“Stiamo scomparendo, ci hanno rubato l’immaginario, dobbiamo ritrovare lo stupore, oltre l’apocalisse”: Matteo Meschiari dialoga con Simone Cerlini

Posted on Ottobre 25, 2019, 10:12 am
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Un fantasma si aggira per l’Europa. Un’entità mutaforma millenaria che oggi ha il volto dell’Annientamento, dell’Apocalisse, dell’Estinzione, sotto alla maschera del collasso climatico. Si è chiamata Tramonto dell’Occidente, Genocidio, si è mostrata, nuda, con l’annichilimento nucleare, ma in fin dei conti la conosciamo da sempre: la Dea con la Falce, nostra compagna Morte. L’opera d’arte da sempre ha che fare con la sua signora e la letteratura non sfugge a questo destino. Matteo Meschiari è un profeta della morte. La canta nelle forme in cui l’ha vista compiersi. La morte del paesaggio, la morte dei popoli, la morte dei saperi, degli imperi, delle culture, delle lingue. Come l’Angelo della Storia di Benjamin, lo sguardo rivolto al passato, ha avuto un’intuizione del futuro. Ha deciso di dare uno sguardo, Orfeo al contrario, e di sbirciare avanti. Ha visto ciò che non si può raccontare. La sua opera mette al centro l’Abisso. Senza paura di caderci dentro, sono andato a curiosare.

Mi permetto una piccola digressione. Per aggiungere senso a Matteo Meschiari e al suo romanzo, L’ora del mondo (Hacca, 2019), è importante gettare uno sguardo alle sue origini. Matteo è un emiliano d’Appennino e delle montagne parla, come hanno fatto autori meravigliosi prima di lui: Cavani, Pederiali, Maggiani, Crovi, Ferretti, oggi mi piace citare Sandro Campani. È importante ricordarlo perché chi non conosce l’Appennino non sa che quelle lande, soprattutto nel lembo di terra Tosco Emiliano, sono la culla dell’anarchia. Non so bene per quale ragione storica o geopolitica, ma lì ancora oggi unisce le persone una fortissima avversione per i poteri costituiti, per le autorità, per le verità condivise. Ai piedi del Cimone o del Cusna ti insegnano dalla culla a non dar nulla per scontato, a pensare con la tua testa, a non affidarti a nessun maestro e nessuna guida, a mettere tutto in discussione. A guardare il mondo dritto negli occhi e a darsi da sé le regole del proprio vivere. Tenete in considerazione questo assunto, quando leggete e ascoltate un emiliano, o un toscano, che puzza di montagna.

Ciao Matteo, vorrei andare subito al punto, con te, non ci rimane molto tempo. Abbiamo raggiunto un punto di non ritorno. L’essere umano è disposto ad aspettare fino a quando arriva il tempo dell’annientamento e dell’apocalisse. Sembra che ci avviciniamo alla soglia.

L’abbiamo superata. Ormai è troppo tardi. Ascoltami, non ci rimane che rafforzare l’immaginario per preparare i nostri figli a sopravvivere. L’immaginario è una facoltà cognitiva che l’evoluzione ha selezionato per anticipare il futuro. Per addestrarci a seguire le tracce lasciate dalle prede, per sperimentare le tecniche e le situazioni senza mettere a rischio la vita. È una facoltà che permette di razionalizzare il sogno, pianificare il domani. Le cose andranno molto molto male, voglio essere realista. Allora dobbiamo lavorare sull’immaginario attraverso gli strumenti che gli sono propri: ad esempio la letteratura, che ci può aiutare a stimolare e ad addestrare l’immaginario, a prefigurare condizioni estreme. Potenziare l’immaginario sarà una condizione essenziale per la sopravvivenza. L’umanità è sempre stata capace di affrontare momenti durissimi attraverso l’immaginario. Un immaginario assuefatto, stereotipato, atrofizzato è quello che ci rende meno reattivi di fronte al limite e alle difficoltà. Vivere immersi nell’anestesia è la condizione che prepara alla morte del singolo e della specie. Dobbiamo ribellarci all’imperialismo dell’anestesia, con l’unico obiettivo di facilitare la sopravvivenza.

Ma voglio fingere di essere ottimista. Se anche avessimo probabilità di continuare a esistere per ciò che siamo ora, ugualmente, esercitare l’immaginario da subito su degli scenari che sembrano iperbolici e distopici, ma che sono probabili, forse riusciamo a inventare strategie per intervenire. Per ridurre il danno forse siamo in tempo. Un esempio molto semplice. Ci sono due personaggi che hanno inventato un nuovo rubinetto con nebulizzatore capace di risparmiare il novanta per cento di acqua. Se non avessero immaginato un futuro senz’acqua non avrebbero inventato il rubinetto. C’è una capacità retroattiva nell’immaginare il futuro che può avere ricadute sul presente in maniera tale da aiutarci ad affrontare ciò che ci aspetta con maggiori strumenti e capacità. È esattamente questa la funzione cognitiva, evoluzionistica, dell’immaginario.

Bene, mi sembra un programma per una letteratura impegnata. O ancora di più, per assegnare un fine necessario a ogni creazione che ha impatto sull’immaginario. La storia però insegna che laddove una qualsiasi autorità ha deciso di assegnare un obiettivo o una intenzione alla letteratura, alla costruzione di senso, non abbiamo avuto grandi risultati. Della letteratura di epoca sovietica ci ricordiamo di Šalamov e di Grossman, che esprimevano tutt’altro rispetto a ciò che chiedeva il potere. La cultura dell’epoca fascista ha creato scrittori straordinari, penso a Bilenchi, ma che hanno espresso il loro talento nonostante la propaganda di regime. Ciò che chiedeva e voleva il Miniculpop non ce lo ricordiamo più, quella parte è scomparsa, si è esaurita, era una costruzione senza fondamenta. Com’è possibile la coesistenza di una letteratura che ha una intenzione encomiabile, rafforzare e preparare l’immaginario, rispetto al rischio di una letteratura inessenziale, etero diretta, non libera?

Conosci il progetto Tina?

No.

Male. Dovresti. Per fare il verso a Volodine, devo subito citare il mio “eteronimo”, Antonio Vena, che in realtà è un individuo reale. Con lui abbiamo inventato e condiviso un progetto. Abbiamo montato un blog nel giugno di quest’anno che si chiama “La Grande Estinzione” in cui vogliamo ragionare su due aspetti fondamentali. Il primo è che cosa fare della e con la letteratura nell’età dell’“Antropocene”. Cosa significa scrivere ed essere autori in un’epoca dove tutto sta cambiando. Poi cercare di capire come trasformare la società, quale società dobbiamo fondare perché la sopravvivenza nel futuro non sia un fatto esclusivo per pochi. Abbiamo montato un esperimento, che per ora, visto che non si tratta di una situazione dove ci sono soldi in giro, è inclusivo e lascia ampi margini di libertà. Abbiamo chiamato questo progetto Tina, che è l’acronimo di There is no alternative, lo slogan degli anni Ottanta di Margaret Thatcher con il quale sosteneva che non c’era alternativa al liberismo. Noi vogliamo ribaltare questo assunto per dire che non c’è alternativa se rimaniamo nello spazio di senso aperto dal liberismo. Abbiamo chiamato il progetto Tina per evocare un passato che vogliamo rovesciare, ma anche come tributo a una ragazzina indigena del Canada uccisa nel 2014, Tina Fontaine. Nel Canada ogni anno scompaiono donne, bambini e bambine nativi, rapiti e ammazzati: un vero e proprio genocidio etnicamente connotato. Una ragazzina che è esistita, che ha vissuto ed è morta a quindici anni e non ha più una voce. In punta di piedi ci piaceva pensare che vogliamo ridare voce a chi non ce l’ha. La prospettiva ce l’ha indicata Walter Benjamin quando diceva in Angelus Novus che l’angelo della storia guarda all’indietro le rovine del passato voltando le spalle al futuro. L’Apocalisse non dobbiamo necessariamente immaginarla come qualcosa che ci sta davanti. Ci sono tante retro-apocalissi che l’umanità ha vissuto nel suo passato. Con un esercizio di reminescenza nell’immaginario, vogliamo recuperare tutto ciò che nel passato dell’umanità ci può far capire meglio il presente. Quindi più che fare giochi di proiezione sul futuro vogliamo guardare dove l’umanità ha vissuto reali apocalissi e ha rischiato o vissuto l’estinzione. Se non l’intera umanità certamente gruppi umani, popolazioni, culture e individui, in una qualche parte della terra, che avevano corpo occhi pelle sogni, scomparsi perché è accaduto qualcosa di catastrofico che non sono stati capaci di prevenire o affrontare. Abbiamo stilato una lista di 100 eventi che costellano la storia delle estinzioni biologiche e umane e abbiamo chiesto agli utenti della rete di re-immaginare queste situazioni, dando corpo e sostanza alle persone e alle storie, per costruire dei microromanzi tra le 1000 e le 3000 battute. Abbiamo avuto una risposta stupefacente. In due giorni i temi sono stati subito coperti, non da scrittori, necessariamente, ma da persone che avevano voglia di dare il loro contributo, di mettere in gioco il loro immaginario. Il 15 ottobre scorso abbiamo chiuso la raccolta e oggi abbiamo i testi. Li stiamo guardando e studiando, siamo stupiti dal livello, sì, se vogliamo, anche letterario. È un progetto che espressamente mantiene una dimensione collettiva, hanno partecipato più di 70 “scriventi”. Abbiamo lasciato la massima libertà e quello che abbiamo raccolto è secondo noi un modo per restaurare l’immaginario e al tempo stesso fondarne uno nuovo, lasciando completa libertà di proposta e contributo. Tina ci ha permesso di sviluppare una riflessione che ci porta a ripensare la letteratura partendo dalla base.

Bell’esperimento, concordo, ma cosa c’entra con il rischio di imprigionare la creazione con la scusa dell’impegno? Che legame c’è tra Tina e il rischio di una letteratura schiava e superflua? D’altra parte anche il progetto di cui parli impone un contenuto alla creazione.

Noi oggi pensiamo la letteratura partendo dalle biblioteche, dal mondo del libro, dall’editoria, dal canone, dal rispetto di un insieme di regole. Il mercato editoriale, l’industria culturale condiziona il modo di concepire la funzione stessa della letteratura. Se però noi iniziamo ad ascoltare anche le persone che non hanno la possibilità e neppure la volontà di imporsi in quel mercato, le persone che non hanno voce all’interno del sistema dell’industria culturale, è possibile lavorare sull’immaginario dalla base. Con il progetto Tina stiamo cercando di fare proprio questo. Ritrovare lo stupore davanti a idee, scenari, rivelazioni che possono venire dal buio che sta oltre o al di qua del nostro sguardo. Si tratta di riaprire i cancelli, estremamente chiusi. Siamo dentro a una bolla e non ce ne accorgiamo. Siamo sì e no tremila in tutta Italia che facciamo gli stessi discorsi e ci parliamo addosso. Ci guardiamo, ci spiamo su Facebook, guardiamo le uscite editoriali, siamo inseriti all’interno di un micromondo chiuso e autoreferenziale. Là fuori invece c’è un grande mondo che immagina. Fatto da persone che premono ai cancelli. Sono loro che possono portare energia nuova e trovare piste nuove per andare in direzioni diverse.

A parlar male del liberismo con me cadi male. Parli di aprire i cancelli alla libertà di espressione in uno spazio pubblico, poi però ci vogliono anche quelli che quelle espressioni le fruiscano, le leggano. Magari talmente tanto attratte da quelle voci che sono addirittura disposte a pagare per ascoltarle. L’immaginario si sostanzia in scelte di quella che tu hai chiamato gente, che sono i lettori, i consumatori di prodotti culturali. Ciò che il pubblico sceglie è comunque una indicazione precisa, una certa tipologia di prodotto e di storie. Saranno anche decadenti epigoni del romanzo borghese, ma che qualche bisogno o desiderio devono pur soddisfare se hanno quel seguito. In realtà la cartina di tornasole che io ho rispetto all’immaginario è un’ altra rispetto a quello che presumi tu.

Sì, bisogna vedere che cosa intendiamo come immaginario. Anche tu devi convenire che c’è stata l’imposizione di un canone, soprattutto da parte dell’editoria italiana, e dai tecnici dell’editoria, che ti dicono non solo che devi scrivere in un certo modo, ma anche che devi scrivere certe cose. Quando questo accade siamo di fronte a un immaginario artefatto, pilotato. Però non esiste solo questo. Quando parlo di immaginario parlo anche di altre possibilità di creazione, dalle serie tv ai fumetti, ai graphic novel, ai murales, ai blog, alle fan fiction, e quello che pensa la gente nel proprio quotidiano anche quando non lo esprime. Persone che non leggono, disinteressati a Scurati, Missiroli o Fabio Volo, lontanissimi dai libri e dai prodotti culturali. Quella produzione non è interessante né per loro né per noi. Esiste una costruzione collettiva molto più profonda e se andiamo a verificarla senza giudicare, con sguardo veramente antropologico, troviamo delle sorprese, un mondo vivo, molto meno piatto e noioso di quanto pensiamo.

Penso che tutto sommato la letteratura, anche la letteratura essenziale, sia ciò che i lettori considerano essere letteratura essenziale, senza avere una definizione a priori che cala dall’alto per dare forma al suo oggetto. La proposta che tu fai può essere una letteratura incrociata all’antropologia e forse anche alla storia, come la intendeva Carlo Ginzburg. Può essere una proposta tra le altre. Poi, se quell’offerta è convincente le persone si sposteranno autonomamente, per scelta libera, senza bisogno di crociate, imposizioni o pogrom della cattiva letteratura.

Quello che vedo, che sta succedendo negli ultimi mesi, è che io prima mi trovavo in un mondo dove l’individualismo neoliberista narcisistico dello scrittore medio…

E dai con questo giudizio surrettizio, per te neoliberista è un sinonimo di malvagio e negativo.

Sì, lo è. Comunque, riformulo. Lo scrittore medio si occupava solo di pubblicare il proprio romanzo, di dialogare con una casa editrice, di arrivare alla visibilità personale, di conservare il privilegio, di procurarsi il proprio spazio, come se fosse un posto di lavoro fisso all’interno del mondo del libro. Quest’atteggiamento si sta lentamente incrinando. Ultimamente inizio a vedere piccole comunità estemporanee che stanche di questo modello stanno costruendo qualcosa di diverso. Uno spazio di condivisione e confronto non solo di idee ma anche di immagini, di storie, di visioni. Stiamo solo cercando i contenitori, perché come hai visto con Tina, le scatole si riempiono da sole, sono la risposta a un bisogno sentito. Perché siamo stanchi da tempo, anche se non abbiamo il coraggio di costruire una specie di sindacato di lettori e scrittori per reagire a questo stato di cose. Un senso di stanchezza nei confronti di un modo di fare letteratura, del modello dell’autore vanaglorioso che se ne va a collezionare premi. Poi l’altro elemento è la scelta dei contenuti, perché se continuiamo a fare romanzi di corna e vecchi o preti che toccano il culo alle ragazze o ai bambini, non andiamo molto lontano, anche se magari questi libri continuano a vendere. Ma sempre meno, sempre meno. C’è anche un altro tipo di lettori e ascoltatori, non per forza ipercolti, che però hanno una forte volontà di reagire. Percepisco una microcomunità temporanea che si è creata con queste istanze condivise.

Mi sembra che tu confonda per fenomeno culturale, forse anzi esistenziale o peggio ontologico, quello che a me sembra una strategia commerciale.

Massì c’è sicuramente anche questo, la capacità dell’industria di mercificare ogni esperienza nuova. Una soluzione è sterilizzare la portata narcisistica dell’esprimersi. Anche su Facebook mi faccio bello con i contenuti che posto. Trovo lettori e un pubblico. Ho i miei minuti di celebrità. Benissimo. Ma non sto parlando di questo. È possibile accedere a un immaginario profondo. Ecco, consideriamo l’esperienza di Tina come un esperimento. Rispetto al rischio che dici il progetto è blindato. Le condizioni sperimentali sono l’anonimato, l’azzeramento del rischio narcisistico. Tutti coloro che collaborano sanno che il loro contributo non sarà etichettato con il loro nome e cognome. Tina produce un’opera collettiva. Avremo semplicemente una lista di chi ha contribuito in ordine alfabetico alla fine del libro. Significa che si sono già autoselezionate persone non interessate ad apparire e ad esprimersi, o almeno, non voglio sembrare ingenuo, non interessate esclusivamente o principalmente a esprimere sé stessi o a esistere in uno spazio pubblico. Persone che si chiamano fuori rispetto al narcisismo e all’arrivismo che esiste in questo ambiente, dell’autore monade. Non è una cosa nuova, la narrazione come contributo di una comunità ha radici lontanissime, pensiamo ai grandi libri dell’epoca antica, dalla Bibbia all’Iliade e all’Odissea, al Enûma Elish. Andiamo verso l’ignoto, dando le spalle al futuro, guardando al passato e allontanandoci da esso. O anche, è dal passato più lontano che possiamo trovare gli strumenti cognitivi e letterari per affrontare il futuro.

E dall’immaginario che prefigura il futuro.

E dall’immaginario.

Sì va bene, allora guardiamo al passato, ma senza andare troppo in là, al passato recente. In tutta onestà mi sembra retorico parlare di questa novità nell’immaginario che prefigura l’apocalisse perché penso che non sia affatto un fenomeno nuovo. Non serve scomodare il millenarismo o i movimenti chiliastici di tutte le epoche e di molte culture. Penso agli anni Sessanta e Settanta e all’apocalisse atomica. Che ha prodotto eccome impatto sull’immaginario. In un modo del tutto simile a quanto sta accadendo oggi. Fenomeni di massa, giovani in piazza, accuse di furto del futuro, avvicinamento a una spiritualità di maniera, scenari apocalittici da Mad Max o The day after. Scenari di sopravvivenza dopo la catastrofe nucleare. Anche il guardare alla cultura di altri popoli non è un fatto nuovo. In quell’epoca era la ricerca di una alternativa non liberista e non sovietica, lontana cioè da quei corni del dilemma che conducevano entrambi all’annientamento. Mi viene in mente quell’opera geniale e decadente, che credo sia molto vicina a quello che immagini diventi l’ossessione dell’apocalisse nella cultura pop che è Watchman, la graphic Novel di Alan Moore.

Stai facendo un torto alla tua intelligenza se non vedi la differenza. Sono cambiate le premesse in modo radicale. Quel tipo di immaginario era una risposta alla guerra fredda, alla catastrofe atomica. Ma stai attento: quel rischio era generato da un manipolo di pazzi che come nel Dott. Stranamore se ne stavano in un bunker antiatomico a decidere i destini del mondo con il dito sopra al bottone fatale e che in una follia momentanea potevano fare fuori l’umanità. Fuor di metafora a una élite di potere, all’establishment politico e militare. Il rischio non ci coinvolgeva. C’era una completa deresponsabilizzazione della gente. I cattivi erano “loro”. Quello che accade oggi, invece, e che scatena così tanto i contrasti, il dibattito, le polemiche e le prese di posizione, in definitiva, la vitalità nuova di questa consapevolezza, è che siamo tutti noi i primi colpevoli di questa situazione. Magari ci può essere come reazione una negazione, una difesa inconscia di chi non si vuole sentire responsabile o vuole scongiurare la paura di un futuro fosco. Ma quel che accade è che c’è un’idea di responsabilità diffusa che può essere un terreno fertile per riscoprire alternative soprattutto attraverso soluzioni comunitarie.

Quindi non è vero che ci stanno rubando il futuro, ce lo stiamo rubando da soli.

Sì sono d’accordo. Un lavoro da portare a termine sull’immaginario è proprio l’interiorizzazione della responsabilità. Certamente c’è ancora molto da fare.

Responsabilità è una parola che, da padri, amiamo molto. Non vorrei metterti in bocca parole e pensieri non tuoi, ma mi sembra che anche tu condividi una posizione critica nei confronti della retorica sulla decrescita felice. Mi sembra di intuire, costante, nella tua opera, in particolare in Artico Nero, una presa di posizione forte dietro ad alternative al neoliberismo che sono a tutti gli effetti figlie di una cultura classista e neocolonialista. Per mascherare un disagio che ha altre cause ed altre ragioni ci si schiera contro a un modello di sviluppo, proponendo soluzioni che costringono intere parti di mondo a dire addio alla speranza di un miglioramento, alla possibilità di accedere alla società del benessere. 

Sì, hai interpretato correttamente il mio pensiero, nel senso che Serge Latouche mi sembra una persona intelligente e mi sta anche umanamente simpatico, tuttavia credo che il suo discorso sia impraticabile, tanto quanto un’altra soluzione che si riassume in una parola in voga che è sostenibilità. Si tratta di una prospettiva non solo evidentemente antropocentrica, ma di classe, che riguarda quello che può essere un tipo di intervento dell’europeo bianco che si confronta in una dinamica di lavaggio o meglio di doccia della coscienza e non con proposte politiche davvero efficaci. Il fatto che il re sia nudo lo ha già detto Zizek quando ci ricorda che andare in bicicletta e fare la differenziata non salverà il pianeta.

Non solo, credo anche che fermare la crescita significhi impedire alle comunità che hanno più difficoltà di accedere a ciò che riteniamo tra gli elementi basilari per la sopravvivenza e la dignità dell’uomo. La mobilità, l’energia elettrica, la disponibilità di acqua.

Non solo, ma queste nuove mitologie, non sto parlando di Latouche, ma soprattutto della variante americana, sono molto californiane nella prospettiva: è l’idea che si salverà solo una classe molto limitata. Non è un caso che a questo tipo di progetto, di ingegneria sociale, si stia dando un sostrato nell’immaginario collettivo attraverso la narrativa zombie. Lo Zombie è il proletario, il povero che posso ammazzare, sterminare a mitraglia, che posso infischiarmene se muore. Invece i sopravviventi, coloro che ce la fanno, si chiudono in una ecofortezza che lascia fuori l’agonia e la miseria degli altri.

Mi sembra il progetto politico di una celebre società di comunicazione di Milano…

Questo tipo di retorica viene recepita, e passa nell’immaginario di tutti attraverso letteratura, cinema e videogame. È in atto una guerra per accaparrarsi il controllo dell’immaginario, che per ora è combattuta da una parte sola. Stanno vincendo visioni non inclusive, è sotto gli occhi di tutti: l’idea che se ne salveranno soltanto alcuni. La vera sfida è riflettere e lavorare per individuare una strategia utile per salvarci tutti.

Lavorare sull’immaginario, poi, possiamo essere d’accordo o meno su come farlo, può portare a soluzioni. In questo discorso c’è un disegno di lavoro, di sforzo, di impegno, per far qualcosa di proattivo. Non tirarsi indietro e protestare, ma agire sul mondo.

È un discorso delicato. Provo una spontanea simpatia in effetti per i movimenti di strada che comunque hanno un effetto moltiplicatore: stanno sollevando il problema e creando un volano nella percezione pubblica del fenomeno, al netto dei paternalismi che vorrebbero cucire la bocca alla generazione dei più giovani. Però c’è anche da dire che in questo tipo di movimento c’è la necessità di costruire un immaginario delle soluzioni, non soltanto un immaginario della denuncia.

E L’ora del mondo può contribuire a costruire qualcosa di nuovo.

L’ora del mondo è un libro strano perché all’inizio è stato preso come il tentativo di costruire una mitologia appeninica, una nuova mitologia dell’Appennino o qualcosa di fiabesco e bucolico. In realtà L’ora del mondo funziona come una fotografia di Luigi Ghirri. Guardi una sua fotografia e quella ti rimanda una sensazione malinconica, tranquilla, crepuscolare, non aggressiva. Ma Ghirri stava preparando visioni apocalittiche. Pensa a queste spiagge fuori stagione, con le giostre colorate, le altalene nell’atmosfera invernale della riviera romagnola. Non ci sono bambini, non c’è nessuno. Vediamo i resti di una civiltà scomparsa. Pensa ai Campanili e alle Chiese. Alla linea brumosa della pianura. Si tratta della realtà senza l’uomo. Una realtà post-umana. Volevo cercare di intercettare questa sensazione. In ossequio anche all’Appennino. Ghirri mi ha dato lo sguardo per interpretare la nostra terra, come Gino Covili. La sua forza è questa: costruisce una sottile lastra di ghiaccio che sembra innocua, ma sotto c’è l’abisso. L’ora del mondo è un libro apocalittico. Parla della fine del mondo. L’ora del titolo è quella in cui saremo chiamati a rendere conto di tutto quello che abbiamo fatto, non come singoli ma come specie. Se vogliamo comunicare il rischio dell’annientamento nel romanzo non dobbiamo per forza costruire libri con catastrofi dentro. Si può concepire una rappresentazione dell’Apocalisse che attraverso una ricostruzione del cosmo faccia intendere che siamo vicini al punto di non ritorno.

Simone Cerlini