Che cosa siamo disposti a fare per vendicarci di un’ingiustizia subita? Leggete Matsumoto Seichō, il Simenon giapponese

Posted on Febbraio 13, 2020, 9:55 am
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Che cosa siamo disposti a fare per vendicarci dell’ingiustizia che abbiamo subito? Fino a dove è lecito arrivare per regolare i nostri conti in sospeso? E poi, la vendetta, in fin dei conti, può essere un risarcimento postumo? La ragazza del Kyūshū, stupendo e terribile noir di Matsumoto Seichō, apparso in Italia nel 2019 (traduzione di Gala Maria Follaco, stampa Adelphi), ma pubblicato in Giappone nel 1961, offre lo spaccato di un paese spietato e gelido e, soprattutto, di un animo femminile privo di tenerezze, ferito e perciò crudele, che non lascia scampo.

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La ragazza del Kyūshū segue di un anno la pubblicazione, nel nostro paese, di Tokyo Express, uscito nel paese del Sol Levante nel 1958, che resta il poliziesco di Matsumoto Seichō più celebrato, da cui è stato tratto il film Ten to sen, con Takeshi Kitano. Eppure, se quel romanzo è un rompicapo che setaccia il reticolato dei treni in partenza dalla puntualissima stazione di Tokyo (in particolare il treno Asakaze delle 18.30 che arriva ad Atami e ferma a Shizuoka, a Nagoya e a Osaka) e fa correre pazientemente, su binari paralleli, dubbi e certezze circa l’itinerario di viaggio del presunto omicida, fotografando l’intero Giappone (peraltro una cartina del Giappone è comodamente posta in appendice), La ragazza del Kyūshū esplora, invece, gli abissi possibili della vendetta e, al contempo, i tentativi frustrati di porre un argine all’errore, di correggere le conseguenze di una decisione che abbiamo preso, irrevocabile, da cui, drammaticamente, ci deriva un destino di avversità. Sospesi in bilico tra rimorso e rimpianto.

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Come nel celebre Delitto e castigo, una vecchia e cattiva usuraia è stata trovata morta, nella città di K., nel Kyūshū, e un giovane maestro di scuola, Masao Yanagida, che aveva contratto un debito, per nobili cause, mai saldato, è stato ritenuto colpevole e rischia la pena di morte. Così la sorella dell’imputato, l’algida e apparentemente inesperta ventenne Kiriko, dattilografa di professione, si fa venti ore di viaggio appositamente per incontrare il grande avvocato di Tokyo Ōtsuka Kinzō, uno dei più validi del Giappone, forse il solo in grado di salvare il fratello. Ma la risposta dell’avvocato è implacabile, dalla ragazza non potrebbe scucire molti yen (anzi lei si è detta disposta a pagare soltanto un terzo della parcella). Il suo rifiuto è categorico, la ragione ufficiale: “mancanza di tempo”. Eppure da quel rifiuto di accogliere, patrocinare il caso (quante volte, per incuria o mancanza d’interesse o distratti da altri futili pensieri, non facciamo qualcosa che potrebbe salvarci dal nostro terribile destino?) germoglia un’altra terribile tragedia. Perché il principe del foro si è negato? L’avvocato era principalmente distratto dalla visione dell’amante Michiko “illuminata dal sole su una collinetta verde con la mazza da golf tra le mani”, che avrebbe incontrato di lì a poco. L’ultimo messaggio che Kiriko fa recapitare per telefono a Ōtsuka è implacabile: “Non credo che qualcuno possa salvare mio fratello. Se avessimo avuto ottocentomila yen forse le cose sarebbero andate diversamente, ma ha avuto sfortuna, perché non disponiamo di una somma simile. Evidentemente per chi è povero non può esserci giustizia. Perdoni l’insistenza. Non mi farò sentire mai più”.

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Poco tempo dopo, Masao Yanagida, nel processo di primo grado, è stato condannato alla pena di morte e muore in cella, “come un comune ladro e un assassino”. Se l’avesse seguito Ōtsuka non sarebbe morto? No, l’avvocato sarebbe riuscito a scagionarlo, Kiriko ne è certa. Ecco che alla prima feroce ingiustizia, l’arresto e la condanna al massimo della pena, si assomma il rifiuto dell’avvocato di difendere il bravo e innocente maestro elementare. E la seconda ingiustizia si fa più cocente della prima, la oscura e il desiderio di vendicarsi per Kiriko diventa l’unico desiderio da tessere pazientemente per una vita intera. L’avvocato Ōtsuka si fa spedire a Tokyo gli atti del processo, dal lontano Kyūshū e, studiando ardentemente le carte, scopre che Masao Yanagida è davvero innocente. L’occasione per consumare una vendetta è da sempre affidata al tempo che, presto o tardi, la porge sotto ai nostri occhi. Bastano semplici accorgimenti. Come far sparire un accendino dalla scena del delitto. Kiriko abbandona il Kyūshū e va a vivere a Tokyo, di lavoro intrattiene i clienti al bar Kaisō. Ed è qui che Kiriko conosce Kenji Sugiura, capo cameriere nel ristorante dell’amante dell’avvocato Ōtsuka, Michiko, con cui in precedenza la signora aveva avuto una relazione. Ed è a causa di un nuovo delitto – stavolta a perdere la vita è un giovane – che Kiriko può finalmente gettarsi sul suo freddo pasto di vendetta. E sacrificare, sull’altare della vendetta, ciò che di più ha caro ma che, ai suoi spietati occhi, ormai non conta più nulla. La sua verginità.

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Il giornalista e scrittore Matsumoto Seichō (1909-1992) battezzato il Simenon giapponese, è autore di centinaia di romanzi e racconti che purtroppo non hanno ancora visto la luce in Italia. Il suo romanzo Come sabbia tra le dita, del 1989, è stato pubblicato nel 2018 da Mondadori.

Linda Terziroli

*In copertina: Takeshi Kitano in “Violent Cop”, 1989