Posted on ottobre 25, 2017, 5:17 pm
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La cosa più difficile per un artista. Uccidere se stesso. Scotennarsi. Fare del pennello un coltello. Lui. Lui ce l’ha fatta. Marcovinicio è probabilmente l’artista più anomalo d’Italia. Non è mai appagato – è di una generosità impagabile. Ha lo studio a Domodossola. Cioè: alla provincia dell’impero. Dove le montagne imperano come tagliole. Dove si flirta coi briganti e la follia galleggia sul tedio di ogni giorno. Marcovinicio, irriducibilmente un solitario, ne ha masticato di mondo. È passato dai ferini ‘gialli&neri’, quadri clamorosi dove la montagna è una allucinazione urticante, alla quiete della Silenziosa disciplina, un ciclo di lavori – “sempre concettuali, che esprimono un pensiero, la mia visione dell’arte”, specifica lui – che hanno la nitidezza della pittura del Trecento, che risolvono i rapporti con alcuni maestri ideali del pittore, Giovanni Segantini e Carlo Fornara ad esempio (questo lavoro ha avuto come momento miliare la mostra Marcovinicio. Silenziosa disciplina al MAG di Arco, nel 2009). Ora. È tutta un’altra storia. Un’altra vita. Il pittore ha ucciso se stesso. La mostra inaugurata a metà settembre presso la Fondazione 107 di Torino, Malmaison, che viene rilanciata giovedì 26 ottobre, insieme ad altre tre piccole mostre, cambia tutto. Idealmente il cuore della mostra, alloggiata in uno spazio ‘platonico’, l’antro di una fabbrica dismessa nei dintorni dello stadio della Juventus, è una camera. La camera che Marcovinicio ha smontato dal suo studio e ha ricostruito a Torino. Una specie di navicella dei sogni. Pregna di miracoli. Zaini, piccozze, piccoli quadri naif, libri, bottiglie di birra, tappeti indiani, feticci africani, lame berbere. Intorno, i quadri. Possenti come un rito. Totem. Carcasse. L’esito della lotta dell’artista con se stesso. L’epica di un massacro.

Che cosa è successo?
“Non lo so. Direi che tutto è cominciato da un segno. Da un paio di anni ho avvertito nella pittura un segno più nervoso, più fantastico. Ho cominciato a realizzare disegni aggressivi, elettrici. Ho continuato in quella direzione. Il resto è un miracolo”.
Che cosa significa il tuo lavoro, questo nuovo lavoro, questa sterzata?
“Penso che sia un atteggiamento sciamanico. Penso. Diciamo che non voglio partecipare a nulla che sia di questo mondo…”.
Cerchiamo di fare ordine. Intanto. Quando cominci a dipingere, perché?
“Io vengo da una famiglia semplice. Genitori intelligenti, ma non certo intellettuali. Da bambino mia sorella comperò ‘I maestri del colore’. Per me fu una scoperta. Avevo 8 anni. Mi avevano regalato una cassetta con dei colori a tempera. Cominciai a imitare Van Gogh e Gauguin. Tutto comincia così. Fin da subito, mi dicevano che disegnavo benissimo. Ricordo una scena. Mi piaceva l’immagine di due cervi che si scontravano. La replicai con la cera. La mostrai ai miei genitori. Cominciarono a guardarmi in maniera diversa”.
Gli anni Settanta sono anni di fughe, di vita avventuriera…
“Vero. A 15 anni vado via da Domodossola. Abito a Milano, con una donna più grande di me. Continuo la pittura. Scopro che non posso fare a meno della pittura”.
Molto presto metti su uno studio a Domodossola. Pratichi la solitudine. Non sei in un luogo propenso all’arte.
“Fin da ragazzo capisco che l’arte è la mia vita. Ma capisco anche che l’arte è solitudine. Devo riconoscere però di aver avuto tre incontri formativi. Il primo, a 17 anni, è con Franco Brusca, un pittore, un poeta, un avventuriero. Lui mi apre un mondo, mi fa conoscere Francis Bacon… Poi lavoro con Arrigo Parnisari, un ottimo pittore che per ragioni complicate finirà in manicomio. Infine, il terzo incontro è con Franco Rasma, un pittore che stimo moltissimo, con cui ancora oggi continuo uno scambio di pensieri per me fondamentale”.
Veniamo al lavoro di questi anni. Sembra che tu abbia scientificamente sarchiato te stesso, fino ad arrivare a una pittura più pura, più violenta.
“Il discorso è semplice. Questi quadri non li ho fatti per creare immagini accattivanti o ‘piacevoli’. Al contrario. Sai, quando dipingi da decenni acquisisci un mestiere che non ti permette di andare oltre, di dipingere male, ad esempio. Questo è un limite. Perché l’artista non può porsi dei limiti. Con questi nuovi lavori sono andato oltre me stesso, oltre la mia esperienza”.

MarcovinicioNon è facile lavorare con una autorevolezza tale da rischiare tutto. Anche lo scherno, l’incomprensione.
“Beh, oggi fare un quadro è difficilissimo. Intanto, è già stato fatto tutto e di tutto. Poi, il mondo ha perso l’incanto. Come puoi, oggi, penetrare l’incanto? Questa è la mia preoccupazione…”.
…che risolvi, se non vedo male, creando dei quadri totemici, rituali. Ogni quadro si chiama ‘Kamlanye’, d’altronde, che è il rito con cui lo sciamano predispone il suo viaggio negli altri mondi, cantando e danzando.
“Ho cercato di dipingere l’incanto dell’oltremondo. Credo nell’oltremondo. Credo in un mondo parallelo. A volte mi pare che i miei segni grafici siano il dialogo di un aldilà. Mi piace l’idea della ‘memoria eterna’, il fatto che resti nell’etere il frammento della nostra memoria. Come mai gli antichi arrivano a pensare al regno dei morti, per necessità o per indole? Da dove arriva quel concetto di un regno dei morti?”.
Già da questi interrogativi radicali si capisce la ‘rivoluzione’ dei tuoi lavori. Una rivoluzione che ti investe prepotentemente. In mostra spiccano alcuni quadri che sono delle ‘riscritture’ su altri quadri che hai deciso di distruggere.
“Ho distrutto una trentina di quadri vecchi. Non li riconoscevo più. Non bado più a nulla ormai. Proprio oggi ho in programma di raschiare altri 4 o 5 quadri antichi. Su cui dipingo, di nuovo. Certo, se quattro anni fa mi avessero detto che avrei fatto quadri di questo tipo, avrei pensato che era una follia…”.
Insomma, pittura come gesto marziale…
“Sono convinto che l’artista debba riappropriarsi del proprio ruolo. Tutto qui. Ormai si vede in giro tanta arte che è la ripetizione stantia di una vuota grammatica concettuale. Bisogna rispondere. Io sono sul piede di guerra e sto combattendo alla grande. Forse perché è l’ultimo atto, chissà”.
Altro che ultimo atto. Intorno al catalogo della mostra, Marcovinicio ha allestito una edizione di Noa Noa di Gauguin. Una edizione illustrata degli anni Venti. Fuori catalogo, stampata con perizia artigiana (la moglie di Marcovinicio, Marisa, è la straordinaria Mme. Webb, editrice di raffinate ‘copertine’ poetiche, un culto per lirici e bibliomani). Riprodotta in giallo. Di inquieta bellezza. Ancora Gauguin. L’amore della giovinezza, di sempre. L’artista fa la rivoluzione con la meraviglia negli occhi, barbaro come un bimbo.

Giovanni Zimisce