qui, penso che sia di indole; di fatto, l’artista è concentrato sull’opera, sulla delizia della dedizione e del particolare, ed è un po’ fuori dal mondo e dal tempo.

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Per questa ragione, Tanizaki ritiene inconciliabile l’attività politica con quella artistica. “Quando vedo rappresentanti di movimenti politici, deputati della Camera elettiva e altri individui di tal fatta, quando mi trovo di fronte alla loro esuberante energia, fisica e spirituale… ho la sensazione che costoro siano inarrivabili per gente debole come noi, e mi dico che solo uomini dotati della forza delle belve possono sopportare le lotte tra i partiti, mentre l’artista deve difendere il posto che gli compete in virtù del proprio carattere e della propria vocazione; mi ritrovo spesso a pensare che per gettarsi nell’agone politico sia necessario abbandonare l’arte”. D’altronde, la verità marziale dell’artista, marziano alla società, si esprime in altro. “Anche il più codardo degli artisti, finché asseconderà i propri doni naturali e affinerà la propria arte, sarà pronto per quest’ultima a rischiare perfino la vita e, senza neanche saperlo, il suo corpo si preparerà alla morte. In ciò consiste il suo coraggio”.

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Le parole sono suoni, i libri sono una sinfonia, gli interpreti siamo noi, quando leggiamo – non esiste un ‘ascolto’, cioè una lettura che ci equivalga. Di fronte alla forma – musicale, poetica, romanzesca, pittorica – bisogna stare in silenzio, per vederla e farsene pervadere. Al contrario, siamo assediati da persone che pensano che siano le urla a favorire il loro successo personale, che la rapacità, e non la disciplina, sia carisma. (d.b.)