“Sopra il suo torace da titano c’erano le opere di Freud”. Esce una nuova biografia di Marlon Brando, l’incommensurabile. Mitologica l’intervista di Truman Capote

Posted on Novembre 12, 2019, 7:23 am
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Scavare nella vita di un attore è come guardare sotto le sottane di un dio: un gesto che ricama eresia.

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All’ombra di un uomo totalmente pubblico, c’è la banalità della vita, a volte il vuoto: la biografia di un attore, per quanto eccellente, è sempre un modo per ucciderlo. Il lettore vuole capire fino a che punto l’attore coincida con l’atto che ha rappresentato: la delusione sarà feroce.

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Una delle scene capitali del cinema. Marlon Brando/Kurtz, il cranio, a fette, che galleggia sull’oscurità, come uno scudo. Apocalypse Now. Il colonnello Kurtz, celato alla razionalità, nei recessi del Mekong, legge Gli uomini vuoti, la più disperata, astratta poesia di Thomas S. Eliot.

Siamo gli uomini vuoti
Siamo gli uomini impagliati
Che appoggiano l’un l’altro
La testa piena di paglia.
Le nostre voci secche, quando
Insieme mormoriamo
Sono quiete e senza senso
Come vento nell’erba rinsecchita
O come zampe di topo sopra vetri infranti
Nella nostra arida cantina

Figura senza forma, ombra senza colore,
Forza paralizzata, gesto privo di moto

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Marlon Brando è pura ‘presenza’, una apparizione, un volto che riassume le nostre aspirazioni, ciò che è planato nel nostro destino con forza inesorabile, che sfugge alla scelta, come il divino, l’imprevisto, l’assalto senza assioma. Un tram che si chiama Desiderio, Fronte del porto, Il padrino, Ultimo tango a Parigi, Apocalypse Now, sono falò di diamante che s’incuneano nella sceneggiatura degli ultimi decenni. Il delirio di Brando, l’uomo che fece di tutto per annientare la sua ‘presenza’ – il corpo che dilaga, quasi che la ‘presenza’ assorbisse l’uomo fino a dilaniarlo, a zittirlo – è consustanziale al genio. Chi rappresenta i desideri è destinato a esserne offeso, ucciso.

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È uscita una biografia di Marlon Brando, s’intitola The Contender. The Story of Marlon Brando, l’ha firmata William J. Mann, esperto in ricerche d’ambito cinematografico – giornalista del “New York Times”, ha scritto di Katharine Hepburn, di Elizabeth Taylor, di Barbra Streisand. “Vasta, tentacolare, meticolosa ricerca, sostanzialmente una biografia avvincente che dice tutto quello che avremmo voluto sapere sull’uomo Marlon Brando”, ha scritto Michael F. Covino sul “Washington Post” (“The Contender” remembers Marlon Brando as an actor and so much more), ricordandoci, però, con giustizia, diversamente da ciò che vuole il biografo – “Per quanto importante, la recitazione di Brando non è la parte più interessante di lui” – che “l’interesse per il libro di Mann nasce dal genio di Brando per la recitazione, non certo per la sua vita in sé, l’encomiabile attivismo politico, la fuga nell’isola tahitiana, le innumerevoli mogli, la vasta genia di figli, i tentati suicidi, l’omicidio commesso dal figlio…”. La ‘presenza’ vince sulla vita.

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Il libro comincia il 28 febbraio 1991, palazzo di giustizia di Santa Monica, California. È chiamato a processo perché il figlio Christian è accusato di aver ucciso il ragazzo della sorella, Cheyenne, Dag Drollet. Il processo, in realtà, è il tassello di una tragedia greca. Christan e Cheyenne sono fratellastri: il primo è il primogenito di Brando, nato da Anna Kashfi; la seconda è figlia della terza moglie di Marlon, la polinesiana Tarita Teriipia. Christian sarà condannato a dieci anni di carcere; Cheyenne, sconvolta dall’omicidio del ragazzo, si ammazza, a 25 anni. “L’uomo, gigantesco, con dolcevita nera, è invitato ad alzare la mano e a giurare su Dio. ‘No’, replica l’uomo. ‘Non giuro su Dio, perché non credo in senso convenzionale, non credo in questa assurdità. Giurerò sui miei figli e i miei nipoti’”.

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Più che la biografia di Mann, occorre leggere la leggendaria intervista a Brando realizzata da Truman Capote per il “New Yorker”: pubblica il 9 novembre 1957, è stata tradotta da Mondadori nel 1999, poi nel 2004, come Il Duca nel suo dominio, libro attualmente fuori catalogo, peccato. Capote ha la stessa età di Brando – classe 1924 –, entrambi erano stati baciati da un successo precoce, abitati da una ambizione che sfoga nell’autodistruzione. Capote vola in Giappone per incontrare Brando sul set di Sayonara, didascalico film di Joshua Logan (che tuttavia ottenne 10 nomination agli Oscar, conquistando quattro ‘statuette’). Hanno 33 anni, i due. Gigliola Nocera, nella postfazione all’intervista, ricorda un aspetto ‘letterario’ interessante. “‘Il segreto dell’arte di intervistare – ed è davvero un’arte – è far sì che l’altro pensi che sia lui a intervistarti’, dice Capote. ‘Tu cominci a raccontargli di te, e piano piano tessi la tua rete finché l’altro non ti racconta tutto di sé. Ecco come ho messo in trappola Brando’. In una occasione l’attore aggiunge: ‘Quel piccolo bastardo ha passato metà della serata a raccontarmi tutti i suoi problemi; ho immaginato che il meno che potessi fare fosse raccontargliene un po’ dei miei’”. Brando s’incavolò: per la prima volta qualcuno – quel demonio di Truman – aveva scalfito la divinità, mostrandone la debolezza, la follia.

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L’intervista di Capote è da antologia. Incipit brioso – “Le ragazze giapponesi ridono sempre. La camerierina al quarto piano dell’albergo Miyako a Kyoto non faceva eccezione. L’ilarità, insieme ai tentativi per reprimerla, le arrossava le guance e scuoteva la sua figura, in carne, in kimono e peonie” – chiusa memorabile: “Fu allora che rividi Brando. Alto una ventina di metri, con un testone grande come quello più enorme dei Buddha, eccolo là su un manifesto che, sopra l’ingresso di un cinema, reclamizzava La casa da tè della luna d’agosto. Piuttosto simile a Buddha era, inoltre, la sua posa, poiché era stato ritratto seduto alla turca, con un sorriso sereno sul volto che luccicava nella pioggia al riverbero di un lampione. Una divinità, sì; ma più che altro, veramente, soltanto un giovanotto che siede sopra un mucchio di dolciumi”.

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Marlon Brando è morto 15 anni fa; Truman Capote è morto vent’anni prima di lui. Capote vide che dietro la ‘presenza’ divina c’è qualcosa di solubile, uno zucchero.

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Brando desidera trascendere la fama, uccidere la ‘presenza’ – ciò che gli altri vedono di lui, in lui – e mostrare chi è. “Da ogni parte, frutti morsicati per metà; una scatola di fragole… e poi libri, una caterva di libri… svariati testi di preghiere buddhiste, meditazioni sen, respirazione yoga, misticismo indù… Niente romanzi”. Tutta l’intervista di Capote è giocata sulla apparente contraddizione tra i pensieri di Brando – riassunta nell’etica ingenua: “I film possono contribuire allo sviluppo morale del genere umano. Alcuni, perlomeno: i film del tipo che io intendo interpretare” – e il suo corpo, tonante. “Indossava una maglietta bianca e calzonacci di tela, con un fisico tarchiato da palestra – braccia da sollevatore di pesi, torace da titano (anche se vi posava sopra, aperto, un volume di Opere scelte di Sigmund Freud)”. Freud sul corpo del titano: titanica lotta tra fisico e psiche, tra carne e mente.

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Nessuno può credere a Marlon Brando, perché la rappresentazione è più veritiera della realtà, ed è crudele vivere alla mercé di un idolo, svergognati da un personaggio. Come puoi sopportarti se non hai nulla, di te, da portare? Se, affettata, la tua anima non è che un sibilo, pronunciato, forse, come atto di sfiducia… Brando, in realtà, non ha figli, ma l’estensione di una estinzione.

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“Un successo eccessivo ti può rovinare né più né meno di un completo fallimento”, dice Brando, nel cuore dell’intervista a Capote. “Van Gogh! Ecco un esempio di cosa succede quando una persona non riceve mai alcun riconoscimento. Smetti di avere rapporti con il mondo. Ne sei fuori. Ma anche il successo, suppongo, fa questo effetto. A me, sai, mi ci è voluto molto tempo per rendermi conto che avevo raggiunto il successo – un grande successo. Ero così assorto in me stesso, assorbito dai miei problemi, che non mi guardavo mai intorno, non captavo. Andavo a zonzo per New York, camminavo per le strade a notte fonda… e non vedevo niente. Non ero neppure sicuro che recitare fosse quello che realmente volessi fare… Era come se fossi stato addormentato, e tutt’a un tratto mi fossi svegliato… seduto sopra un mucchio di dolciumi”. Eccolo, lo stato sonnambulo della divinità, che goccia stilettate d’oro nelle giunture del caos. (d.b.)