“9288 chilometri attraverso taiga, steppa, fiumi, montagne. Ho attraversato la distanza che separa Oriente e Occidente”. Marco Pesaresi compie 55 anni. Ci imbarchiamo con lui sulla Transiberiana, “un’avventura smisurata”

Posted on Settembre 16, 2019, 10:03 am
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Mi domando: perché? Come una freccia che spacca a mezzo la faccia di chi vedo – cioè l’anima, intrisa di olio e desiderio. Siamo creature infiammabili, mi dico, per questo siamo ancora qui. La domanda per esteso è questa: perché le fotografie di Marco Pesaresi continuano ad affascinare, continuano a lavorare nel lato oscuro della nostra mente, in tutto ciò che vorremmo, ma che per vergogna, per eccesso di avidità, per paura, per disattenzione non abbiamo? E poi, in fondo, che statura di senso dare all’avere?

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Marco Pesaresi è nato nel 1964, in settembre, il 17. Quest’anno la cifra è rotonda. 55 anni. I cabbalisti direbbero che il 5 è un numero compiuto: sono 5 le dita di una mano. Il numero 5 ci permette di afferrare – o di lasciare. La terza mano di Pesaresi era la macchina fotografica. Con la macchina fotografica conquisti qualche cosa, indelebilmente, lasciando tutto il resto – e di te perdi un grammo d’anima, una sgrammaticatura delle ossa, un bramito di ruggine, perché ciò che hai celebrato in una immagine, mostrandola al mondo, ora chiede una ingiustificata responsabilità da parte tua. Marco Pesaresi si fa carico di tutti gli uomini che ha fotografato – lui li fotografa, loro, guardandolo, lo svelano.

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In concomitanza con il compleanno di Pesaresi si svolge il SI Fest, la grande manifestazione fotografica a Savignano sul Rubicone, nei cui archivi riposa l’opera fotografica di quel genio perennemente ragazzo. Inoltre, alla Galleria dell’Immagine di Rimini – nel chiostro della Biblioteca Gambalunga – una mostra, “Il tempo di un viaggio” (in atto fino al 13 ottobre), in cui si registra la fatidica, fantomatica, fatale avventura russa sulla Transiberiana.

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Come sempre, Marco fotografa gli uomini – i gesti quotidiani, dorati di destino, che implorano la povertà di uno sguardo. Il paesaggio scorre, dal fronte dei finestrini, al di là del treno, come la firma sgorbiata di un angelo. Sono immagini della fine Novanta: Pesaresi impalca una falange di visi sconosciuti davanti a te. Che fine hanno fatto, dove li ha precipitati la vita, in quale abisso siberiano, dentro quale gloria artica? Forse il giapponese con l’elicottero tatuato sul petto è morto, la ragazza che ostenta le tette, forse, è madre, lavora ben vestita nella capitale. E quei bambini nel prato, che ti fissano con la severità di un Kubrick, dove sono, ora? Quella vecchia in pena, che si aggrappa al corrimano del vagone, mentre al suo fianco, dal finestrino, è vulcanico il mondo, quel viso rugoso di sofferenza, riassume il dolore di ogni uomo, a fuoco basso, nel proprio cuore che arde.

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Tra i libri di Marco in preparazione al viaggio, ovviamente Tolstoj, Guerra e pace, poi I demoni di Dostoevskij, infine Bakunin. Piuttosto, le sue fotografie sembrano rispondere alla domanda con cui Nikolaj Gogol’ chiude Le anime morte: “Ma non corri forse anche tu, Russia, come un’ardita, irraggiungibile trojka?… Che cosa significa questa corsa che incute timore? E quale forza sconosciuta è racchiusa in questi cavalli sconosciuti al mondo?”.

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C’è qualcosa di Bruce Chatwin nei ripetuti vagabondaggi di Pesaresi – c’è l’ansia di perdersi, l’ambizione di azzerarsi. E poi risorgere, con polmoni più ampi, un sorriso che proviene dai primordi dell’amare.

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Perché amiamo ancora costantemente Marco Pesaresi, senza grumi di nostalgia? Perché ci offre, a mani aperte (il numero 5!), la vita, l’allucinata luce della vita. Ce la offre con dedizione impareggiabile, la vita – fino a perderla. (d.b.)

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Isa Perazzini, Mamma Isa, la mamma di Marco, tira fuori dal cilindro un reperto eccezionale. Sulla rivista “Marie Claire” c’è un servizio fotografico di Pesaresi. “Da Mosca a Vladivostok: un’avventura smisurata”. Datato luglio 2001. Marco morirà qualche mese dopo, dopo questo fiato luminoso. Le fotografie sono accerchiate dagli appunti di viaggio di Marco, di cui qui riporto alcuni brandelli: penetriamo nei suoi occhi, nel modo fermo e dolce di amare l’ignoto, lo sconosciuto. Sull’albo delle firme poggiato su un tavolo, all’ingresso della mostra, un autografo di Isa. “Ciao amore, questa sera ricomincia il tuo bellissimo viaggio sulla Transiberiana… La tua mamma”.

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Mosca, stazione Jaroslavskij. È un treno normale, blu e rosso amaranto: il ‘Rossija’ sembra un banale convoglio di linea, non la mitica Transiberiana che mi porterà fino a Vladivostok. Nel mio scompartimento ci sono tre russi biondi con gli occhi verdi, una madre con due figli. Mi sorridono.

Comincia così un viaggio immenso, come il territorio da percorrere: 9288 chilometri attraverso taiga, steppa, fiumi, montagne. Oltre 149 ore, quasi una settimana sulle rotaie. È la ferrovia più lunga del mondo. Appena ci si lascia Mosca alle spalle si entra in uno spazio verde e piatto: larici, abeti e betulle. Nemmeno i fiumi riescono a interrompere il paesaggio surreale, dilatato dal treno che gli va incontro. Passa il primo giorno e fuori la scena non cambia: verde uniforme, interrotto da villaggi, case di legno, carri tirati dai buoi.

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È un camping ambulante. La mattina ci si saluta in pigiama, dormito bene?, si fa colazione, poi si legge, si chiacchiera, soprattutto si pensa guardando fuori dal finestrino. Sento che mi sto allontanando dal terzo millennio per entrare in un tempo diverso. Guardo i contadini là fuori. Saranno gli stessi di cui scriveva Tolstoj?

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Dopo 1770 chilometri finisce l’Europa. Abbiamo passato la catena degli Urali e lasciato Ekaterinburg. C’è un obelisco che segna questo passaggio: qui entriamo in Asia, in Siberia. Significa “terra che dorme”.

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Fuori ancora taiga e steppa. Mi dimentico chi sono e perché sono qui. È notte, io e un americano passiamo alla vodka. Sarebbe vietato ubriacarsi, ma qui è Russia, lo fanno in molti. Arriviamo a Irkutsk, è uno squarcio di bellezza. La chiamano la “Parigi russa”: palazzi eleganti, un incrocio di volti e religioni.

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Davanti agli occhi ho il mare del Giappone. Spaesato, lontano, ho voglia di casa. Sono arrivato qui via terra come i viaggiatori del passato, ho attraversato tutta la distanza che separa Oriente e Occidente. E all’improvviso capisco: e se questo fosse il treno più bello del mondo?

Marco Pesaresi

*In copertina: una fotografia di Marco Pesaresi dal progetto fotografico legato alla Transiberiana, ora in mostra, alla Galleria dell’Immagine di Rimini come “Il tempo di un viaggio”