“Primo principio: Non siamo mai così felici come nell’esaltazione”. È ora di riscoprire Maurice Barrès. A 130 anni dalla pubblicazione di “Un homme libre”, un brano inedito in Italia

Posted on Luglio 17, 2019, 11:44 am
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Novant’anni dalla morte di Hugo von Hofmannsthal, il 15 luglio del 1919. Centotrent’anni dalla pubblicazione di Un homme libre di Maurice Barrès. Per la prima volta in italiano, ecco l’incipit del secondo volume della trilogia barrèsiana del “culto di sé” di cui costituisce la chiave di volta, giocata su di un particolare equilibrio tra il romanzesco, l’analisi psicologica e il saggio. (Marco Settimini)

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Maurice Barrès, Le Culte du moi [Il culto di sé], vol. I/3: Un homme libre [Un uomo libero], Libro I: In stato di grazia, “La giornata di Jersey”, 1889, tr. it. di Marco Settimini, 2019.

Sono andato a Jersey col mio amico Simon.

L’ho conosciuto quand’eravamo bimbi, sulla sabbia nella casa di sua nonna, dove già costruivamo dei castelli. Ma fummo intimi soltanto con la maggiore età. Mi ricordo la sera in cui ci trovammo in place de l’Opéra verso le nove, tutti e due in frac da sera: mi resi conto con un brivido di gioia contenuta che avevamo in comune dei pregiudizi, un vocabolario e degli sdegni.

[…] Era mondano a Londra e a Parigi, e poi si ritemprava in campagna. Passa per eccentrico, perché c’è un che d’imprevedibile nelle sue risoluzioni e dei gesti bruschi. È un ragazzo molto nervoso e sistematico, dall’aspetto glaciale. […]

La sua attitudine alla spesa e la sua cura nel vestire lo costringono a dei lunghi soggiorni nella proprietà di famiglia sulla Loira. Là la cucina è sapiente, i suoi genitori gli sono affezionati, ma in mancanza di donne e di scosse intellettuali vi si annoia nei caldi pomeriggi. Annoto però che un giorno mi disse: “Adoro la terra, i vasti campi a distesa di cui sarò proprietario, schiacciare col tallone una zolla sputando un po’ di saliva con le mani affondate nelle tasche: ecco una sensazione sana e orgogliosa”.

L’osservazione mi parve ammirevole, perché non sospettavo affatto quel genere di sensibilità. […]

È nel corso di qualche passeggiata di salute interrotta da paste fresche alla rotonda dell’Étoile che sondai gli intimi pensieri di Simon e che scoprii in lui quella sensibilità poco spinta ma assai completa che m’incantò, sebbene manchi di asprezza.

Decidemmo di trascorrere assieme e i mesi estivi a Jersey.

Quel genere di villeggiatura è disprezzabile: pessimi sigari, insipidezza da pascoli svizzeri, mediocrità della gioia.

Avemmo la debolezza di portare con noi le nostre amanti. E la loro volgarità ci fece star male nelle piccole carrozze del Jersey ricolme di gentili miss.

A Parigi le nostre ragazze facevano uno sfoggio assai distinto: belle donne, bei coloriti; ma laggiù, presto ingrassate, si congestionarono. […]

Prima di andare a dormire il mio amico ed io, soli sul piccolo sentiero vicino alla spiaggia sulla quale si rifletteva l’immensa finestra violentemente illuminata del nostro salotto, assaporammo nel vasto rumore dei flutti neri un’autentica soddisfazione nel disquisire della volgarità della gente, o per lo meno sulla nostra incapacità di sopportarla.

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[…] [U]na vettura ci portò fino alla baia di Saint-Ouen.

Sulle prime avemmo la sensazione gioiosa di vedere per la prima volta quella spiaggia stretta e impetuosa e ci sedemmo vicino alla spuma delle onde che vi s’infrangevano. Poi una tazza di tè ci rinvigorì lo stomaco. Il servizio era come si deve, in un clima tiepido, di fronte alla facciata pulita di un albergo nuovissimo, tra cinque o sei gruppi eleganti e a modo. Scrutavo il volto di Simon; al terzo sorso vidi che sua gravità si stava rilassando. Mi sentii a mia volta bendisposto.

“Non è forse il primo minuto piacevole che passiamo qui a Jersey? Eppure non ci sarebbe stato difficile organizzarci in questa maniera”, gli dissi. […]

Rispose: “Tu dimentichi altri due piaceri: l’analisi che abbiamo fatto ieri sera della nostra noia, e l’illuminazione di stamane, a tavola, quando ci siamo entrambi sorpresi a soffrire dell’impudicizia dei loro appetiti.

“Smettila!” gridai, perché intravidi dove voleva andare a parare.

E ridendo per la gioia di avere un tema da meditare corremmo a sistemarci su uno scoglio di fronte all’Oceano salato. Nel giro di un’ora eravamo giunti ai seguenti princìpi che copiai la sera stessa prima di addormentarmi:

Primo principio: Non siamo mai così felici come nell’esaltazione.

Secondo principio: Ciò che aumenta di molto il piacere dell’esaltazione è il fatto di analizzarla.

La più flebile sensazione riesce a darci una gioia considerevole se ne esponiamo i dettagli a qualcuno che ci capisce al volo. E anche le emozioni umilianti, così trasformate in materia di pensiero, possono diventare voluttuose.

Conseguenza: Bisogna sentire il più possibile analizzando il più possibile.

Noto che per analizzare con coscienza e con gioia le mie sensazioni, di solito ho bisogno di un amico.

Maurice Barrès