Matteo Fais dialoga con Mauro Aresu, influencer. Nel tempo libero legge libri di fonologia latina: è lui il vero antidoto alla Ferragni

Posted on aprile 24, 2018, 8:24 am
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Anche gli influencer non sono tutti uguali. Alcuni, per esempio, non meriterebbero questo osceno anglicismo che designa di solito un manipolo di furbetti, rappresentanti del nulla, abili giusto a influenzare chi ha il vuoto pneumatico al posto del cervello. Mauro Aresu, giovane studente di Lettere Classiche, del quale di recente ha parlato anche L’Unione Sarda (il quotidiano regionale), ha un’idea completamente diversa di come impattare sulla vita di giovani e meno giovani. Lui, tanto per capirci, scrive per il sito Una parola al giorno e spiega, per chi non abbia avuto la fortuna di impararlo a scuola, quali sono le figure retoriche e la loro applicazione. L’aspetto più lodevole è che Mauro fa tutto questo gratuitamente, mentre la Ferragni espone impunemente il figlio appena nato, con addosso un capo firmato, in cambio di denaro. Se ancora esiste una parvenza di parametro morale diffuso, non sarà difficile stabilire chi buttare dalla torre e chi porre, invece, sulla sommità. Estasiati dall’altissima nobiltà intellettuale ed etica di questo ragazzo, siamo andati a sentirlo per complimentarci e manifestargli il nostro pieno supporto, oltre che per cercare di capire quali siano le idee di chi lavora ogni giorno, nell’oscurità dei media nazionali, per il bene di tutti noi. La lezione che ne abbiamo tratto è una ed è estremamente forte: per combattere il degrado rappresentato dalla Ferragni & company non resta che opporre con gloriosa ostinazione la potenza della cultura, ovvero dell’unica cosa che la bionda influencer non potrà smerciare utilizzando un paio di foto su Instagram.

Innanzitutto, complimenti. In questo mondo di influencer e cazzoni vari, è decisamente encomiabile che qualcuno faccia ciò che fai tu. Per questo ho pensato che il tuo caso meritasse di figurare in un magazine. In ultimo, abbiamo un’unica arma per combattere contro la potenza di Chiara Ferragni e del suo cane da compagnia ed è quella di parlare di coloro che davvero meritano e nessuno si fila. Sono certo che anche tu condivida quanto detto, se ti sei lanciato in un’impresa tanto folle quale quella di diffondere le figure retoriche tra le masse.

Ti ringrazio. È un’attività abbastanza impegnativa in effetti, visto anche lo scarso livello di conoscenza dell’argomento, ma è proprio questo a rendere la sfida interessante. Mi diverte spronare la gente a informarsi su ciò che non conosce, per quanto sia consapevole che quella da me aperta è appena una porticina che dà sull’immenso edificio del sapere. Ma mi piace pensare che le persone, dopo aver letto ciò che scrivo, decidano di impegnarsi autonomamente per approfondire. Dicevo che mi piace di fantasticare così, ma non so quanto di ciò che immagino corrisponda a realtà o sia una mia pia illusione. Vedo però, come dimostra il tuo caso e tanti altri, che qualcuno è stato ispirato da ciò che faccio. In molti mi hanno scritto, dopo l’articolo comparso su L’Unione Sarda. Ciò ha in parte confermato i miei auspici e mi ha fatto, per una volta, ben sperare.

Io penso che ciò che fai e che, in generale e in contesti diversi, fanno molti di noi, sia nobilissimo ed encomiabile. Piuttosto, come ti dicevo, ritengo assurdo che una ragazzina, per niente più bella della media come invece era per esempio Anita Ekberg a suo tempo, viva nella ricchezza, facendosi pagare per indossare abiti e mangiare in un certo posto.

Guarda, analizzando freddamente e applicando all’ordinario le teorie e i metodi linguistici che studio, ti dico che se una cosa del genere succede, se c’è una persona che ha questo successo dal nulla, per quanto fatuo possa essere, è perché probabilmente riesce a fare breccia…

Sì, certo, a intercettare un idem sentire diffuso. Permettimi di precisare, comunque, io la responsabilità la do ai suoi follower, non certo alla Ferragni. Lei è furba e i furbi, si sa, prolificano unicamente lì dove ci sono i fessi.

Certamente. Poi io, personalmente, mi sento diverso e credo che non riuscirei nemmeno a farmi carico di un simile successo. Già il fatto che qualcuno mi abbia scritto, dopo il pezzo comparso sul giornale, non ti nascondo, mi ha imbarazzato. Eppure, contrariamente a quella, che si è guadagnata la gloria vendendo il nulla assoluto, io sono consapevole di fare una cosa oggettivamente bella. Ma, come dicevi tu, non è lei da condannare. La Ferragni, e tante altre affini e replicanti, è solo riuscita a capire cosa vuole la gente, ammesso e non concesso che la gente sappia cosa vuole. Perché bisognerebbe prima di tutto riflettere sui follower, ovvero su chi decreta il successo di determinati personaggi. Alcuni di loro – e parlo a ragion veduta, perché li conosco – hanno come unico scopo di scoprire l’ultima news su questi famosi. Molta gente, in loro e nei loro show, trovano più che altro uno svago, un interesse momentaneo, per quanto non proprio nobile. Anche io, non lo nascondo, a volte, guardando la televisione, ho comunque contribuito al loro successo. Ma, chiaramente, i miei interessi principali ruotano intorno a tutt’altro. Basti pensare che, nel mio tempo libero, mi ritrovo a leggere manuali di fonologia latina. In un certo senso penso che sia anche normale se non tutti si dedicano, come facciamo io e te, a determinate attività. Però, qualche perplessità mi sorge nel momento in cui vedo che ci sono persone interessate a quello che per alcuni è solo un passatempo, come se fosse il loro unico interesse, quello principale.

A mio avviso è in atto una gigantesca transvalutazione in negativo dei valori, per cui c’è una persona che indossando abiti guadagna enormemente di più rispetto a chi che lavora con l’intelletto. La sproporzione è spaventosa. Ma non è solo una questione concernente i guadagni: se noi dovessimo parlare con dei ragazzini, vedremmo che da questi saresti considerato uno sfigato, se non un coglione.

Vero! Comunque, guarda, la cosa che mi fa ben sperare – tra virgolette – è il fatto che non sono solo. Nel sito per cui scrivo ci sono frequentatori dei più diversi, dalla vecchia professoressa che andava all’università nel ’15-’18, a persone più giovani – per quanto la maggior parte sia più grande di me. Mi dico che, se ci sono io, ci sarà pure qualcun altro. Anche per gli studi che faccio, mi rendo conto di far parte di una minoranza, ma una minoranza che comunque conta delle personalità al suo interno. Quindi, c’è qualcuno che valuta positivamente le cose in cui quelli come me e te ripongono maggiore fiducia. Non ci resta che auspicare un’inversione di tendenza rispetto a quella diffusa.

Quindi, tu credi ci sia un polo antagonista che resiste?

Il punto fondamentale è un altro: finché c’è uno spazio per persone che fanno quello che faccio io, che condividono i miei stessi interessi, non c’è alcun problema. Se dovessi accorgermi che lo spazio si riduce a zero, allora comincerei a preoccuparmi. Però, per il momento, a parte qualche critica insignificante, non mi sento in pericolo. Da tempo, come sappiamo, gli studi umanistici sono in decadenza. Non si parla altro che di chiusura del liceo classico – c’è chi lo auspica, addirittura – e dell’inutilità di questo tipo di studi. Ovviamente, io non la penso così e, se riesco a fare qualcosa perché questa visione non divenga un’idea diffusa, lo faccio volentieri.

Mauro, veniamo al punto: come ti è venuta in mente l’idea di diffondere le figure retoriche?

Sostanzialmente, mi sono trovato per caso sul sito di Una parola al giorno. Non ricordo neppure le circostanze, ma solo di essermi interessato immediatamente a questa splendida un’iniziativa. Ho visto subito che c’era un grandissimo lavoro dietro. Vedi, io scrivo a venerdì alterni, quindi ho molto tempo per pensarci, però ogni giorno qualcuno parla di una nuova parola. Ho notato la presenza di diverse rubriche e ho pensato che mi sarebbe piaciuto partecipare. Essendomi poi accertato che si potesse effettivamente collaborare da esterno, ho scritto all’amministratore del sito. Ci siamo sentiti per telefono, abbiamo discusso un po’ dei miei studi e dei miei interessi e, infine, cercato un argomento di cui potessi parlare. Inizialmente, gli avevo proposto di scrivere in merito a parole legate alle mie discipline, la filologia e la retorica. Abbiamo cercato un tema più specifico e siamo approdati alla scelta delle figure retoriche. L’amministratore, dopo essersi accertato che sapessi tenere in mano la penna, ha iniziato a farmi collaborare. Ti devo dire che non ho un progetto fisso, nel senso che non ho un calendario secondo il quale so che un venerdì dovrò preparare un articolo su una determinata parola e due venerdì dopo su un’altra. Non so neppure quando finirò. Siamo rimasti d’accordo che andrò avanti finché ci sarà qualcosa di cui parlare.

Qual è la figura retorica che meglio descrive il senso del nostro tempo?

Direi la prima di cui ho scritto, l’aprosdoketon. Consiste nella sostituzione di una parola aspettata con una inaspettata e, per estensione, concerne ogni elemento inatteso inserito nel discorso. Parlando di contemporaneità, l’aprosdoketon è quello che si può osservare quando, per esempio, durante le festività, il buontempone di turno decide di urlare, al momento del brindisi a tavola, un sonoro “Buona Pasqua!” nonostante sia il 25 dicembre, si mangi il pandoro e le temperature esterne non siano nemmeno lontanamente simili a quelle tipicamente pasquali. Lo zio/cugino/fratello che, ogni anno rispolvera il proprio ricco repertorio da cabaret, crede (e sottolineo ‘crede’, visto che la cosa va avanti ormai molto probabilmente da anni) di dire qualcosa di totalmente inaspettato (e di conseguenza esilarante, in questo caso). Quello è un aprosdoketon. Per estensione, quindi, questa figura retorica non è più solamente l’uso di una parola inaspettata al posto di un’altra, ma è arrivata a essere l’inatteso in generale, ciò che esula dalle aspettative comuni. Per i più romantici, poi, ormai l’aprosdoketon coincide con il concetto stesso che il termine rappresenta: qualcuno ne è in cerca, qualcun altro, più abitudinario, magari lo fugge. Insomma, tutti ci rapportiamo con esso in modo diverso, chi dal punto di vista letterario, chi dal punto di vista esistenziale. Nella sua fugacità, l’aprosdoketon è carico di una sola certezza: che nessuno se lo aspetta. Restituisce quel senso di inatteso, di altro da ciò che si attende. Inquadra bene il periodo che stiamo vivendo, e che penso andrà avanti per un buon lasso di tempo, in cui c’è sempre una novità, anche nelle conoscenze che si acquisiscono in qualsiasi campo del sapere. Questa figura parla di qualcosa di ignoto e diverso, e lo fa anche al di là della mera retorica.

Prima dicevo che c’è qualcosa di molto nobile nella tua attività e lo dicevo anche alla luce del fatto che il tuo contributo è completamente gratuito, a fronte appunto di questi personaggi che non muovono un pelo senza che piovano soldi. Invece, tu regali il tuo sapere, anzi lo doni. Volevo chiederti, dal tuo punto di vista, quanto sia importante questa dimensione per l’uomo di cultura. Nel senso che non tutto quello che si sa lo si deve necessariamente vendere, ma lo si può anche donare, o sbaglio?

Sì, certo. Parto dal presupposto che questa per me è un’occasione, una palestra di scrittura e di studio. A prescindere, penso che non avrei mai potuto chiedere un compenso. Sono del parere che, nel momento in cui una persona studia per conoscere e non per rivendere, quella conoscenza può tranquillamente essere divulgata senza che gli venga dato niente in cambio. Tra l’altro, ricollegandomi a quanto si diceva prima, questa è anche una mossa necessaria, perché c’è bisogno di chi cerchi di far conoscere. Il mio tornaconto, per quanto non di tipo economico, è vedere che la gente inizia, grazie ai miei articoli, ad apprezzare quello di cui mi occupo e magari arriva a capire che gli umanisti non sono poi così inutili, ma anzi fanno qualcosa di utile, utilissimo. Quella è la migliore ricompensa possibile.
Matteo Fais