“Va così: ti amo. Come la rugiada ama i fiori, gli uccelli amano il raggio di sole, le madri amano il loro primo figlio. Anche se rileggo e mi sembra tutto folle”. Mark Twain, le donne, la sua biblioteca gettata in un sacco e una lettera di Stevenson

Posted on Giugno 19, 2019, 8:55 am
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“Non ho scritto nulla che sia serio, neanche una parola, finché non ho sposato la signora Clemens. È lei l’unica responsabile, a lei tutto il credito, per ogni influenza che il mio lavoro potrà esercitare in futuro. Dopo il nostro matrimonio, è lei che ha editato tutto quel che ho scritto”. Il mondo è bello perché ci sono sempre degli strampalati come Mark Twain che gettano in un angolo la loro vita fino a prima del matrimonio. Il fatto è che per Twain il fattaccio avvenne che aveva trentadue anni, e mica trentadue anni di oggi – nell’Ottocento, quando si era quasi nonni a quell’età (l’album è qui).

Questo è Twain: un tipo che a trent’anni scrive la Celebre storia del ranocchio della contea di Talaveras con una certa risonanza mediatica sul Saturday press nazionale, poi torna a fare quello che sapeva fin da ragazzo: viaggiare e lavorare su navi, ma non più sul Mississippi dell’infanzia bensì alle Hawaii e poi cambiando del tutto direzione in Europa e Medio Oriente. Allora le Hawaii si chiamavano isole Sandwich e Twain mandava da lì i suoi dispacci al foglio Sacramento union per poi rimescolare le carte del viaggio in un libro degli anni a venire – Gli innocenti all’estero.

Viaggiare in Europa fu un tranello: Twain era un carattere espansivo, non era come Melville che mentre stava sul battello del Mississippi si incazzava scrivendo quel tragico libro americano che è The confidence man. Twain è altro: si guarda intorno e sulla nave fa due parole con un certo Langdon che è figlio di un proprietario di giacimenti carboniferi il quale, tra la noia e l’esibizionismo, gli mostra una foto della sorella.

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Twain ci casca subito e quando rientra dall’Oriente negli Stati Uniti viene invitato a Elmira, vicino New York, a far conoscenza di Livy Langdon Clemens che ha 22 anni, giusto dieci meno di lui e poi le cose si trascinano con un duecento lettere di lui a lei in poco più di un anno, con un incontro a New York per assistere alla conferenza di un certo Dickens e poi, concessione alla fede del secolo, lei lo sommerge di opuscoli religiosi.

Quindi da una parte lei gli fa la predica con le parole di Henry Ward Beecher di cui oggi si è persa traccia – lui invece le scrive robe così: “Cara Livy, ti ho già spedito una lettera oggi ma sono così fiero del privilegio di scrivere alla ragazza più cara che ci sia al mondo ogni volta che ne ho voglia, da dover aggiungere una riga qui solo per dirti che ti amo, Livy. Va così: ti amo. Come la rugiada ama i fiori, gli uccelli amano il raggio di sole, le madri amano il loro primo figlio. Anche se rileggo e mi sembra tutto folle, uno spettacolo di pupi. Come vorrei essere andato a dormire appena rientrato a casa senza scriverti. Mi hai detto che non devono venirmi le lacrime dopo averti scritto e così te la mando. Bruciala, Livy. Non avrei mai detto che scrivevo così da pagliaccio rottamato. Ero troppo di buon umore per scrivere qualcosa di buon senso”. Non male.

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I due si sposano nel 1869, di tre figli solo una sopravvisse a entrambi i genitori e alla fine Twain cedette il controllo degli affari ricevuti in eredità dai Langdon a uno dei primi e feroci cartelli, di quei baroni della Standard Oil che forgiarono il secolo americano. Molto bene: sposare per merito un’ereditiera, ricevere dal padre di lei un prestito appena sposato per comprare una quota del giornale locale e poi lanciare subito a razzo un libro come Gli innocenti all’estero.

Ora il bello è che nonostante una vita così mossa, Twain continua ad attirare gli studiosi, quel genere di biografi che vorrebbero sapere tutto e ogni volta si allontaneranno un po’ di più da capire veramente le cose. Il più sfegatato di questi è Alan Gribben di cui ha parlato, seriosamente, il Guardian. Ma è tutto vero: Gribben che oggi ha raggiunto i sessanta sta percorrendo gli USA in lungo e in largo per ritrovare i libri dispersi appartenuti a Mark Twain. È venuto così a sapere che quando raccontava dell’evasione di Jim in Huckleberry Finn, Twain si era già letto il Montecristo, la fuga dai Piombi di Casanova e poi altre pepite della miniera letteraria (Xavier Saintine e il barone von Trenck). A detta dello studioso, Twain incominciò a devastare i suoi libri di note a margine dal 1867 quando conobbe Livy: che ingenuità scoprono i nostri dotti, ma almeno le dicono col loro stile candido.

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Leggiamo sul sito del Ransom Center che raccoglie altre carte di Twain: “Negli anni Settanta guidavo la mia Volkswagen Beetle alla ricerca della biblioteca di Twain, visitai la sua casa, rintracciai i nomi dei suoi  librai e l’identità della sua domestica, Kay Leary, alla quale erano rimasti i libri dopo la morte di Mark. Ero nel Wisconsin, a Rice Lake, e trovai dei sacchi buttati a bordo strada per il locale ente caritatevole, li aveva messi lì una discendente della Leary. Ora pensate alla mia sorpresa nello scoprire che là dentro c’erano almeno 90 pezzi di Twain, tutti annotati”.

Superbo. L’eredità di un romanziere che inonda tutto il paese, e lo fa fisicamente, coi libri che straripano dalle sacche. Poi però bisogna capirsi: vogliamo il gioco intellettuale, vogliamo ricostruire tutti i libri che Twain poté aver per le mani? E leggere i due mattoni stampati quest’anno da NewSouth Books – Twain literary resources?

O non è meglio immaginarsi la vita di questo signore elegante arrivato a fare quello che gli piaceva dando un carattere diverso, meno terra-terra, alla sua nazione? Francamente preferisco pensarlo in un giorno di marzo a New York, era il 1888 e Stevenson che va alle Hawaii con la moglie e i figli di lei si ferma a trovarlo. Le memorie di Twain ci lasciano questa silhouette: i due scrittori seduti su una panchina di Washington Square, per un’ora buona.

Andrea Bianchi

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Stevenson a Twain, dal lago Saranac, 12 aprile 1888

Mio caro Mark Twain, avrei dovuto scrivere da un pezzo all’autore di Huckleberry, un libro che lessi quattro volte a sono quasi pronto per cominciarlo di nuovo domani. Penso ti piacerà sapere che lo presi la prima volta da bambino, ero malato e stavo a Bournemouth, era il mio primo inverno lì; lo lessi tutto filato, lo finii e lo ricominciai senza interrompermi. Proprio in quel frangente venne un signore che mi doveva fare il ritratto, un tizio molto colto e sapeva tutto sulla Francia. Bene, quando insistetti perché qualcuno mi leggesse ad alta voce Huckleberry durante le sedute di pittura, il pittore ebbe un crampo. Ma gli dissi che doveva guardare la cosa in faccia, e allora andò avanti e credo che se ne giovò. Tuttora penso che secondo lui avrei dovuto leggere Baudelaire.

Un altro aneddoto – mio padre (che morì l’anno scorso) era un ingegnere che raramente leggeva i libri nuovi: teneva per sé sempre Guy Mannering e qualche libro di teologia in latino. Una notte, comunque, si lamentava che non riusciva a prender sonno e sfilò dal mio scaffale Gli innocenti all’estero. La mattina mi disse che aveva dovuto metterlo da parte. Mi disse “ero spaventato, moltissimo, è pericoloso per un uomo della mia età ridere fino a schiantare come capita con Twain”. Quel che gli diede il colpo di grazia non fosti, tu ma le carte, il whisky e moltissimo tabacco. (…)

Saluti!

Robert Louis Stevenson