“Non so se questa è arte dissi a me stessa. Questa è vita”. Quando Marina Abramović attraversò la Grande Muraglia cinese per sposare Ulay (e scoprì il suo tradimento)

Posted on Agosto 07, 2020, 10:34 am
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Nell’estate del 1988, la Grande Muraglia in Cina era un cumulo di macerie. Un mucchio di sassi pericolanti. Tra le performance che srotola in modo particolareggiato e intenso (senza tacere davvero nulla) la leggendaria Marina Abramović, dentro quel sorprendente romanzo fiume che è Attraversare i muri – un’autobiografia (edito da Bompiani), The Lovers senz’altro è la mia preferita. Dopo dodici anni d’amore e d’arte (e tradimenti), dopo aver intrecciato i loro corpi in molteplici performance in giro per il mondo e avere mescolato sapientemente quanto pericolosamente vita e opera, Marina e Ulay (pseudonimo di Frank Uwe Laysiepen, l’artista scomparso a marzo scorso) concepiscono un progetto clamoroso nel cuore del deserto australiano, in mezzo agli aborigeni: percorrere a piedi tutta la Grande Muraglia. Vedono una luna piena gigantesca mentre parlano del fatto che, secondo gli astronauti, le uniche costruzioni visibili dalla Luna sono le piramidi e la Grande Muraglia cinese. “Fu allora che concepimmo un nuovo, ambizioso progetto: percorrere a piedi la Grande Muraglia, partendo dalle estremità e incontrandoci in mezzo. Nessuno l’aveva mai fatto prima, ne eravamo più che sicuri. E non solo ci saremmo incontrati a metà, ma lì ci saremmo sposati. Un’idea incredibilmente romantica”.

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1988, “The Lovers”: Marina sulla Grande Muraglia cinese

Sotto la struttura della Muraglia vive un drago leggendario, di colore verde, che incarna l’unione di terra e aria, due elementi naturali. Ma l’opera non sarebbe così significativa se non celebrasse il fallimento, più che il coronamento, della storia d’amore dei due artisti. La realizzazione dell’opera è piena di ostacoli, nessuno effettivamente aveva mai percorso a piedi l’intera Muraglia. Poi, nel 1984, un cinese, Liu Yutian percorse da solo a piedi tutta la Muraglia. Quindi, i due artisti arriverebbero secondi. Per una ragazza vissuta sotto Tito, figlia di comunisti eroi di guerra, la Cina che attraversa è zeppa di qualcosa che ha già visto: “le locande più grandi erano deprimenti: nudi blocchi di cemento armato, con i gabinetti fuori. L’illuminazione era terribile; se le pareti erano dipinte, era in quel verde-ospedale che ricordavo fin troppo bene. I paesi, poi, erano un incubo. In tutti c’erano i tipici dormitori comunisti, che consistevano di tre locali: in mezzo c’era la cucina, da una parte lo stanzone per le donne e dall’altra quello per gli uomini”.

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Alla vigilia della partenza lo scopo della performance Abramović è già a pezzi, proprio come la Muraglia. “Non ero certo in uno stato d’animo ottimale. Mi sentivo a pezzi. Ulay aveva continuato a tradirmi, sia alle mie spalle sia davanti ai miei occhi. Quando arrivai a Bangkok, ero disperata. Ero pazza di gelosia, avrei fatto di tutto per sapere con chi avesse una relazione in quel momento, ma ero decisa a recitare la parte della donna felice cui non importa niente. Gli dissi che avevo una storia pazzesca con uno scrittore francese che faceva l’amore divinamente. Non era vero nulla”. Il progetto era di partire dalle due estremità della Muraglia, la testa a oriente – la coda a occidente, e accamparcisi sopra. Ma camminare da soli non era permesso. “Invece di camminare da soli, ciascuno sarebbe stato accompagnato da un drappello di guardie e da una guida-interprete. In teoria le guardie ci dovevano proteggere, ma i cinesi avevano la paranoia che andassimo nei posti sbagliati e vedessimo ciò che non dovevamo vedere. Alcune porzioni della Grande Muraglia erano all’interno di aree militari inaccessibili: in questi casi, anziché continuare il cammino, saremmo saliti su una jeep con un autista e avremmo fatto una deviazione. E accamparsi sulla Muraglia era fuori questione: in Cina, dopo la rivoluzione culturale, nessuno voleva patire scomodità, soprattutto i soldati che ci accompagnavano”. Insomma, avrebbero alloggiato nelle locande vicine alla Muraglia, che, in alcuni punti, era stata divorata dalle sabbie del deserto. In molti punti era “un mucchio di sassi pericolanti”.

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Per certi versi era una Cina ancora sconosciuta agli occidentali. “Erano gli anni di piazza Tienanmen e attraversavo una Cina che ben pochi occidentali conoscevano. Misi piede in dodici province che erano proibite agli stranieri. C’erano siti contaminati dalla radioattività. Vidi persone legate ad alberi e lasciate morire lì, come forma di punizione. Vidi lupi mangiare cadaveri. Era una Cina che nessuno voleva vedere”. Ulay le fa recapitare un biglietto, dalla Cina occidentale: “Camminare sulla Muraglia è la cosa più facile del mondo”. Le dissimmetrie erano parte dell’opera, del territorio e del principio maschile, il deserto, contro quello femminile, l’acqua. Ulay era partito dal deserto, Marina dal mare. Nonostante tutto, lei pensava di portare la loro storia d’amore in salvo. Si incontrarono il 27 giugno 1988, tre mesi dopo la partenza, a Erlang Shen, Shennu, nella provincia di Shaanxi. Ulay era lì ad aspettare Marina da tre giorni, tra un tempio confuciano e uno taoista. E aveva già messo incinta la sua interprete, Ding Xiao Song, che avrebbe sposato a Pechino, nel dicembre di quell’anno.

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2010: “The Artist is Present”, al MoMA di New York Marina ritrova Ulay

Attraversare i muri è dopo tutto un inno alla vita, agli incontri e agli amori, alla sua imprevedibilità, alle morti e al dolore che la percorre dall’inizio alla fine. Dolore che è parte integrante di tutte le opere della Abramović, comunque la si pensi su di lei e sulla sua arte (che per alcuni critici non è se non puro esercizio fisico, una sfida sensoriale e disinibita). Che è inscindibile dalla vita dell’artista. Ma che cosa è l’arte? “Se vediamo l’arte come qualcosa di isolato, di sacro e di separato da tutto, significa che non è vita. Mentre l’arte deve essere parte della vita, deve essere di tutti”.

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L’artista c’è, è presente. The Artist Is Present, forse la sua performance più celebre, durata tre mesi al Museum of Modern Art di New York la porta nuovamente a interrogarsi. E a interrogare il pubblico e la critica. “Non so se questa è arte dissi a me stessa. Non so cos’è quello che sto provando né so cosa sia l’arte. Avevo sempre pensato all’arte come a qualcosa espresso mediante determinati media: pittura, scultura, fotografia, scrittura, cinema, musica, architettura. E sì, anche performance. Ma questa performance andava oltre la performance. Questa era vita. Può essere l’arte isolata dalla vita? Deve esserlo? Cominciai a essere sempre più convinta che l’arte deve essere vita – deve appartenere a tutti. Sentivo, con un’intensità mai provata prima, che ciò che avevo creato aveva uno scopo”. L’artista, comunque, soffre sempre. Per antonomasia. Alla fine della prima giornata della performance, si siede, inaspettatamente, davanti a Marina, il suo vecchio amore, Ulay. “Fu uno shock. In un attimo mi passarono davanti dodici anni della mia vita. Per me non era certo un visitatore come gli altri. Così, solo per quella volta, infransi le regole. Misi le mie mani nelle sue, ci guardammo negli occhi e, prima di rendermi conto di quello che stava accadendo, ci ritrovammo in lacrime”. Poco tempo dopo, Ulay scoprì di avere un cancro. Lei gli è sopravvissuta, così come è sopravvissuta, dolorosamente e coraggiosamente, alla fine del suo successivo e tormentato amore, Paolo Canevari. Con una forza femminile che è davvero la sua arte migliore e certamente la sua arma più vincente.

N.B.: Dal suo decalogo, quasi alla fine del romanzo, La condotta di vita di un artista, mi annoto questa massima: “Un artista dovrebbe evitare di innamorarsi di un altro artista”.

Linda Terziroli

*In copertina: Marina e Ulay in “Rest Energy”, 1980