In una fotografia Jorge Luis Borges accarezza un cammello, che pare ruggire verso l’obbiettivo: con una mano si aggrappa al braccio della guida egiziana, ha una giacca grigia, la cravatta, i capelli bianchi lietamente mossi dal vento. Sul cammello è assisa María Kodama; ha poco più di quarant’anni – Borges ne ha quasi quaranta più di lei – è vestita di rosa, ha le braccia lievi e scoperte, ed effettivamente, fermata nell’immagine tra due piramidi, sembra una divinità. Quanto Borges è innaturale in quella quinta egizia tanto lei, María, eletta sul trono del cammello, è consapevole, esatta, perfino bella.

Il libro di María Kodama è l’ultimo nella bibliografia narrativa di Borges e forse – malignamente – il più negletto. S’intitola Atlas, è pubblico nel 1984; Borges morirà due anni dopo. In quell’album di vagabonde illuminazioni – o fotografie scritte – Borges rammenta l’Egitto. “A circa trecento o quattrocento metri dalla Piramide, mi inchinai, presi un pugno di abbia, lo lasciai cadere silenziosamente un po’ più lontano e dissi a bassa voce: Sto modificando il Sahara. Il fatto era minimo, ma le non ingegnose parole erano esatte e pensai che era stata necessaria tutta la mia vita perché io le potessi dire. Il ricordo di quel momento è uno dei più significativi della mia permanenza in Egitto”. Il testo s’intitola Il deserto, è uno sketch di maniera; è María Kodama ad aver governato e ribattuto quello e gli altri testi del libro. Potremo domandarci, dunque, fino a che verbo, fino a quale vigna di frasi la Kodama abbia modificato Borges. Che Borges sia un Sahara – i suoi racconti si sbriciolano dopo averli letti – è un fatto: il Sahara coglie tutto, disintegra tutto, tutto pareggia. Che Atlas sia scritto sotto ispirazione – meglio: sortilegio – della Kodama lo dichiara Borges. “María Kodama ed io abbiamo condiviso con allegria e con stupore la scoperta di suoni, di idiomi, di crepuscoli, di città, di giardini e di persone sempre diverse ed uniche. Queste pagine vogliono testimoniare tale lunga avventura che prosegue”.

Quanto al rapporto di Borges con le donne ci sarebbe da scrivere un libro – per lo più inutile e disinformato. Alcune immagini degli anni Trenta – pubblicate da Nicolás Helft in Borges: postales de una biografía, 2013 – mostrano un Borges che sconfigge l’icona consueta: capelli all’indietro, robusto, piacente, sguardo profondo, ha il pizzo. Pare che il padre l’abbia svezzato alle gioie del sesso in modo brusco, come usava allora, pagando una donna – Jorge Luis, ignaro, pensava che la tizia fosse autenticamente sedotta da lui. Era infatuato di Norah Lange, scrittrice di talento, che gli preferì un altro; non si contano gli amori perduti che gli sono attribuiti. Borges prediligeva le giovani, nessuna poteva avvicinarlo troppo perché la madre, la severa, radiosa, affascinante Leonord Acevedo Suárez, le rispediva al mittente. Si sposò tardi, la prima volta, nel 1967, con Elsa Astete Millán, un’amica, di undici anni più giovane. Divorziarono poco dopo, nel ’70. Alla morte della madre – nel ’75 – Borges si avvicina a María Kodama, complice, allieva, segretaria. Chi vuole ragguagli sulla vita sessuale di Borges, dovrà leggere Emma Zunz, racconto del 1948 che appare nell’Aleph, dacché per Borges anche il corpo è un testo, un’iscrizione, e il verbo, come si sa, è carne. D’altra parte, in Ulrica, l’altro racconto che ha nome di donna, raccolto dentro Il libro di sabbia (1975), Borges descrive l’amplesso così: “Secolare nell’ombra scorse l’amore e possedetti per la prima e ultima volta l’immagine di Ulrica”. Anche in quel racconto si parla di sabbie (“Come la sabbia se ne andava il tempo”); la sabbia, è così, reca di noi il calco che si cancella, ancillare all’oblio, degno alla rovina. Che sia questo il modo in cui Borges intendeva le relazioni e la realtà? Segnalo soltanto che Ulrica ha in esergo un verso della VölsungaSaga e che l’incontro con la Kodama si avviluppò, appunto, proprio intorno all’Edda e agli antichi poemi islandesi.

Di volta in volta María Kodama è stata vista come una stratega, una profittatrice, una mera aiutante, la maga che ha manipolato Borges. Della maga la Kodama ha il viso, la posa, un discreto sprezzo, e perfino il cognome. Forse in lei Borges vedeva il libro dei libri incarnato, una specie di Aleph – dove, a proposito, nel racconto omonimo appare l’ennesima donna d’enigma, Beatriz Viterbo, “alta, fragile, appena inclinata”. La Kodama, infatti, nata a Buenos Aires nel 1937, è figlia di un architetto giapponese, Yosaburo Kodama, e di una donna, María Antonia Schweizer che mescola in sé genealogie svizzere, inglesi e spagnole. Da par suo, lei, in un libro biografico scritto da Mario Mactas, giornalista di vasta esperienza, appena edito da Edicionès de la Flor, si dice “E.T… i miei amici mi chiamano così, extraterrestre”. E specifica – nota ‘militare’ da tener cara – “Sono stata formata come una giapponese. Dunque, sono giapponese. Mio padre mi ha cresciuta così. Alla giapponese. Mi ha sempre parlato come un adulto. Mi ha reso libera. Essere liberi significa assumersi le responsabilità di ciò che si vuole fare, assumerne le conseguenze, senza disturbare gli altri”.  

Il libro di Mactas s’intitola María Kodama. Esclava de la libertad e nonostante i fausti intenti – “Questo è un libro su María e non su María Kodama insieme a Borges, come appare sempre, inesorabilmente” – non dimostra altro che questo: la scelta di libertà della Kodama – stare con Borges – si è risolta in schiavitù. Borges muore il 14 giugno del 1986; pochi mesi prima, in aprile, aveva sposato la Kodama. La figura di lei è legata a lui, quasi ne fosse l’ultimo sogno, la grafia estrema. In effetti, i dettagli della vita della Kodama ‘svelati’ da Mactas – “dorme solo cinque ore, cena tutte le sere con gli amici, ama vivere sugli aeroplani e ballare, mangia poco, non va mai a letto prima di aver fatto il bagno”, come riassume un articolo uscito sul “Clarín” – sono sufficientemente imbarazzanti per poterne fare a meno. Piuttosto, è la sferica perfezione del rapporto con Borges ad elevarsi in agiografia: la Kodama racconta di aver letto Le rovine circolari – tra i più noti racconti di Finzioni – “a otto anni, e ne fui conquistata, nonostante capissi poco”, ma che già a cinque anni il padre le leggeva ad alta voce poesie di JLB. Naturalmente, “in una di quelle poesie Borges si rivolge a una donna, dicendole che le offrirà la sua solitudine, la sua miseria, la fame del suo cuore. Mi colpì quel concetto, la fame del cuore”. Insomma, è la profezia di un amore.

Secondo la storia – o la leggenda – è Borges, a Ginevra, ad aver chiesto in sposa la Kodama. “Se vuoi castrare la mia libertà, te lo permetterò, Borges”, fa lei; e lui, “Sei schiava della libertà”. E poi: “Pensa, María, sarai María Kodama Borges”. “Il problema, Borges, è che io non appartengo a nessuno”. Finale da patetica fiction sudamericana. Quando lui, cieco, le afferra il braccio è come se sfogliasse un libro, strappasse una carta celeste. In verità, Borges è un uomo che vuole essere dominato, perfino dalle proprie ricorrenti ossessioni; la Kodama ne ha fatto il proprio dominio. Eppure, come sovente accade, la fame è duplice e la preda si rivela in agguato, più feroce.