“Perché sul punto di spegnersi il mistero parla…”. Maurice Chappaz, il poeta che ha trovato il Tibet sulle Alpi

Posted on Luglio 12, 2020, 7:45 am
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Pensavo fosse possibile una vita tra i monti – ma solo nel sogno, in una camera da letto che pende sul fiume, stretto, evocato dall’inno delle pietre e dal loro rimpianto, ci si può mutare in lupi e apprendere la precisione del falco. Il lago, da lì, sembra una piastra in bronzo, un amuleto – chi è del lago va in barca, con sensuale avidità di mare; chi è qui, arma gli scarponi, rincorre a zodiaco inverso gli scorpioni, senza scopo. A volte scendevo al lago a piedi, mi abbeveravo alla Margaroli, mitica libreria di Intra, Verbania. Ora non c’è più – o meglio, è trasmutata in catena libraria. La Margaroli era il cervello di una casa editrice – sede: Verbania, piazza Ranzoni – si chiama Tararà. Al bordo del lago, una casa editrice “specializzata in letteratura di montagna”.

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Scoprii più tardi che il libro più noto di Maurice Chappaz, Il Vangelo secondo Giuda, stampato da Gallimard nel 2001, era stato tradotto, per Tararà, da un amico, il poeta Flavio Santi. “Una dopo l’altra le poesie mi lasciano, si muovono, ma mi sembra ancora di decrittare ricordi con le parole di poeti diversi, inghiottiti, fuggiti verso la fine del mondo, di passaggio nella mia coscienza, quasi visibile. Non so da dove venga questa voce, la penetro, a tentoni tra cespugli neri, su sentieri alla fine dell’era”. Il libro, tradotto nel 2010, l’ho regalato a Domenico Quirico, l’inviato speciale, in memoria di un incontro, accaduto a Lima. Quasi condor stavano, all’altro lato del mondo, in cima ai cancelli – puntavano un al di là di me.

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Nel 2000 Tararà pubblica un libro meraviglioso, s’intitola Vallese-Tibet. Icona dei contadini di montagna. La prefazione è di Mario Rigoni Stern: “Quanti ancora notano i semplici segni? Siamo pochi vecchi, ormai. L’erba cresce e nessuno più la taglia, il bosco avanza e copre i pascoli. Non c’è tempo per osservare; nemmeno di riflettere. Sono sempre meno quelli che vanno a piedi. Ancora di meno quelli che coltivano la montagna. Sono sempre molti, invece, quelli che fanno le file agli impianti di risalita”. Quando ho letto Chappaz mi ha sorpreso questo: è uno che scrive andando a piedi. Enumera le stelle, le valuta con lo scroscio del fiume, sa che la parola non è una pietra – ma può lapidare. C’è una calma limpida, lampante. “La mia epoca è stata spazzata via. I paesi scappano, le campagne si impigliano, si perdono l’una nell’altra. Non so più dov’è la mia casa”, dice Chappaz. Avere il privilegio di una infanzia tra i boschi – nel paese, singolare, sopra il Lago Maggiore, in cui ho abitato, non c’erano negozi ma una chiesa, che fungeva da agorà e da fuoco; il sabato, quando dalla porta semiaperta vedevi la pala, le candele, la tovaglia, il calice, l’ombra del prete, sentivi, con nitidezza meridiana, il ruggito del sacro. Avere il privilegio dei boschi, dico, quando infanzia e sogno sono nello stesso magma, è addestrarsi a perderlo.

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Maurice Chappaz (1916-2009) è uno scrittore svizzero, cresciuto nel Vallese, un ‘classico’; ha sposato la poetessa S. Corinna Bille nel 1942, ha avuto tre figli. Nato da una famiglia di avvocati, sceglie la letteratura, Paul Eluard ne benedice il talento, viaggia, scrive sui giornali, si occupa di una vigna, si applica come geometra. Dagli anni Settanta scrive contro il turismo che dilania le montagne, che fa dell’ascesi una cartolina. Ha ottant’anni quando viene riconosciuto con il Prix Schiller; i suoi libri, memorie vetrificate di tenerezza e di vertiginosa ribellione, sono pubblicati da piccoli editori, molti, ora, sono stampati da Fata Morgana. “Tutto inizia, in Chappaz, da un infantile grido di gioia, a 22 anni”, scrive Philippe Jaccottet commentando questa terzina: “…vorrei dire soltanto/ meraviglia meraviglia/ ma allora chi dirà la notte? chi dirà l’estate?” (Verdures de la nuit).

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Di Maurice Chappaz vorrei tradurre tutto. Le livre de C – edito da Fata Morgana, con uno scritto di Jean Starobinski – si concentra sulla morte di Corinna, accaduta nel 1979. “Un’isola al mondo come il dorso di una balena. Dicono che i marinai in viaggio evochino la terra; gli si approssimano, mangiano. Alimentano un piccolo fuoco e l’isola, che si è appena rivelata, affonda nell’oceano. Allo stesso modo, al momento della morte, la terra ci lascia, ci immergiamo in un’acqua illimitata, senza palazzi…”.

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La mia copia di Vallese-Tibet è ingiallita; l’ho portata con me nei recessi e nei ricoveri della Val Grande, una delle aree più selvagge del paese. Qualcuno mi avvisava quali piante succhiare per un immediato conforto, un altro, dal dialogo in spirali nei cespugli, sapeva riconoscere la vipera. Non è difficile vedere il falco, ma parlargli. “La vita qui, intessuta di miseria (dominata collettivamente), splende di qualcosa di intatto o di vergine, un valore in sé che ci sfugge. L’infallibilità si sogna o si vive… La peggiore illusione si chiama progresso. Basandoci su questo fatto: c’è una perfezione del mondo piuttosto terribile, dato che tutti i mali sono possibili, allora lo sono anche tutti i beni. I soli a non cascarci, con una speranza, piccoli villaggi tra due valanghe”. Torna la parola meraviglia, sbigottimento bianco, etimo in cui il verbo plana al silenzio: “Meravigliati, gli artisti hanno avuto naso e hanno fatto il loro mestiere. Perché sul punto di spegnersi il mistero parla, non ho avuto bisogno di impararlo… Solo gli gneiss, i larici e i loro fiumi sapevano andare fino in fondo… Verso una reincarnazione”.

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Non asserisce e non assolve, la poesia – assomiglia. Coagula il sole, la sua eclissi – può essere una cittadinanza, la sua sconfitta. Nel 1987 Gallimard pubblica le Georgiche di Virgilio, “l’ex padre dell’Occidente”, secondo Chappaz; dall’apicoltura alla discesa agli inferi, come se i morti vivessero in un immenso alveare, liquefatti i ricordi.

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“L’altitudine vista come gli oceani, nei romanzi di Joseph Conrad e di Herman Melville”, è scritto a proposito di La Haute Route (per Tararà, L’alta via). In Vallese-Tibet torna la metafora dell’alveare. “Forse le scritture, tendo i miei fogli ancora bianchi, servono per raccogliere gli ultimi sciami? Che lasciano gli alveari quando i proprietari dormono sotto terra. Qualche parola alata fugge via. Il Tibet fu l’ultimo alveare”. Da lontano, Oriente pare un triangolo di miele; le città europee sono convalidate dal corvo e dal randagio. Anche la fatica è una variante della poesia, le mani in preghiera, giunte, simulano una cima, gli occhi, poi, vanno spesi, svuotati perché qualcuno ne confermi il fiume, il fine. (d.b.)

In copertina: la fotografia di Maurice Chappaz è tratta da qui