“Viviamo nel tempo del ‘discutiloquio’, gli scrittori sono quasi tutti polli d’allevamento delle scuole di scrittura, Philip Roth è il più grande”: dialogo con Matteo Palumbo, il super italianista

Posted on Aprile 12, 2019, 8:50 am
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C’è bisogno – oggi come ieri – di risollevare alcune questioni, riproporsi alcuni interrogativi. La terra va divelta continuamente. Dove è diretto il dibattito critico? Perché i 280 caratteri di un tweet non bastano e serve riempire pagine e pagine di carta? Come districarsi nella tempesta nervosa dell’oggi? Chi sono gli scrittori e chi semplici polli? Dare risposte sarebbe sbagliato, la letteratura dev’essere benzina sul fuoco, oltre che sangue e attrito. Se i critici sono dediti all’azzardo, io ho avuto la possibilità di confrontarmi con un giocatore d’esperienza in un dialogo “contemporaneo”. Matteo Palumbo, professore dell’Università di Napoli e grande italianista e critico, allievo di Giancarlo Mazzacurati (di recente Carocci ha riedito il suo Il romanzo italiano da Foscolo a Svevo), risponde ad alcune mie domande. Facile imbattersi nei suoi studi, per chi guarda alla letteratura moderna. Siamo partiti dalla scorza, dalla superficie se non anche dal banale, per scendere nel nucleo magmatico delle questioni. Storicizzare il presente è quasi impossibile, abbiamo provato a problematizzarlo per quanto concerne l’ottica letteraria e non solo.

Quale pensa che sia, oggi, il ruolo della critica letteraria?

Rispondo con una frase capitale di Walter Benjamin: «conoscere un’opera non significa conoscere il tempo in cui un’opera è nata, ma introdurre il tempo che si conosce nel tempo che si studia». Nei grandi libri che affrontiamo, noi portiamo le nostre domande. Questo significa estrarre un senso nascosto, latente, che sono proprio le nostre domande a tirar fuori. Non penso che il compito attuale della critica sia diverso da quello di ieri. Il suo ruolo sociale è, invece, un altro argomento. Dovremmo ragionare sulla scuola, sugli organi di stampa, sulle riviste e il posto che tutte queste istituzioni hanno nell’orizzonte contemporaneo.

Matteo Palumbo, italianista all’Università di Napoli; di recente Carocci ha riedito il suo “Il romanzo italiano da Foscolo a Svevo”

Croce, limitava il ruolo della critica a tutto ciò che riguardava strettamente l’opera, si opponeva in generale all’idea che la critica dovesse interessarsi alla “somma o al complesso di lavori che si riferiscono all’opera letteraria”, alla non poesia. Ma se prima uno scrittore si trovava nel suo studiolo davanti a pile di libri, un foglio e una macchina da scrivere, oggi lo scrittore deve confrontarsi con stimoli diversi, nuovi strumenti della comunicazione e dell’editoria, social e algoritmi di visibilità. Potrebbero i ripetuti trilli di uno smartphone o la smania – se non l’obbligo – di scrivere un proprio pensiero sui social essere considerate come una dispersione di energie mentali e di contenuti? E come questo influisce sull’opera?

Queste cose potrebbero essere importanti per uno scrittore che voglia essere nel flusso del tempo, per quanto concerne la sua presenza nel mondo dello spettacolo e della comunicazione di massa. Non hanno niente a che fare, però, con il momento genetico. Sia con una penna che con una macchina da scrivere o un computer si può comunque dar forma ad un’idea. Diceva Schopenhauer: «un colpo di frusta di un cocchiere uccide un pensiero», figurarsi quanti pensieri uccide lo squillo di un cellulare. È però una scelta di chi scrive, credere che questi strumenti lo aiutino ad mettere radici nel tempo. La questione però è un’altra. Lamberto Maffei nell’Elogio della lentezza divide il nostro cervello in due emisferi, quello della rapidità e quello della lentezza. Il primo è l’emisfero della risposta, della reazione, il secondo è quello dell’elaborazione, della temporalità ed è quello che ci permette di riflettere sulle cose. Far prevalere la lentezza ci rende santi o eremiti nella meditazione, eppure una cosa non esclude l’altra. Non bisogna essere né apocalittici né integrati (come recitava il titolo di un libro di Eco), ma essere capaci di gestire le cose e non esserne prigionieri. Teneo, non Teneor.

È diventato sempre più difficile far cambiare idea a qualcuno, senza utilizzare strumenti mediatici a volte subdoli. Conseguenza di ciò è stato anche l’inasprirsi del giudizio – che diviene feroce – nei confronti di idee opposte o differenti. Riportata in letteratura questa riflessione, ci porta alla famosa domanda: il critico è giudice dell’opera o deve utilizzare la critica come strumento di comprensione?

Il critico non è né giudice né utilizza la critica come un bastone, ma un’opera critica è una lettura orientata che prova a mettere sangue nel testo che ha davanti. L’inasprimento, a cui lei si riferiva, riguarda più gli aspetti e i rapporti della vita quotidiana, chi usa alcune sollecitazioni per dire e fare ciò che più gli piace. E questo non è il trionfo della democrazia, come a volte si pensa. È “discutiloquio”: parlare tanto per parlare; è una sorta di sfogo in cui prevale, come dicevamo prima, la velocità. È un po’ come il cane di Pavlov, c’è uno stimolo e io rispondo, suona un campanello e io reagisco; e questo accade a livello comunicativo. Non a caso gli strumenti subdoli a cui lei faceva cenno, sono costituiti da un numero ben definito di caratteri, immagini, che vanno tutti nella direzione della velocità. Quindi il critico, ritornando alla prima domanda, ha un po’ il ruolo del professore. Il professore si rivolge a tante diverse teste, occhi, fantasie, curiosità e non è certo sicuro che otterrà risultati. Ci prova e getta semi come un predicatore.  È uno strano mestiere quello dei critici: non abbiamo la sicurezza di produrre nell’immediato, né se mai potremo farlo. È uno scommettitore che pensa che le sollecitazioni che usa siano produttive e che possano avere un senso. Condivide con il professore anche il ruolo della formazione, ma di un gusto, in cui mette in gioco un’idea di letteratura, di cultura, le proprie idiosincrasie, alla ricerca di un linguaggio senza garanzie di risultati. È un messaggio in bottiglia, chissà se qualcuno lo prenderà.

Una provocazione, rimanendo in tema. Lei è stato un grande studioso di Gucciardini, pensa che i Ricordi politici e civili oggi sarebbero tweet o post su Facebook?

Non deve illudere il formato breve. Qui vale un’osservazione fatta da Montegna: «parlare di se stessi può essere una cosa pericolosa, ha senso se scaviamo dentro di noi e proviamo a capire qualcosa, ma se lo facciamo per metterci in posa, sembriamo ridicoli e patetici». I Ricordi riguardavano non solo le vicende politiche ed umane, ma anche le sensazioni, le passioni dell’io, sono l’indicazione di un metodo di analisi che possiamo usare per la vita interiore, delle precise metodologie per rispondere e intendere ciò che ci accade intorno. Decida lei se quello che accade oggi non è altro che una messa in scena ridicola e patetica. È il metodo quello che conta davvero.

Il romanzo e la poesia, nella letteratura «ultracontemporanea», fanno i conti con la nuova società degli anni ’20 del 2000. Quest’ultima non sembra relegata a mero contesto della letteratura, ma sembra fare a pugni con essa. Può sembrare che la letteratura stia perdendo la sfida? Per intenderci. Benché il “realismo” nell’arte non è tutto, forse si è giunti al punto che non è più possibile, per la letteratura, non guardarsi attorno. Come fare per non chiudersi nello scimmiottamento dell’inattuale, del “lontanissimo” novecento. Come superare questo anacronismo? Per intenderci Cocteau negli anni ’30 con La voce umana, basava un’intera opera teatrale sulla telefonata tra due amanti. Oggi, questa sarebbe una chat di WhatsApp? Quali sono gli strumenti da utilizzare nel trasporre in arte questa nuova realtà. C’è chi predica l’arrivo di un Joyce 2.0 per dare una svolta.

Non so se esistano delle ricette. Posso rispondere in questo caso da storico letterario. Per ritrovare le grandi opere, quelle che hanno costruito la rappresentazione della modernità, bisogna tornare agli anni ’20, del ’900 questa volta. Non serve un Joyce 2.0, visto che la prima versione è già uno straordinario modo di attraversare la storia dell’occidente. Realismo è una parola chiave, ma che significa? Jakobson diceva che il realismo è una “porta girevole”, non esiste un realismo valido per sempre. Appena pensiamo che l’uomo è fatto in un certo modo, arriva Picasso che ci aggiunge un altro paio di occhi e altre orecchie. Eppure resta una forma di realismo perché ti fa vedere cose che la rappresentazione precedente non ti faceva vedere. Il realismo permette di rappresentare cose nuove. L’arte contemporanea, diceva Paul Klee, è quella che rende presente la realtà, usando e scegliendo modi espressivi che siano capaci di rendere presente mentalmente quell’idea di realtà. Il punto è: questi nuovi strumenti che tipo di razionalità hanno messo in gioco? Se semplicemente ci metto Facebook in un libro non sto facendo opera moderna, per questo ci vuole grande letteratura. I grandi scrittori non sono quelli della periferia dell’impero, sono altri. Ed esiste un dato ricorrente: i grandi scrittori sono quelli che nascono dall’incrocio di due culture. Kafka, praghese e tedesco, Joyce, irlandese e inglese, Svevo, tedesco e italiano. Gli scrittori israeliani che vivono di per sé una contrapposizione di culture diverse e in lotta. Pensi a Roth – tra i più grandi – che mette in gioco la sua anima ebraica ed occidentale-americana. Queste cose determinano quell’attrito necessario perché un’opera abbia sangue e non sia un semplice gioco tranquillo e divertente. Foster Wallace, Pynchon, DeLillo sono scrittori che non avrebbero mai avuto bisogno di Facebook, perché possiedono le grandi questioni della nostra storia, del nostro errare a contatto con le dispersioni e con la spazzatura che ci sommerge, e con le passioni sbriciolate. Poi esistono i polli d’allevamento, delle scuole di scrittura e altri artifici, che applicano alla lettera le ricette da farmacista: 20% di crisi della famiglia, 15% di internet, 20% di ecologia e il resto sesso, che non guasta mai.

Qual è il suo parere sulla letteratura contemporanea? Rappresenta un po’ il concretizzarsi delle paure dei poeti e dei letterati del ‘900? La percezione è quella che ai poeti non solo sia caduta l’aureola, ma essi stessi avvertono di non averla mai posseduta. È giusto considerare la letteratura d’oggi un po’ caotica, sfibrata e quindi difficilmente inquadrabile in un indirizzo critico?

Dipende a quale letteratura noi volgiamo l’attenzione, i grandi libri esistono ancora. Scrivere è una delle cose più costanti della cultura, è il tentativo di dare forma a qualcosa. Non si ragiona sulla crisi della letteratura, ma sulla crisi di alcuni modelli. Luogo comune è che la poesia sia stata relegata in un angolo, eppure non si è mai scritto così tanto a proposito. L’inghippo è capire quali di questi tanti libri sono significativi. Esistono delle prove che indicano come la letteratura si reinventi. Quando la letteratura non è un gioco d’accademia dà sollecitazioni, non risposte. Il compito della letteratura è aprire questioni, non risolverle; non è un programma politico. I grandi autori sono maestri del sospetto, più che propagatori di verità.

Come di rito, per concludere. Negli ultimi due decenni, la lezione di quali poeti, o prosatori, lei ritiene fondamentale?

Oltre a quelli già detti, i grandi libri degli ultimi trent’anni sono tutti i libri di Philiph Roth, con una predilezione per Pastorale americana, che fin dal titolo è un «passare a contrappelo la storia». La poesia pastorale, una delle grandi tradizioni idilliche e bucoliche del nostro mondo, corrosa con l’acido dell’America diventa un’altra cosa. Consiglio ancora gli “scrittori di confine”, ad esempio Hrabal con Una solitudine troppo rumorosa. L’incanto del lotto 49 di Thomas Pynchon e alcuni racconti di Oblio di David Foster Wallace sono straordinari. Per gli italiani si annaspa sempre per scegliere qualche titolo. Camilleri penso sia l’esempio di una grande letteratura tradizionale; Montalbano, come un unico grande libro, restituisce ancora il senso della storia italiana ma non esclude Montesano con Di questa vita menzognera, buone prove della letteratura di genere. Tra i recentissimi ho apprezzato Ipotesi di una sconfitta di Giorgio Falco e ho una predilezione particolare per Michele Mari, che fa indagini raffinatissime sulla sua vita privata che diventa leggenda privata e racconto di formazione di una individualità. Riguardo la poesia adoro Milo de Angelis, e tra chi ha una voce forte ricordo anche Patrizia Valduga, i suoi testi per il marito Raboni sono di una potenza straordinaria.

Maurizio Allegretta

*In copertina: Philip Roth a Newark, nel 1968