“Cara Mariangela, la tua poesia sul Coronavirus mi fa paura. Ed è pure brutta”. Gianfranco Lauretano scrive una lettera pubblica alla Gualtieri

Posted on Marzo 20, 2020, 1:35 pm
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Cara Mariangela,

ho letto “Nove marzo duemilaventi”, la tua poesia sul coronavirus che, pubblicata online su sito Doppiozero, è divenuta in breve tempo “virale” (parola non molto bella da usare in questo periodo) spopolando tra i tuoi lettori abituali e anche occasionali, potenza (e prepotenza) del web. Ho letto poi la tua intervista sul “Corriere Romagna”, segno che la diffusione della poesia è una vera e propria notizia. In breve tempo alcune persone mi l’hanno linkata sui vari social a cui mi affaccio, spesso persone che ignorano generalmente la poesia.

Purtroppo – e non per distinguermi dal plauso universale che hai ricevuto – devo dirti che a me non piace, anzi. Alcune cose sì, in verità, come quando dici che il non fare è più fecondo del fare e che è un dono questo tempo vuoto, un po’ come ha detto anche Montale. Ma il cuore della tua poesia, anche se dissimulato dalla tua voce buona e dall’amore che non dimentichi di mettere come metronomo della tua parola, mi fa paura. Trovo nella concezione che la sostiene un veleno antico e una menzogna cattiva tornata di moda, forse nonostante le tue intenzioni come spero.

La concezione a cui fai riferimento, infatti, non l’hai inventata tu, anche se dici: “È potente la terra. Viva per davvero./ Io la sento pensante d’un pensiero/ che noi non conosciamo”. Lo sappiamo, si tratta di Gaia, il mito della Madre Terra (come ancora la chiami tu) in una rinnovata versione dopo quelle della Grecia Antica fin tutto l’oriente. Tu sei gaiana? Non lo sapevo. Ma l’idea che il pianeta sia un unico grande organismo, per di più pensante (pensiero in filigrana persino di alcuni film, come Avatar), potrebbe essere ridicola, se non portasse a deduzioni terribile, come la tua: “E poi la terra ha sempre provveduto a disfarsi di organismi che danneggiavano l’insieme. Ora il virus della terra siamo noi e io penso che la grande madre, come tutto l’universo, sia mossa da leggi armoniche: chi stona si estingue. È indubbio che ora siamo noi la grande stonatura del pianeta”.

Dire questo mi suona disumano ed è per giunta contro la scienza, anche se il gaianesimo e tutte le moderne forme parareligiose nascondono il loro delirio dietro una spruzzatina di scienza generalmente ecologista. Invece la scienza dice tutt’altro: è vero che il pianeta è un “ecosistema”, e più lo si rispetta, meglio è. Ma non è un sistema armonico, tantomeno un unico organismo. Il pianeta terra è un ambiente favorevole alla convivenza di innumerevoli che spesso si integrano, ma si fanno anche la guerra. È così da sempre e le dinamiche, i mutamenti, le estinzioni sono assai lunghe.

Anche questo coronavirus, dicono gli scienziati, non può aver fatto il “salto” dagli animali all’uomo in due mesi, a cavallo tra il 2019 e il 2020. Potrebbe essere accaduto cent’anni fa; certi storici e scienziati hanno ipotizzato che una misteriosa epidemia scoppiata nel Medioevo in Provenza, tuttora non spiegata, per le caratteristiche descritte nei documenti storici potrebbe benissimo essere di coronavirus. Qualsiasi cosa sia, ciò che accade non accade adesso per punirci delle nostre colpe nei confronti della regola armonica della madre terra: questa idea ha lo stesso sapore oscurantista di quei fanatici religiosi secondo i quali Dio mandava le pestilenze per punire gli uomini dei loro peccati. Mi sembra grave che lo si dica oggi, aggiornandolo in chiave gaiana e eco-scientista.

Tanto più grave se a dirlo è un poeta. A questo punto, se premetti, preferisco Leopardi il quale, come tutti sappiamo, nella Ginestra dice che la natura è indifferente a quello che succede agli uomini: i vulcani eruttano sulla testa, i terremoti ci sgretolano, le epidemie ci falciano, ma la natura se ne frega. Non è indifferente per scelta; semplicemente non ha pensiero, neanche “un pensiero che non conosciamo”, non ha coscienza, non è armonica, ha regole imperfette e la vita, dall’inizio del suo comparire sulla terra, ha sempre combattuto se stessa e le specie viventi si sono estinte o vengono estinte da sempre. L’unica legge armonica e giusta della natura, lo dice ancora Leopardi, è probabilmente la morte, ma non nel senso che dici tu: “con la spazzina morte che viene a equilibrare ogni specie”. L’unico equilibrio che c’è nella morte sta nel fatto che riguarda tutti, non nell’essere un cosciente regolatore demografico.

C’è un solo punto della natura, o della Madre Terra, in cui emergono la coscienza e il pensiero: siamo noi, ognuno di noi. Per questo per rispettare il pianeta occorre passare dall’educazione di quella coscienza e di quel pensiero, non c’è niente da fare. La coscienza di specie, a cui tu ci richiami, non esiste. La coscienza sta nell’io. Per ogni uomo la specie animale umana si estingue nell’attimo della propria morte, quando chissà cosa succede alla propria coscienza. Un’altra cosa che dici, allora (“Solo insieme ce la faremo, e la posta in gioco è la più grande: la stessa nostra sopravvivenza su questo pianeta. E non la vita del pianeta che io penso fortissima anche senza di noi”) ha una parte vera in quel farcela “insieme”, ma falsa nel come è declinato. Ciò che dico non significa l’inutilità del rispetto del pianeta e della vita, anzi; ma non è come specie animale che lo faremo, bensì come individui pensanti e coscienti. Per questo mi sembra più scientifica e aderente alla realtà come la dice Leopardi.

Ti contesto anche le parole, cara Mariangela: a cominciare da “madre”. Ma cos’è una madre, pensante e cosciente, umana? Certo, una madre non pensa che “ora siamo noi la grande stonatura del pianeta” e non decide di estinguerci. Una madre, se il figlio è in pericolo addirittura per la sua incoscienza, piuttosto estingue se stessa pur di non abbandonarlo, arrivando in ginocchio fin sotto la croce della sua sofferenza. Una madre abbraccia e protegge i suoi figli fino alla morte. Se questa dea-madre-terra, in cui sembri credere, ci vuole estinguere per punirci del nostro comportamento, non chiamarla madre. Meglio puttana. Meglio bastarda.

Ma non è né l’una né l’altra. La terra è solo un pianeta, ripeto, in cui le condizioni hanno permesso il fiorire di tanti organismi che un po’ si armonizzano e un po’ si mangiano, come sta facendo il virus con noi adesso. E io riconosco piuttosto la nostra natura cosciente in chi lotta per guarirci, per capire, per combattere il nemico sul terreno della natura. Non lo fanno per coscienza di specie, hanno scelto di farlo perché l’uomo possiede questa terribile e straordinaria facoltà naturale, la libertà di scelta, che può portare disastro o bellezza, ma che solo i bastardi ci contestano, invece di educarla o, perché no, governarla. La libertà, se vuoi, è la nostra unica, vera stonatura. E grandezza.

Che nella poesia che hai scritto, così clamorosamente ma per me misteriosamente lodata e condivisa, sia insito il veleno di una sottile menzogna, è provato anche dal fatto che è scritta male. Non ci ritrovo la profondità della voce di tante tue prove precedenti, bensì una retorica moralista, sacerdotale e falsamente modesta. Tu racconti nell’intervista che ti era stata richiesta, che non arrivava poi un giorno è venuta così. E dici che le tante condivisioni sono il segno del bisogno di poesia che ha la gente anche in questo periodo. Non so. Per me sono solo il segno della decadenza del gusto, dell’incapacità di distinguere il valore. Diciamolo: questa poesia è un testo facile facile, perfetto per essere compreso subito e fare la bella figura di condividerlo. Risponde poi al pensiero mainstream attuale, che mescola un po’ di scienza, un po’ di religione e un po’ di senso di colpa senza approfondire niente. Non c’è musica, la versificazione è sciatta, le parole galleggianti nella superficie di un discorso, un’omelia che preme più della necessità della parola, l’unica cosa in cui sta l’onore della poesia.

Ciao. Non muta l’affetto per te; se non ci fosse non ti avrei scritto. Anche i migliori sbagliano, ma solo ai migliori lo si può dire e io l’ho fatto. Adesso attento con serenità di essere azzannato nelle mute social dei tuoi fan, i quali ignorano che lo sono anch’io.

Gianfranco Lauretano

*In copertina: Mariangela Gualtieri in un ritratto fotografico di Dino Ignani