“Sono io quella indelebile”. Marguerite Duras, ovvero: la scrittrice che ha profetizzato l’avvento della letteratura su Internet

Posted on Marzo 27, 2020, 2:59 pm
10 mins

Marguerite Duras, il cui romanzo del 1984 L’amante viene talvolta ritenuto opera di autofiction, tende a ripetersi. “La storia della mia vita non esiste”, scrive ne L’amante. “Proprio non esiste”.

Tale tendenza fa sentire la sua scrittura immediata. Perché usare una nuova parola, quando quella già usata funziona bene? Il contrario di incerta, impacciata; una scrittura in cui è evidente l’impiego dei sinonimi, che mostra ai lettori il proprio impegno. Anziché rimuginate e indebitamente analizzate, le emozioni si avvertono, immediate. È come se fossimo dentro la sua mente, che vacilla, indugia, esplora.

Probabilmente la Duras sarebbe stata a suo agio online. Nonostante sia morta nel 1996, proprio quando internet stava sorgendo, il suo approccio a scrivere pubblicamente di sé stessa presagisce blogger, saggisti e account, che tentano di fare lo stesso.

*

In una raccolta di suoi saggi appena tradotti in inglese, Me and Other Writing, Duras è sfacciatamente auto-interessata. Di sua madre scrive: “Non è lei l’eroina principale della mia produzione artistica, nemmeno quella più indelebile. No, sono io quella indelebile”. Anche quando descrive eventi politici, come gli scioperi degli operai in Polonia del 1980, lo fa attraverso aneddoti personali. Pensa di chiamare un amico, ma teme che la reazione sbagliata, ossia una reazione che non corrisponde alla sua, possa farla sentire alienata, sminuendo il significato delle notizie. Allora chiama una compagnia aerea polacca, chiacchiera con uno sconosciuto, si intendono l’uno con l’altra, entrambi commossi, riattaccano.

Tutto ciò potrebbe sembrare narcisistico, o quanto meno egocentrico, e forse lo è. Ma è anche altro: un riconoscimento della propria soggettività, l’incompletezza della propria esperienza e prospettiva. Pur essendo sfrontata, non è asfissiante, non si dichiara onnisciente. La conoscenza assoluta l’ha solo di sé stessa, spesso nemmeno quella. “È solo la mia opinione”, sembra voler dire. E questo le dà la liberta di dire tanto. Così scrive di sua madre, di Flaubert, di un processo per omicidio, della moda prêt-à-porter (una risposta all’elitarismo dell’alta moda, sostiene lei).

*

Scrive dell’apocalisse e di quanta tv guarda (“La televisione non è niente, niente”, dice. “Eppure la guardiamo lo stesso, e la guardiamo insieme al resto del paese, ascoltiamo le stesse cose nello stesso momento. E impariamo anche delle cose insieme, che non è poi così male”).

Pare che il saggio personale nella forma odierna, una fusione di aneddoti e cultura popolare, talvolta scritto di fretta, talvolta con una tesi appena accennata, a seconda della destinazione, non sia un mero prodotto di internet e delle app che lucrano sulla condivisione. Era, per Duras, una modalità di scrittura scelta deliberatamente. Scriveva sui periodici per avere un guadagno e, in secondo luogo, per sperimentare quello che lei riteneva il mondo più sociale della saggistica, e si accostava alla politica, alla cultura, al crimine e alla moda. Eppure la sua opera è rifuggita ai loghi, ai fatti fondanti e ai dettagli, preferendo le libere associazioni.

Forse l’affinità più saliente tra la sua opera e la saggistica in rete è la tendenza a non soffermarsi troppo a pensare, e di affidarsi invece a qualsiasi associazione del proprio subconscio, ogni qualvolta decidesse di sedersi e scrivere di getto.

*

“Ho il linguaggio a mia disposizione,” scrive Duras nel saggio breve “Flaubert c’est…”, un testo che inizia come una critica e poi si espande in una serie di improvvisazioni e meditazioni. “È quando ho smesso di lavorarci che l’ho trovato a mia disposizione. Quando lavoravo troppo sui miei libri, non era a mia disposizione”. Questo atteggiamento laissezfaire funziona quando sei tu il soggetto. “Devi lasciarti andare”, continua Duras, “perché non sai nulla di te”.

Per lasciarti andare però devi avere qualcosa a cui aggrapparti, un corpus di conoscenze raccolto nel tempo, grazie alle letture e all’osservazione. Altrimenti la scrittura spontanea corre il rischio di essere superficiale. Duras era una lettrice avida, accumulò riferimenti e suggestioni. Forse per questo, invece che approssimative e superficiali, le sue riflessioni improvvisate sono solide e dirette, e toccanti nella loro schiettezza. Per dirlo con le sue parole: “È quando l’intelligenza è all’apice del suo potere che si acquieta. E allora fluisce la scrittura”.

*

I social media sono sia effimeri che permanenti. Li pensiamo come una forma di dialogo, informale, fluido; eppure consideriamo i post come delle dichiarazioni. Tutta l’opera di Duras, e, in particolare, i suoi frammenti di saggi pubblicati nei giornali ci incoraggiano a premere invio, a pubblicare le nostre bozze.

L’altro rischio che si corre con i pezzi veloci, scritti per il consumo pubblico è quello di sbagliare. Chi scrive su internet conosce bene lo scenario: lettori pedanti infastiditi da un errore di battitura, lettori insolenti, lettori benintenzionati, lettori in cerca di qualcosa da criticare. Su Twitter la revisione non è contemplata, ma cancellare è una pratica comune. L’etichetta a riguardo è torbida: si cancella perché si è troppo preoccupati a salvare la faccia? Forse su Twitter sarebbe meglio pubblicare le correzioni in appendice, come sui giornali? O gli utenti devono poter controllare la propria immagine pubblica, almeno sui social? E invece i post che non sono scorretti o offensivi, ma imbarazzanti per chi li pubblica, un giorno, una settimana o molti anni dopo? Opinioni impopolari che ormai non ci appartengono più, battute infelici, foto degli ex, svenevoli descrizioni sotto le foto delle vacanze. Le cancelliamo, così da presentare ai nostri amici e follower un’immagine, un marchio, coerenti? Le lasciamo, a testimonianza del nostro caos e della nostra malleabilità? Preoccuparsene è da egoisti?

*

Quando seppe della morte dell’uomo che le aveva ispirato L’amante, Duras scrisse un secondo resoconto della relazione illecita, intitolato L’amante della Cina del Nord. Narrato in terza persona, più distante, più fosco. Nel secondo libro l’autrice si riferisce al primo, l’effetto è che le emozioni sembrano stratificate. I sentimenti che provava esistono ancora, ma ne sono stati aggiunti altri. Sull’oggetto del proprio amore, un uomo d’affari molto più grande di lei, scrive: “È un po’diverso da quello [de L’amante]: è un po’ più massiccio dell’altro, meno spaventato dell’altro, più audace. È più bello, più vigoroso”.

Nel riscrivere, non corregge il racconto precedente per aggiungere nuovi avvenimenti più precisi, altri sentimenti e informazioni. Come se fosse un critico, o uno studente, valuta le proprie percezioni passate quali artefatti del tempo in cui li aveva scritti. Si dice che stesse per intitolare il libro L’amante revisionato. Non condanna il passato, non lo cancella, non lo corregge. Lo ripercorre. Lo ripete. Lo racconta di nuovo, e nonostante i fatti narrati siano gli stessi, la struttura è un’altra, riflette chi è lei adesso.

Nel narrare e rinarrare le sue storie, consentendo a entrambe le versioni di esistere nel mondo, Duras mette il suo io del passato e quello del futuro uno accanto all’altro, rappresentando un’immagine sfaccettata di sé, non un marchio, o un monolite. Dietro di sé ha lasciato un registro pubblico del suo caos, il suo io mutevole. Se si è accorta di aver sbagliato qualcosa, lo ha ripercorso, lo ha detto di nuovo. Nel farlo, non ha cancellato. Ha aggiunto.

Questo non vale solo per i suoi romanzi, ma anche per i suoi brevi articoli sui periodici. “L’ho già detto e lo dico di nuovo. Non è mai lo stesso. Le cose devi dirle più volte”.

Maddie Crum

*L’articolo, come “Marguerite Duras: Internet Essayist?”, è stato pubblicato su Literary Hub; la traduzione italiana è di Valentina Gambino