“Sento che la ragione ha torto, che l’oblio del sacro sta svuotando l’uomo fino a polverizzarlo”: dialogo con Marzio G. Mian tra fiumi e ghiacciai

Posted on Febbraio 12, 2020, 7:25 am
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Ha l’arguzia di Charles Marlow, il narratore evocato tra nubi australi da Joseph Conrad. La capacità di celarsi in un sorriso, una curiosità sorniona che si realizza nella facoltà narrativa, ipnotica. Potremmo intuire una certa somiglianza, obliqua, con Tim Roth, che è stato Marlow in una ambigua traduzione filmica di Heart of Darkness (il letale Kurtz, per la cronaca, era John Malkovich) o con Martin Sheen, che in Apocalypse Now, con letale dedizione, scanna Kurtz/Marlon Brando. Marzio G. Mian, insomma, è un sopravvissuto, un aristocratico del vagabondaggio. Privo del narcisismo che deturpa il gergo della maggior parte dei giornalisti, è uno che sarchia storie, le raffina, le racconta. Lo ascolti, intendo, e ti pare di stare lì, nella sacca del Tamigi, a bordo del “Nellie”, ammirando Marlow che distilla verbi dalle oscurità, “e anche questo è stato uno dei luoghi di tenebra della terra…”. Per altro, Mian, che ama i luoghi di confine e gli sconfinamenti nell’estremo, il Tamigi lo ha varcato davvero, per raccontare la Brexit e “indagare il ritorno dell’Englishness, lo spirito identitario fondato sull’eccezionalismo inglese”. Questo Marlow metropolitano, che ha radici in Friuli e gli occhi sparpagliati negli ignoti, ha raccontato l’Artico, cioè “La battaglia per il Grande Nord”, in un libro potente edito da Neri Pozza un paio di anni fa; ora ha valicato il Tevere controcorrente (Neri Pozza, 2019) per dire l’Italia, la Storia che ha cannibalizzato questo paese di marmo, marchiato da una specie di sibilante disfatta. Mian è un segugio del grande Nord ed è uno che percorre i fiumi: predilige i luoghi dimenticati, dove una sorta di antieroismo non si lascia sopraffare dall’etica della finanza, dove la fatica è vita e la vita affiora, morde, sul rimbambimento del millennio. Mian è un cadetto del tempo andato, un ussaro sul tetto del mondo, un eremita nel bianco – d’altronde, il fiume non è che l’endecasillabo di un ghiacciaio. Con alcuni giornalisti americani ha fondato “The Artic Times Project” – di fatto, è uno dei rari che pattuglia, racconta e percorre l’estremo Nord, saggiandone i clamorosi cambiamenti – fa parte di “The River Journal”. Scrivendo, controcorrente, il Tevere ha convocato molti altri fiumi e molti volti: Goffredo di Monmouth sotto il k-way, Henry James al fianco (“Nel 1869 Henry James visita i Fori, sale al Campidoglio e da lassù annota che il Tevere si mostra ‘rapido e sporco come la Storia’”), Albert Camus (“Al termine della mia vita vorrei tornare sulla strada che scende nella valle di Sansepolcro”, diceva), Pier Paolo Pasolini, l’“apocalittica voluttà poetica” di Jacopone da Todi, il Missouri (“sarà perché tra le gole drammatiche del Forello, dopo la collina sacra di Todi, il fiume sembra travestito da torrente western”), ad esempio. Risalire un fiume significa incunearsi nella spina dorsale della Storia – il fiume è vita, ispirazione, ambire a un regno – colpendo ai fianchi la cronaca. Mian è eroe quasi solitario di un giornalismo narrativo, pensato, di cui vanno assaggiate pure le pause, antimoderno per amore, controcorrente, appunto. (d.b.)

Hai la fissa per due cose. L’Artico. E i fiumi. Intorno a entrambi hai costruito dei progetti giornalistici articolati. Insomma. Se non sei nel grande Nord, navighi un fiume. Cosa unisce queste due passioni?

La passione è il mestiere che faccio, osservo e cerco di raccontare la realtà, perché la realtà esiste ancora, non siamo ancora riusciti ad eliminarla. E l’Artico e i fiumi sono realtà nuda e cruda, tutta da raccontare, pezzi di mondo che sembrano appartenere ad un altro mondo, quanto sono reali. L’Artico vive una travolgente trasformazione e il cambiamento climatico è solo una delle cause. Da diversi anni frequento il Grande Nord perché la fine – anche tragica – della sua solitudine siderale coincide con l’inizio di un’occupazione, anzi colonizzazione, che segnerà la storia dell’umanità, quanto la scoperta dell’America. Essere lì, assistere allo stravolgimento brutale, vedere come popolazioni tuttora ancorate a equilibri stabiliti all’età della pietra sono distrutte e rimpiazzate dalla civiltà del mercato, dello sfruttamento e del profitto, è un’esperienza potente e ti fa sentire vivo. L’atmosfera pionieristica da nuova frontiera, lo scontro tra potenze, il confronto spietato tra interessi nazionali ed economici, le storie estreme quanto le condizioni ambientali di chi le vive, danno ovviamente dipendenza giornalistica ed esistenziale, perché è indubbio che questo bisogno di esplorare il contemporaneo a -40 è un modo intimo di reagire alla crisi del giornalismo tradizionale e alla narcosi in cui ci hanno precipitati il materialismo e la tecnologia. Anche i fiumi sono una fuga dall’irrealtà, in un mondo liquido sono tra le poche realtà solide; dimenticati, maltrattati, rinnegati (forse proprio perché ci ricordano scomode verità) continuano ad essere pieni di essere e divenire, sempre uguali e sempre nuovi. Eppure sconosciuti, quasi esotici, come l’Artico. Come scrivo nel mio libro “mondi a parte, i fiumi, che dicono le cose come stanno a chi sa sintonizzarsi con la propria solitudine o inadeguatezza, ipnotizzano come un gorgo cui consegnarsi per ritrovarsi; attraversano il contemporaneo e la vita degli uomini, eppure scorrono sotto i ponti in un loro tempo assoluto che pare non contemplare la nostra epoca o lambirla appena, distrattamente. Profeti crudeli, capaci di consegnare implacabili, indicibili e intime verità”.

In particolare. Hai raccontato la caduta del muro di Berlino attraversando quell’altro muro, l’Elba; hai detto la Brexit valicando il Tamigi; ora cerchi di sondare il cuore dell’Italia navigando il Tevere. Perché? Che cosa dicono i fiumi, che sguardo offrono?

Sono una formidabile chiave di racconto, di penetrazione nel rapporto tra l’uomo e il resto: natura, universo, senso del divino. Come per gli uccelli, è risalendo o scendendo i fiumi che l’uomo ha penetrato i territori e lanciato la sua sfida di animale alfa. Anche se lontano dai riflettori della modernità dettata dall’ideologia metropolitana del tutto possibile, facile e divertente, continuano a macinare storie, tragedie, sofferenze, economia, politica, spirito e destino. Ho sempre amato i fiumi, da bambino sono partito alla ricerca delle sorgenti del “rugo Mizza” un torrentello di Fanna, il mio paese in Friuli – un ruscello, un “crick” che per me era il Mississippi, Grande Padre delle Acque. Quelle due ore di cammino valevano il viaggio di Stanley alle sorgenti del Nilo Bianco. Ricordo una notte di grandi discorsi da adolescenti con il mio amico fisarmonicista Roberto. Prima di salutarci facemmo la solita pisciata dal Punt di Barêt, ponticello sul Mizza, e il desiderio che espressi fu quello di rifarla un giorno sul Mississippi. Quando è accaduto ho pianto. Ho raccontato l’America profonda anche scendendo il Mississippi, e poi risalendo il Missouri durante l’ultima campagna presidenziale e definii quella valle la Val Trumpia americana, azzeccandoci perché il fiume spiegava meglio di qualsiasi analista come l’America rurale, conservatrice e reazionaria aveva dissotterrato l’ascia di guerra. Come nell’Artico anche sui fiumi addotto il metodo “spedizione”, cioè un lavoro di squadra (nel caso dei fiumi due giornalisti e due foto/video reporter) dove si collabora – come fanno gli scienziati – allo stesso obbiettivo e cioè alla produzione di reportage sviluppati su carta, tv, radio e web. L’abbiamo fatto oltre che in America lungo il Po, il Tamigi, l’Elba, lo faremo presto lungo il Mekong. E funziona, perché appunto grazie ai fiumi, cioè al ‘mondo fiume’, con le sue città antiche, le fabbriche chiuse, l’umanità sdentata degli abissi, il sempre uguale delle province, la rivoluzionaria e poetica caparbietà di chi continua a fare roba con le mani, i banditi che abitano le golene, si riesce a trasmettere un senso di realtà, e quindi di verità, che disorienta l’autistico consumatore digitale, liberal o sovranista che sia. Il viaggio controcorrente lungo il Tevere è stato in solitaria e solo per scrivere questo libro, che è anche un modo, attraverso il fiume che al mondo ha visto scorrere più Storia, per rendere omaggio a tutti i fiumi, metafora antimoderna, perché i fiumi ci guardano, sanno tutto di noi e custodiscono il segreto, forse per misericordia o forse per un’ancestrale complicità…

Il Tevere lo hai varcato ‘controcorrente’. Mi pare che questo corrisponda anche a uno ‘stile’, a una posizione giornalistica ed esistenziale: è così?

Sì, e un po’ l’ho detto sopra, percorrere il fiume controcorrente – fisicamente e metafisicamente – mi permette di compiere un viaggio nelle idee, non solo nei fatti e nelle storie. È un po’ andare a scoprire l’acqua che deve ancora scorrere. Il fiume invita a ritornare al principio d’una storia, a una “nuova preistoria”, cioè a non essere sempre, banalmente e beatamente, noi stessi, ma ad avere memoria di quel che siamo stati, lontano dallo spirito convenzionale del tempo presente. Soprattutto dà voce alle cose, le nomina, suggerisce parole esatte, impone una lingua onesta, efficace e se necessario spietata. È stato il Tevere a impormi di vivere in un campo di zingari a Roma e di scrivere che per la prima volta in Occidente l’uomo si trova a competere con i topi per la stessa preda, la spazzatura.

Marzio G. Mian ha firmato per Neri Pozza il reportage narrativo “Tevere controcorrente”

Nel libro ricorre la presenza di Pier Paolo Pasolini: come mai? È ancora così centrale per capire la contraddizione italiana?

Anche se sono friulano, Pasolini l’ho scoperto tardi, mi sono pentito di non essere andato quella volta ai suoi funerali a Casarsa con i miei genitori. Ma a Ostia sono stato sotto la pioggia a lungo nel luogo dove è stato massacrato, mi ha accompagnato nel purgatorio dove muore il Tevere. Più che la contraddizione italiana disvela quella della sinistra progressista, perché non so se sia stato comunista – e se lo è stato, nonostante i comunisti gli avessero assassinato il fratello e l’avessero scomunicato per pedofilia, è perché, orfano della fede contadina, ha sentito il richiamo della chiesa ideologica –, ma la sua critica della modernità, quasi da reazionario, oggi appare un atto d’accusa contro la polizia del pensiero e il conformismo liberal.

Nel libro si rincorrono anche storie marginali, smangiate dalla cronaca, laterali, in esilio dalle luci della ribalta. C’è, intendo, una patina ‘antimoderna’ che avvolge il tuo libro, che ne decreta il fascino corrusco, un po’ come in Antartide. Insomma: ti dichiari ‘antimoderno’? E in che senso, semmai?

Sono un cattolico non credente, ma sento che la ragione ha torto, che cioè l’oblio del sacro sta svuotando l’uomo fino a polverizzarlo, per cui mai come oggi la critica della modernità è un atto d’amore nei confronti dell’uomo. Non ho nostalgie, nemmeno della gioventù, ma della realtà sì, non concepisco conquiste senza fatica, ritengo il sacrificio una legge della fisica, al divano preferisco la sedia. Della modernità mi piacciono poche cose, e quelle poche regolarmente – forse è la ritorsione – sono le prime ad essere rottamate, spero che almeno BlaBlacar resista.

Racconti tante storie e sei sedotto dalla Storia: da Belisario ai Borgia, dalla Roma antica al Bernini, dall’Italia dei papi all’Unità d’Italia, in fondo il Tevere è una specie di macchina del tempo. Domanda frivola: in quale periodo storico avresti voglia di passare almeno un week-end e quale personaggio storico vorresti intervistare?

Assistere, insieme ad Ovidio, a una delle battaglie navali kolossal inscenate sul Tevere da Cesare Augusto. Vorrei intervistare il populista Cola di Rienzo in Campidoglio prima di essere linciato dalla folla che l’aveva decretato duce e salvatore dai corrotti.

Cosa ti ha autenticamente sorpreso del tuo viaggio, cosa è stato inatteso?

Non immaginavo di incontrare i personaggi che prima di iniziare il viaggio speravo di poter incontrare. Mi ha sorpreso soprattutto l’Alto Tevere. Ho assorbito il paesaggio metafisico di Piero della Francesca e di Francesco. Ho sentito l’alito della natura maestosa che ha riscaldato mistici ed eremiti. Mi ha sorpreso sapere che esistono ancora eremiti a pochi passi dalla sorgente, mi ha sorpreso meno verificarne la prosaica inconsistenza

Chiudo con il dettaglio stilistico. Sei un giornalista ‘di stile’, che ama scrivere, che narra. Chi sono i tuoi maestri, che libro ha segnato la tua vita?

Credo nel giornalismo narrativo – non so che stile ho, ma, come detto sopra, la mia scrittura non è da divano ma da sedia scomoda. Solo con la fatica di scrivere riesco a trovare le parole, altrimenti sono afasico. Giorni fa hai ricordato Vittorio G. Rossi, e te ne sono grato, anche perché mi confermi la sintonia che ci lega: mio padre lo leggeva ad alta voce in cucina d’inverno, libri turgidi di vita (ancora: di realtà) come arance appena colte o seni maturi. In Italia un caso unico, anche lui non credente ma con una grande nostalgia del sacro.

Ultimissima. Ultimamente, cosa sei andato a fare in Siberia?

Sono stato in Chukotka, far east siberiano, nella regione russa di Bering dove è appena arrivata una piattaforma nucleare galleggiante, uno dei simboli più forti della trasformazione in atto nell’Artico. Ne trarremo un documentario. La Chukotka è la regione più remota e sconosciuta della Russia, l’unico che l’ha raccontata è un grande scrittore indigeno di etnia Chukci, Jurij Rytcheu che, come diceva lui era passato direttamente dall’età della pietra ai Soviet e a Gagarin.

*In copertina: Martin Sheen in “Apocalypse Now” (1979), che interpretava il capitano Willard, cioè il Marlow di Conrad