Marcos, l’uomo cresciuto tra i lupi, oggi ha a 72 anni e vuole tornare nei boschi. Ma il mito del “buon selvaggio” è una prodigiosa bugia

Posted on Agosto 29, 2018, 11:59 am
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Infine. Divenne un clown, un freak, un fenomeno da baraccone. L’ultimo degli ‘uomini-lupo’.

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Di Marcos Rodríguez Pantoja si è parlato molto, la sua storia non è una crudele ma eroica novella di Rudyard Kipling, è una storia dell’orrore.

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Spagnolo, nato nel giugno del 1946, famiglia molto povera, Andalusia. Il papà si trasferisce a Madrid, operaio in una fabbrica di mattoni – la mamma di Marcos muore. Il papà da solo non ce la fa a badare a Marcos e ai suoi due fratelli. Si risposa. I fratelli di Marcos vengono spediti da alcuni familiari, a Barcellona, lui, il più piccolo, resta con il papà. Trasferimento a Cardeña, ancora Andalusia, campagna. Marcos bada a un paio di maiali. La matrigna lo obbliga a rubare le ghiande dai campi del vicino. Con quelle Marcos nutre i maiali e si nutre. La matrigna lo mena. A sei anni, Marcos viene mandato in montagna, da un pastore, a portare al pascolo le sue pecore. Il pastore dice a Marcos: ‘tuo padre ti ha venduto – a me’. Il pastore abusa di Marcos. Il pastore un giorno muore. Marcos resta da solo. Marcos sa come trovare cibo nel bosco. Piuttosto che tornare dalla sua famiglia, preferisce stare tra le bestie selvatiche. “A sette anni entra in contatto, da quello che dice, con i lupi. Ha fatto amicizia con volpi e serpenti, aveva in odio il cinghiale. Parlava, dice, con un misto di grugniti e ululati. ‘Non so dire in quale lingua, ma ho parlato’”.

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Marcos vive nei boschi della Sierra Morena dal 1953 al 1965, per dodici anni. Quando la polizia lo scopre, ha 19 anni, è avvolto in una pelle di daino, ha capelli lunghi e attorcigliati. Cerca di fuggire. Urla. Gli agenti lo catturano, gli legano mani e polsi, lo portano in un convento di Madrid, dalle suore, che Dio rammendi ciò che la natura ha deturpato.

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Di Marcos si torna a parlare, con prepotenza, nel 2010, quando Gerardo Olivares gira un docufilm di un certo successo, Among Wolves. Di Marcos si torna a riparlare oggi perché, più di cinquant’anni dopo i fatti, il ragazzo dei boschi, oggi un anziano settantenne, in pensione, che abita in Galizia, nel minuscolo borgo di Rante, non ne vuole sapere degli uomini, non è mai riuscito a integrarsi nel consesso umano, vuole tornare nei boschi. Dopo un articolo di Silvia R. Pontevedra, pubblicato da El Pais il 29 marzo scorso, si è mossa la stampa inglese: per il Guardian Matthew Bremner è andato in Spagna, ha incontrato Marcos, ha ricostruito in modo dettagliato la sua vicenda, ha scritto un reportage denso di spunti, How to be human: the man who was raised by wolves.

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Come dire, la stampa acconcia tutto a festa. Così, una storia tragica – diciamo che Marcos non è Mowgli – evolve in racconto pop. In effetti, chi di noi non ha sentito l’urgenza di lasciare la città – specchio della mente polimorfica della creatura umana, icona della ‘cultura’ – per i boschi, ululando in coro con i lupi?

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La storia di Marcos, piuttosto, ricorda quella di un idiota dostoevskijano. Marcos fa tanti lavori nella sua vita tra gli umani – dal barista al muratore allo spazzino – ma non trova la pace boschiva. Gli uomini, resi scaltri dal ‘mondo’, lo vessano, lo giocano, lo prendono in giro. Una volta Marcos è beccato per spaccio di ‘maria’: il suo padrone gli aveva detto che era un farmaco e di darlo a tutti gli avventori che ne avessero fatto richiesta. Al di là degli sketch occasionali – la prima volta che ascolta una radio, Marcos pensa che lì, in quella scatola di legno e metallo, siano rinchiusi degli uomini, per questo la spacca – colpiscono due cose. Marcos non conosce l’importanza del denaro, che è il verbo principale delle relazioni tra gli uomini. E non conosce le sottigliezze della retorica: “Quando un uomo parla, di solito intende un’altra cosa da quella che dice. Tra gli animali non è così”, dice Marcos, invero con una certa malizia.

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Come si sa, nel 1800 fu catturato l’uomo-lupo più celebrato d’Europa. Si chiamava Victor dell’Aveyron, e nessuno riuscì a ricostruirne la storia né a capire chi fossero i genitori. Aveva vissuto nei boschi del Massiccio centrale francese: beccato una prima volta nel 1797, scappò ripetutamente dalle grinfie umane fino a essere predato da alcuni cacciatori nel 1800. Era nudo, non sapeva parlare, mangiava ghiande, frutti spontanei, insetti. Divenne un ‘freak’ che attizzò l’entusiasmo dell’intelligenza del tempo, presa a speculare intorno alle doti del ‘buon selvaggio’. Quando l’interesse cominciò a scemare, Victor fu spedito, dal 1811, in una casa privata, prossima a un istituto per sordomuti, morendo, dimenticato, nel 1828.

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Gli uomini – insegnano gli uomini cresciuti nei boschi – fanno davvero paura, allora.

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Forse i boschi educano a una ferocia che è chiamata ‘bene’ nella civiltà umana. Forse sono le parole, la destrezza verbale, l’origine del male – corruzione, menzogna, sopruso. Tramite le parole si convince, si seduce, si stordisce. Di certo, è un assurdo tornare allo ‘stato di natura’: l’uomo è uomo perché decide di sradicarsi dalla natura, di recidere i propri rapporti vitali con la natura. L’uomo piega la natura ai propri bisogni.

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Recentemente ho parlato con Jan Brokken. Lo scrittore olandese che ha fatto del ‘romanzo biografico’ un genere d’eccellenza, dopo aver dato voce a Dostoevskij (ne Il giardino dei cosacchi), ha ricostruito la leggenda di Jungle Rudy (così il libro appena edito da Iperborea). Rudy Truffino, morto nel 1994, olandese di origini italiane, negli anni Cinquanta lascia il mondo degli uomini per Canaima, la giungla venezuelana, all’epoca un luogo per lo più inesplorato. Conosceva i ragni e non disdegnava la compagnia dei serpenti, Rudy, ma dialogava anche con Werner Herzog, che andò a fargli visita, nei primi anni Ottanta, mentre lavorava a Fitzcarraldo. “Tutti vogliamo un luogo vergine dove rifugiarci dal mondo. Tutti siamo, in fondo, ‘Jungle Rudy’. Ma alla fine, non abbiamo il coraggio di andare fino in fondo”, mi dice.

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Mi domando il senso di fino in fondo. So che retrodatare la Storia a uno stato preadamitico è una idiozia. So, però, che l’uomo, per sua natura, non è ‘sociale’ – e questo significa che ciascuno di noi (per esito alfabetico?) non sa stare né con i propri simili ma neppure con gli altri esseri animati. Ma queste, appunto, sono speculazioni inessenziali su una vicenda – quella di Marcos – eccezionale, da cui è inutile trarre morali planetarie.

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Di per sé, la bestia – il lupo – è significativa perché c’è un uomo che la eleva a simbolo di qualcosa che gli manca. Altrimenti, se ti preda, ti uccide e stop.

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Ne Il Conte di Kevenhüller Giorgio Caproni dice tutto, meglio. “La Bestia che cercate voi/ voi ci siete dentro”. (d.b.)