“Quando Auden mi insegnò a usare gli aggettivi. E mi obbligò a leggere Il Signore degli Anelli”. I ricordi di Matthew Spender

Posted on Maggio 08, 2020, 9:59 am
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Quando a insegnarti cos’è un aggettivo e come usarlo per il compito in classe che ti aspetta quel giorno è Wystan Auden, non si può avere una famiglia ‘normale’. A scriverne nella biografia dedicata ai genitori, Una casa a St. John’s Wood. Alla ricerca dei miei genitori, è infatti Matthew Spender, figlio maggiore del poeta Stephen Spender e della pianista Natasha Litvin.

Matthew Spender vive fuori Siena da cinquant’anni, fa lo scultore. Ha firmato Within Tuscany (In Toscana – Bertolucci se n’è ispirato per il film Io ballo da sola, che inquadra decine e decine di sculture sue), la biografia del suocero, From a High Place: A Life of Arshile Gorky. Dall’alto. Una vita di Arshile Gorky (sua moglie è la pittrice Maro Gorky) e la biografia dei genitori, Una casa a St. John’s Wood – Alla ricerca dei miei genitori.

Un libro dolce amaro in cui l’autore si assume il compito-privilegio-onere di raccontare la vita di un vertice della letteratura novecentesca da figlio e non da lettore, non (o non solo) da artista. Con onestà a volte illuminante, altre comprensibilmente infedele al mito: “Riflessivo e spesso bello e stupefacente… Istruttivo, analitico, spesso critico, di tanto in tanto sleale ma nel complesso un’opera profondamente commovente”, afferma in quarta di copertina l’“Evening Standard”.

Gli stessi occhi azzurro diamante del padre, la stessa capigliatura folta e trascurata e un fervore di nostalgia nella voce. La stessa ansia di bello, contenuta dall’accento perfetto. Lo vediamo in un recente video girato dalla figlia Cosima, Matthew Spender, camminare a piedi nudi per la sua casa toscana. Parla del padre, dei suoi amici artisti, di un mondo intero, abbagliante. Una vita per l’arte, passione, sudore e sangue contro pagine, sculture, disegni, note, versi.

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Questa è una personale Ricerca del tempo perduto e la ricostruzione di due personalità complesse, contraddittorie e gigantesche: “scrivere un libro significa imbarcarsi in una missione – scrive Matthew Spender in esordio al libro – e se ho reso qui la mia più difficile, tanto meglio”.

Alcuni stralci di recensioni precisano: “Il racconto più veritiero del poeta Stephen Spender che abbiamo mai avuto… illustra possibilità e limiti dell’amore filiale e della fedeltà…”, “Observer”.

“Colmo di giudizi meravigliosamente acuti… un memoriale scritto in stile tanto meditativo, congeniale, concreto che solo dopo averlo chiuso s’inizia a cogliere tutta la bizzarria degli Spender”, “Mail on Sunday”.

“Ci fa aprire gli occhi… Questo memoriale si potrebbe leggere come una tragedia, ma Matthew fa in qualche modo ‘quadrare’ il matrimonio dei genitori concludendo che Stephen aveva bisogno di un ambiente sicuro in cui lavorare, mentre Natasha amava godere di gloria riflessa. Può esser vero, ma si finisce questo libro illuminante con la sensazione che la vita vissuta con quell’intensità può solo essere dei grandi”, “Independent”.

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Il quartiere londinese di St. John’s Wood si trova a nord di Regent’s Park. Ci si arriva molto comodamente in metropolitana. È una zona centrale ma fuori dal caos delle vie più battute da turisti e traffico della capitale. Una High Street l’attraversa come nei paesi, ci sono piccoli parchi che ombreggiano panchine in legno, negozi di vario genere, locali dove oggi si suona dal vivo. La casa degli Spender non è lontana dall’Abbey Road attraversata a piedi nudi dai Beatles per elettrizzare la swinging London, poco oltre lo smeraldo del Lord’s Cricket Ground, il campo da cricket della federazione nazionale.

Alla casa di St. John’s Wood erano legati Isaiah Berlin, Christopher Isherwood, Louis MacNeice, T.S Eliot, solo per citare alcuni nomi. Alle pareti opere di altri amici, Lucien Freud, Henry Moore, Francis Bacon. Accanto al piano di Natasha un autografo di Stravinskij. Fuori, il giardino. Una casa diventata nel mondo una sorta di cittadella artistica del ’900: lì Spender ha scritto World within World e molta poesia, da The Still Centre a Ruins and Visions e The Generous Days, ha fondato e diretto la rivista “Horizon”, scritto saggi, critica, pagine di romanzo. Lì la generosità degli Spender ha accolto Brodskij espulso dall’URSS nel ’72, accompagnato da Auden. Matthew aveva 17 anni.

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Amico di Spender dai tempi di Oxford e Berlino, vissuta insieme la galassia oxbridge precedente la Seconda guerra mondiale e buona parte del secolo dopo la guerra, in questa casa Auden entrava e usciva come in casa propria. E così una mattina Matthew scende per far colazione prima di andare a scuola e lo trova in cucina. Così Wystan Auden si trasforma in insegnante elementare e sulla tavola ancora ingombra di avanzi della cena gli spiega come usare un aggettivo. Matthew non lo dice, ma immaginiamo le borse sotto gli occhi che affiorano dal reticolato di rughe e il mozzicone di sigaretta.

È una pagina commovente: il poeta-Mago, figura mitica e familiare vista con gli occhi prima infantili e poi adulti ma sempre da dentro, dalla parte dell’amicizia, che durerà tutta la vita. Un piccolo aneddoto e in controluce la gentilezza di Auden – la sua nota generosità, la delicatezza di adulto-bambino e un rimpianto di vicinanza umana toccante, quel che Matthew chiama il suo “desiderio d’amore universale”.

Quando Matthew Spender impara da lui gli aggettivi Auden, rientrato in Inghilterra da tre anni, insegna a Oxford. Sta per pubblicare presso Faber & Faber la sequenza Bucolics e la serie lirica Horae Canonicae in unico volume con la raccolta The Shield of Achilles.

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“È stato Auden a insegnarmi gli aggettivi. Stava sempre da noi quando veniva in Inghilterra. Io avevo nove anni. Scena: Loudon Road 15, la casa dei miei genitori a St. John’s Wood, otto e trenta del mattino. Ero in ritardo per la scuola. Wystan, con l’aria di essere in piedi già da ore, fumava al tavolo della colazione, annoiato o pensoso, e guardava fuori dalla finestra le felci aggrovigliate vicino al seminterrato. Mamma e papà erano ancora letto, nella loro camera con la grande toeletta su cui occhieggiavano strane spazzole che un parrucchiere sadico aveva da poco venduto al papà persuadendolo che stava perdendo i capelli.

Ero nel panico per il compito della mattina sugli aggettivi.

Wystan sembrò sorpreso. ‘Un aggettivo è qualunque parola che definisce un sostantivo’, disse.

‘Quello so dirlo’, dissi. ‘Ma non capisco cosa significa’. Lui lanciò uno sguardo sulla tavola, spostò i cereali e tra gli avanzi della sera prima trovò una bottiglia di vino. Un oggetto più notevole di altri. ‘Ah… Potresti dire, il buon vino’, disse con fermezza. ‘La sua bontà definisce il vino’. Poi pensò un attimo, scrutando la bottiglia. ‘Il vino era buono’, disse, correggendosi; e aggiunse con voce tragica, ‘ora tutto ciò che resta è una bottiglia vuota’.

Quell’estate mia sorella e io eravamo stati abbandonati su un’isola al largo della costa del Galles. Molte pulcinelle di mare, qualche cormorano e un gran numero di pecore placide. In cima alla collina al centro dell’isola c’erano tre tombe coperte d’erba di Vikinghi morti secoli fa, e l’isola di Bardsey mi aveva lasciato l’ossessione per spettri cimiteriali e il sinistro mistero delle storie di fantasmi nordiche. Venendo poi a saperlo quello stesso anno, Wystan mi inviò da New York la trilogia di Tolkien, Il Signore degli Anelli. La lessi tutta d’un fiato.

Auden diceva di sapere da dove veniva ogni dettaglio di questa trilogia e che un giorno ci avrebbe scritto sopra. Un giorno il papà provò a leggerla ma trovò Tolkien tremendamente noioso. Una volta, Wystan e io scrivemmo insieme poesie ‘alla Tolkien’, sempre all’ora di colazione ma alcuni anni dopo gli aggettivi. Io le raccolsi e le copiai in cui quaderno che decorai con uno stemma araldico (…).

Nelle mie ripetute letture de Il Signore degli Anelli Wystan c’era sempre, da qualche parte. Il Mago gentile e pedagogico. In questa prima fase dell’amicizia con Wystan coglievo intuitivamente l’immagine di sé giovane, che era quella dello “Zio Mago”, un eccentrico vicario vittoriano con il chiodo fisso per gli Apocrifi. Non voleva esser preso sul serio a ogni piè sospinto. Gli piaceva pontificare, ma in cambio anche essere stuzzicato. Anche questo faceva parte del suo desiderio d’amore universale, che era un suo bisogno profondo”.

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Poi Matthew Spender prosegue il racconto di una vita e cambia argomento. I genitori nel suo libro li chiama spesso – semplicemente – Stephen e Natasha: sana distanza del figlio da un padre e una madre anche ingombranti, o necessaria distanza dell’autore dal proprio soggetto?

Comunque sia, Una casa a St. John’s Wood. Alla ricerca dei miei genitori porta spesso il lettore accanto al Mago, gli mostra i segreti della pozione con naturalezza. Inizia dall’epilogo, la morte di ‘Natasha’, e ripercorre a ritroso la vita degli Spender dall’infanzia sua e di ‘Stephen’ al presente. A’ rebours privato, a metà tra diario e mosaico artistico letterario, ‘alleanza’ emotiva con il passato e desiderio di lanciare in volo la memoria, è un libro di prosa dinoccolata come la camminata dell’autore. Che ha avuto la fortuna d’incontrare sul divano di casa a St. John’s Wood – o addirittura in cucina, è il caso di Auden –, buona parte della grande Letteratura del ’900.

Paola Tonussi