“La Cvetaeva mi suona nel sangue”: dialogo con Marilena Rea (e inedito di Marina, il poema della “Principessa guerriera”)

Posted on Gennaio 01, 2020, 9:00 am
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“Il fatto è che la sua poesia è pressoché sconosciuta”. Trasecolo. Proprio così. Mordo le travi della ragionevolezza. “Controlla. Della sua vita si sa tutto, sono pubbliche le lettere, le prose, una porzione dei diari. Ma le poesie non ci sono”. Non ci credo. Cito le traduzioni di Pietro Zveteremich, quelle di Serena Vitale, le prime che mi vengono in mente, poi i Sette poemi appena pubblicati da Einaudi per la cura di Paola Ferretti. “Sono scelte, antologie. Non esistono i singoli libri. La poesia di Marina Cvetaeva è inarginabile, difficilissima, spaventa”. Controllo affidandomi al mio santo, Angelo Maria Ripellino. Nella fatidica Poesia russa del Novecento Ripellino inscatola la bibliografia sommaria di Marina – “L’opera della Cvetaeva è tutta un incastro di tasselli ritmici, un susseguirsi di frantumi verbali, che spesso di attraggono a vicenda per affinità acustica”. Cita L’album serale, Lanterna magica, Il prode, Versi a Blok, Dopo la Russia, L’accampamento dei cigni. L’effetto complessivo è che in Italia, appunto, della poesia della Cvetaeva si sappia troppo poco, è stata tradotta pochissimo. “Nel 2014 ho tradotto una raccolta intera di Marina, per Passigli, Mestiere. È venuto fuori un libro da oltre trecento pagine…”. Bene, vediamoci, dico a Marilena Rea. Non posso farne a meno. Ci incontriamo in una Bologna scorticata dal gelo. Folla. Umani. E due che portano Pasternak e la Cvetaeva sulle spalle, come bimbi infiniti. Marilena traduce la Cvetaeva da quindici anni, pubblica da dieci: nel 2011 esce il primo lavoro, Fedra (per Pacini), seguono, con Passigli, A Rainer Maria Rilke nelle sue mani (2012), Scusate l’amore (2013), Mestiere e Mia madre e la musica (2016). Mi sembra pazzesco che non abbia conosciuto prima Marilena Rea. Mi ha accennato a lei l’editore Sandro Teti, che nella primavera di quest’anno pubblicherà La principessa guerriera (meglio: “Zar-fanciulla”), poema del 1922, che prende spunto dalla favolistica russa, riconosciuto come uno dei capolavori di Marina, il libro “che diede la piena misura delle proprie doti” (Ripellino). Setaccio le lettere della Cvetaeva. “L’ultima cosa lunga che ho scritto è Lo zar-fanciulla – una cosa russa e mia”, scrive alla sorella Anastasija, il 17 dicembre del 1920. Il poema sorge dalla tragedia: “A febbraio di quest’anno è morta Irina – di fame – in un asilo nei dintorni di Mosca”. La storia è terribile: nel novembre del 1919 Marina, “di fronte all’impossibilità di nutrire le figlie e di assicurare loro il minimo necessario per una parvenza di vita, aveva portato Alja e Irina nell’orfanotrofio di Kuncevo, nei dintorni di Mosca” (Serena Vitale). Alja si ammala, Marina la prende e la porta con sé; Irina resta in orfanotrofio e muore. “Quattro giorni fa, è morta Irina. E la colpa è mia. Ero così presa dalla malattia di Alja (malaria – accessi ricorrenti) – e avevo tanta paura di andare all’asilo… che mi affidavo al destino…”, scrive nel febbraio del 1920, a Vera Zvjaginceva e Aleksandr Erofeev. Qualche giorno prima, sempre ai due, Marina definisce la vertigine della sua statura: “Fin dalla nascita sono stata respinta dalla cerchia delle persone, dalla comunità. Dietro di me non c’è un muro vivo – c’è una roccia: il Destino. Vivo osservando la mia stessa vita – tutta la vita – la Vita! Non ho età né volto. Forse sono io la Vita stessa”. Forse, con una fiaba in forma di poesia – ipnotica e crudele – la Cvetaeva voleva riscattare la vita, vincere la morte, torcere il destino fino al grido d’oro (d.b.)

Intanto, perché Marina Cvetaeva?

All’Università, a Siena, ho studiato da italianista, mi sono laureata sull’opera di Alda Merini, ma seguivo da ‘clandestina’ le lezioni di russo di Caterina Graziadei. Ho seguito un corso monografico su Marina Cvetaeva ed è stato un innamoramento totale. Al tempo, mi sentivo intimamente coinvolta dalla sua ricerca linguistica assoluta e totale, dalla sua tensione verso l’altezza e le estreme possibilità che la poesia può raggiungere. Il suo destino faceva parte, in qualche modo, del mio carattere. Ricordo che durante il corso un po’ tutte – eravamo tutte ragazze – siamo state travolte dalla marea Cvetaeva: scontrandoci con la sua morte, con il suo suicidio, abbiamo avvertito la stessa impossibilità di vivere, di farci corpo in questa vita. Ho divorato letteralmente le sue opere provando grande senso di affinità.

Arretro di un passo. Mi hai parlato di Alda Merini…

L’ho conosciuta, vent’anni fa. Aveva un’anima mistica che mi affascinava. Amavo e amo la sua capacità di trasformare in materiale intimo la materia sacra di secoli. Mi sono laureata sulle poesie de La Terra Santa, avvinta da una lirica che può essere espressione di una intimità e al tempo stesso approssimazione a Dio.

Torno alla Cvetaeva: cosa ti ha impressionato di più della sua opera?

Il senso orfico della vita. La Cvetaeva percepiva il suo essere poeta come possibilità di morire e rinascere attraverso la poesia. Attraverso la discesa agli inferi, trovava la strada per l’esistenza. Nell’arco dell’opera, in fondo, la Cvetaeva è ossessionata dalle stesse cose: l’impossibilità dell’unione, l’amore irrealizzabile; l’amore come dolore; la separazione; la lotta contro le convenzioni sociali; la favolistica russa e il mito classico, quando questi collimano con le sue pulsioni personali.

Ciò che dici riguardo all’opera della Cvetaeva sembra essere ribadito dalla sua vita, pare che la Cvetaeva abbia “vissuto”, compiuto le sue poesie, per così dire.

È così, in effetti. La Cvetaeva costruisce un po’ il personaggio di una donna controcorrente, che non si ritrova nel ruolo che le convenzioni affibbiano alla donna. Arriverà a dire che “per un poeta fare figli è una tragedia”. Non si allinea al nuovo regime comunista. Al contrario, nei ‘bianchi’, tra le cui fila militava il marito, vedeva l’ultimo baluardo dell’antica civiltà russa che i comunisti cafoni e gretti volevano spazzare via. Tutta la vita di Marina è ‘contro’. Contro il volere dei genitori si sposa giovanissima; nei raduni letterari di Mosca si presentava vestita da militare, con i capelli tagliati corti e gli scarponi ai piedi, dando vita al mito vivente della donna virile e anticonformista. D’altronde, non perdonerà mai alla madre di aver abbandonato la musica per obbedire alla carriera del marito. “Mia madre ci ha sepolte vive sotto la musica”, scriverà, raccontando la terribile, ferale educazione musicale a cui la madre obbligava le figlie. Marina odierà sempre le donne che per seguire gli obblighi familiari sacrificano la propria vocazione.

Dimmi dei rapporti di Marina con i poeti del suo tempo.

Guardava con distacco le avanguardie. La prima Cvetaeva mitizza il romanticismo tedesco, per questo riconoscerà in Rilke l’ultimo romantico, l’ultima autentica incarnazione di Orfeo. “Io non aderisco a niente e a nessuno, ho tutto dentro di me”, ribadiva, continuamente. Eppure, è vero che dalle forme più classiche e chiuse delle origini passa, dal 1923, a una poesia più aperta e sperimentale, che rilegge, a posteriori, certe soluzioni del futurismo russo. La poesia della Cvetaeva è una cattedrale sonora. In questa densità fonetica assomiglia molto a Boris Pasternak, ma Pasternak lavora in orizzontale, mentre la Cvetaeva agisce in verticale, precipitando. Per questo la sua poesia è così difficile, anche per un lettore abituato alla lirica: ogni poesia della Cvetaeva sembra sempre sul punto di traboccare e tu non riesci a contenerla, sfora sempre, c’è sempre qualcosa che non torna.

Veniamo alla “Zar-fanciulla”.

Sulla Principessa guerriera – così abbiamo deciso di tradurre il titolo – ho fatto la tesi di dottorato, nel 2005. La Cvetaeva scrive il poema nel 1920, a Mosca, sola, con due figlie, il marito al fronte con i ‘bianchi’, è il tempo dei terrori della guerra civile. Durante la scrittura muore la figlia piccola, Irina, di inedia o di abbandono: la madre seppe della sua fine solo tre giorni dopo il decesso, non ha potuto assistere neanche ai funerali. Il poema fu pubblicato nel 1922: lo spunto è una delle fiabe russe raccolte da Aleksandr Afanasjev. Il libro di Afanasjev, che Marina conservava come una reliquia, le era stato regalato nel 1916 da Osip Mandel’stam. La Cvetaeva riconosceva nel folklore russo un mondo immaginifico più potente del mito greco, lì trovava dei prototipi dell’esistenza.

Qual è sommariamente la trama del poema?

La “Zar-fanciulla” protagonista del poema è la vergine guerriera, l’androgino, altro tema che ossessiona la Cvetaeva, una donna che è re e cavalca un cavallo rosso, alla guida di un esercito, squalificando le abitudini femminili. La “Zar-fanciulla” si innamora di un ragazzo, figlio di re, un cantore, che riassume i caratteri tipici dell’uomo ‘lunare’: è inetto, fragile, disprezza le donne. È un uomo cerebrale, “di gesso”, come dice la Cvetaeva, eppure la “Zar-fanciulla” decide che è l’uomo per lei. A causa di un incantesimo, però, appena gli si avvicina, il musicista cade addormentato. Naturalmente, il tema dell’amore che non si realizza, della disparità tra gli amanti, termina in tragedia.

La “Zar-fanciulla” sembra la controfigura della Cvetaeva.

Certo. La Cvetaeva prende una fiaba per farne la storia dei personaggi che ha dentro. Lei è la donna virile, mentre nell’uomo ‘lunare’ sono riassunti tutti gli uomini che ha amato e che canta nelle sue poesie. Il tema del doppio è fortissimo: nel poema c’è uno zar che è donna, c’è il lato maschile che vuole fondersi con quello femminile. Attraverso la poesia è possibile unificare due aspetti discordi dell’essere umano? Forse. Di certo questa unione Marina non è riuscita a realizzarla nella vita: ripeteva che in questo mondo fatto di cose non riusciva a vivere, che la sua anima non riusciva a essere contenuta nel suo corpo.

Ultima. Come si traduce la Cvetaeva?

Cercando di capire il suo carisma linguistico. Per poi dimenticarsi di sé, mettendo da parte l’ego. Quando devo tradurre nuovi autori – così ho fatto con Aleksandr Kušner, di cui ho tradotto i Versi del nuovo secolo, quest’anno, per Passigli – ho bisogno di un periodo ‘passivo’ in cui leggere tutta la loro opera, per far sì che la lingua originale si depositi in me, marginalizzando la mia personalità linguistica. La Cvetaeva, ormai, mi suona nel sangue.

*

Per gentile concessione ricalchiamo un brandello da “La principessa guerriera”, poema di Marina Cvetaeva, tradotto da Marilena Rea e di prossima pubblicazione per Sandro Teti Editore.

Prima di aprire il chiavistello
dimmi, anima, da quale parte
tu ci vieni: dalla parte maschile
o da quella femminile?

Se dalla maschile, quieta l’angoscia:
le balie abboniremo con poco.
Se dalla femminile, le nostre vie
si dividono, gira a sinistra, addio!

Dunque, amico mio, qua la mano.
Coraggio, non ti prendo la spalla
come fanno i bambini: è cinese
la scienza che ho appreso.

Se il cuore poi (il petto è cassa!)
sulle pareti come cristallo batterà,
non fa nulla – più dolce schioccherà
il tuo bacio all’amata!

Non condurre il cantore
per sentieri reconditi!
Noi cantiamo, siamo uccelli:
una piuma tutt’al più per ricordo!

Però, se non voglio essere avaro,
questa a te, questa a quell’altro…
Una penna per uno e senza ali
resterebbe l’Uccello di Fuoco!

Appunto.

***

Dormono le balie, dormono le tate.
Le lenzuola sono intatte.
Fumano negli angoli le lampade.

Eccola dunque – la stanza sua – la stanza settima!
Eccola dunque – la stanza da letto!

Ma lei dov’è? Non c’è.
Ma lei dov’è? Col vento.
Non dorme, ma piange,
per l’amato si strazia –
fuori dal letto nuziale,
dalle sete e dai broccati,
dai musi dei giullari,
dai frastuoni mondani!

Dalla stanza è scappata,
per la scala è sgusciata,
scalino dopo scalino –
che fatica poter uscire!

E poi sempre più libera e leggera,
il passo sempre più sicuro e certo,
quasi risorta dalla bara
sfreccia veloce nell’aria –
non sul tetto con gli uccelli:
sopra la più alta stella!

(Oh Vento, ladro-sciupone,
delle belle corteggiatore,
di gelosia paladino,
di fedeltà assassino,
il conto non esige,
il venticello mio!)

Se ne sta la prigioniera
sulla torre più alta.
La graziosa si è legata
proprio a quel ragazzo
che la catena nostra grave
prima di tutti ha spezzato,
che prima del consorte
la pettorina ci ha strappato.

Lui è il maestro di lusinghe!
Niente a che fare con le gatte!
Le ha sfilato il braccialetto,
con gli orecchini si diletta.
Perlina mia – la chiama –
mia cara…

Ma lei brama, lei brama
un ragazzo d’altra fatta!

Marina Cvetaeva

*traduzione italiana di Marilena Rea