“Maria Luisa Spaziani? È stata la vera first lady della poesia italiana. Siamo stati felici, sì, più di mille coppie d’innamorati”. A 5 anni dalla morte della poetessa e musa di Montale (che ha previsto il giorno esatto della sua dipartita). Dialogo con Silvio Raffo

Posted on Giugno 29, 2019, 12:10 pm
11 mins

Attraversare Maria Luisa Spaziani significa fare una gita nella grande poesia del secolo. Torinese, sagittario, classe 1922, fu precocissima creatrice – aveva vent’anni – di una rivista, Il dado, a cui collaborarono, per dire, Luzi, Saba e Penna, e su cui fu tradotto, in ‘prima’ italiana, il primo capitolo de Le onde di Virginia Woolf. Poetessa subito e senza ma, la Spaziani esordisce nel 1954, con Le acque del sabato, edita ne ‘Lo Specchio’ Mondadori. L’incontro che ustiona era accaduto prima, tuttavia, nel 1949, al Teatro Carignano di Torino: Eugenio Montale, che l’immortala come Volpe e come “più illustre e degna allieva… tra i primi a capire il valore della sua poesia e a incoraggiarne gli sviluppi” (così Silvio Raffo). Studiò alla Sorbona e negli Usa – ascoltò i seminari di Henry Kissinger e fece qualche chiacchiera con Ingeborg Bachmann –, fu antologizzata da Ungaretti, si unì in nozze – non troppo felici: si incenerirono dopo due anni – con Elémire Zolla. Fu candidata per tre volte al Nobel per la letteratura, ha tradotto, con grazia, Marguerite Yourcenar, Gide, Flaubert, Racine, Saul Bellow, conobbe Pound, Eliot, Sartre. Muore il 30 giugno di cinque anni fa e contestualmente alla ricorrenza Mondadori fa uscire la raccolta postuma, Pallottoliere celeste. Nel 2012, per la cura di Paolo Lagazzi e Giancarlo Pontiggia, i ‘Meridiani’ Mondadori di lei raccolgono Tutte le poesie. “Maria Luisa Spaziani testimonia in modi convincenti, moderni e sicuramente ‘giovani’, ancor oggi che il suo matrimonio con la poesia festeggia le nozze d’oro, la sopravvivenza della musa lirica, la sua legittimità e autorità indiscutibile”, ha scritto Silvio Raffo nella recente antologia Muse del disincanto (Castelvecchi, 2019). Raffo, che della Spaziani è esegeta accurato – nel 2015, per LietoColle pubblica il saggio Maria Luisa Spaziani. La divina differenza; qui potete assistere a una lunga chiacchierata tra i due – la ricorderà, parlando dell’ultimo libro, “a cinque anni dalla scomparsa”, al Teatro Arciliuto di Roma (Piazza di Montevecchio, 5), il 30 giugno, ore 18,30. Ho tentato di farmi raccontare da lui, lei. Ne è nato uno scambio di mail in forma di block notes folleggiante, da folletti tecnologici, che qui riproduco, per didascalie. (d.b.)

Qualità della Spaziani come artista. “L’aristocrazia dell’intelletto, l’ironia dello spirito. La curiositas sempre vigile, la fascinazione del Mistero (la Sehnsucht) ma soprattutto il dono della sensibilità alla Bellezza e il dono della Grazia Melodica”.

La poesia della Spaziani: un inquadramento. “Perennemente ispirata e mai ‘occasionale’, sostenuta da un amore e da un culto che ha qualcosa di ‘religioso’ nei confronti dei classici soprattutto della Pleiade francese. Ma qualità anche del suo behaviour, del suo atteggiamento esistenziale, in cui la dimensione estetica ingloba l’etica proprio à la manière dei lirici greci. Impossibile con lei parlare di qualcosa che non avesse a che fare col Bello o qualcosa di acutamente divertente. La banalità e la volgarità così spesso presenti anche nei discorsi dei poeti non avevano accesso alla soglia del suo sacrarium. Sì, sacra era per lei nel senso etimologico la ‘stanza occidentale’ in cui aveva costante dimora: la stanza della Poesia, l’essenza con cui l’io dickinsonianamente si identificava, il suo regno. Quindi trovarsi a fianco di Maria Luisa equivaleva trovarsi a contatto col Sublime. Ma la cosa più singolare era che si trattava di un Sublime divertente. E rassicurante. Mai la minima traccia di tristezza o malinconia bensì una sovrumana energia rigenerante”.

Il testo da scolpire sull’ingresso di ogni scuola. “Un suo testo tratto da La stella del libero arbitrio (1986) andrebbe affisso o scolpito agli ingressi di ogni scuola. Fui io a farglielo riscoprire, Maria Luisa si era dimenticata d’averla scritto… Il titolo è Aspetta la tua impronta:

L’indifferenza è inferno senza fiamma.
Ricòrdalo scegliendo
Fra mille tinte il tuo fatale grigio.
Se il mondo è senza senso
Tua è la vera colpa.
Aspetta la tua impronta
Questa palla di cera.

Silvio Raffo, poeta, è stato amico ed esegeta di Maria Luisa Spaziani

Il nostro primo incontro. “Il nostro incontro risale ai primi Ottanta. Io ero poco più che in fasce ma avevo già tradotto tutta Saffo e metà Emily, pubblicato due raccolte poetiche e vinto un premio per la migliore traduzione inedita. Inviai a MLS un mazzetto di mie poesia: mi rispose subito e propose la sua prefazione al terzo volume Stanchezza di Mnemosyne, che vinse il Cardarelli-Tarquinia. Erano tempi in cui i premi letterari erano ancora seri e nella giuria c’erano Milena Milani e Margherita Guidacci”.

Amici per tutta la vita. “MLS e io siamo rimasti amici per tutta la vita. L’ho invitata alla mia Piccola Fenice a presentare ogni suo libro, l’ho presentata in almeno una ventina in licei e università di tutta Italia. Ho recitato con lei la sua mitica Giovanna d’Arco e fatto lezione in università sulla sua produzione poetica. La sua capacità di affabulazione era senza pari: l’unica persona che non mi annoiassi a sentir parlare in una cosiddetta conferenza. L’ultima volta che ci siamo esibiti insieme, prima di lasciarmi mi sussurrò, “Sei stato superiore a ogni elogio”. Sì, ci amavamo decisamente molto”.

Le donne in poesia hanno una vibrazione in più. “Le donne in poesia? Neanche a farlo apposta s’intitola così un bellissimo libro d’interviste immaginarie di MLS in cui compaiono nomi ignorati dai più. Sì, io ho sempre sostenuto che la poesia femminile – femminile, non femminista – è sempre ‘riconoscibile’, fin dai tempi in cui pubblicai l’antologia Donna, mistero senza fine bello. Nella poesia delle donne c’è quel qualcosa in più, come una vibrazione ultrasonica o una percezione più sviluppata che nel poeta maschio (se escludiamo Pascoli e Gozzano, maschi del resto solo anagraficamente). La recettività e l’introiezione sono caratteri squisitamente femminili. Che dire poi della dolcezza, della suavitas del mèlos femminile? “O tenerezza che la forza ispira,/o forza che m’ispiri, tenerezza:/di tutte le equazioni del liceo/ sola viva indicibile certezza”. Di chi è questa ineffabile quartina? E di chi potrebbe essere se non di MLS, la vera first lady della poesia italiana del secondo Novecento, il cui solo torto è stato di non essere mai ‘popolare’ né fruibile come emblema della ‘common people’? Troppo in alto, excelsius…”.

La Spaziani in forma di profetessa. “MLS oltre che grande poetessa e instancabile intrattenitrice era anche un po’ sibilla e profetessa. Un particolare che rivela questo suo cotè esoterico è un testo della prima raccolta Le acque del sabato, intitolato 30 giugno. Una poesia in cui MLS parla di se stessa vedendosi già pietra tra le pietre in un concerto notturno di grilli. Il fatto che la morte l’abbia colta proprio in tale data mezzo secolo dopo lascia stupefatti…”.

La poetessa che non voleva morire. “MLS non aveva alcuna intenzione di morire. Come il suo compagno zodiacale Woody Allen (e come il sottoscritto) avrebbe affermato ‘io voto contro’. Le mie ultime visite nella casa di via Cola di Rienzo traboccante di fogli e di libri sparsi dovunque finivano sempre con una richiesta pronunciata a voce bassa quasi in un sospiro: ‘Recitami  una poesia…’. Aveva gli occhi chiusi, e al fianco della poltrona la bombola dell’ossigeno. Io cominciavo, scandendo ogni singolo verso come piaceva a lei: “E s’aprono i fiori notturni/nell’ora che penso ai miei cari/ Sono apparse in mezzo ai viburni/le farfalle crepuscolari…”. Eravamo felici, sì. Più di mille coppie d’innamorati”.

***

Puntano sempre all’alto, questi abeti,
bussole anomale incuranti del Nord.
E se il vento li incurva, si rialzano.
La fionda danza. Nulla da lanciare.

Li guardo da otto anni, si lasciano guardare
sullo sfondo di identiche montagne.
Li ascolterò per otto anni ancora.
Il più resta da dire.

*

Non parlo a vuoto. E se parlo a Dio
è perché mi dà retta. In tempi antichi
uomini e donne ascoltavano il Gange
in casi gravi traendone consiglio.

Negherebbe, un virtuale confessore,
l’accostamento, quasi un’eresia.
Però Dio non mi sgrida, più di tutti
è il Gran Maestro, lui, della metafora.

*

Lo so, lo so, inutilmente cerchi
nella nebbia d’autunno le violette.
Foglie brunite cadono, e ciascuna
è un foglio del vissuto calendario.

Se dovessi rivivere vorrei
essere papa, astronomo o pirata.
Perché la sorte che mi fu concessa
rifiuterà di essere copiata.

Maria Luisa Spaziani

*I testi sono riprodotti per gentile concessione, tratti da: Maria Luisa Spaziani, “Pallottoliere celeste”, Mondadori 2019