Marco è lì, non ti dimentica, e custodisce la gloria del tuo dolore. Ecco perché, 17 anni dopo, la morte di Pesaresi è anche la nostra. Sulla fotografia come preghiera

Posted on Dicembre 22, 2018, 12:24 pm
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La morte è una, nessuna morte è paragonabile a un’altra, alcune morti, però, sono anche la nostra, ci pertengono e ci appartengono. Alcune morti sono emblematiche. Ciò non significa che in quella morte altrui muoia una parte di noi – no, al contrario, quelle morti ci aiutano a precisare parti ignote di noi, quelle morti sono l’emblema della nostra rinascita.

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Quando Marco Pesaresi, tra i grandi fotografi italiani dei Novanta, il più ispirato, il più dolente, il più feroce, affonda, nel porto di Rimini, è il 22 dicembre del 2001, sono passati 17 anni – e non c’è anniversario che sigilli un dolore perché ogni giorno è stimmate, cuore di tenebra e spillo di luce – ci siamo noi, con lui, perché chi ha contemplato il dolore dell’uomo, dandogli forma pura, redenta, alla fine quel dolore lo vuole espiare. E si espia donando il proprio respiro – morendo. Pure io, che non l’ho conosciuto se non attraverso le sue opere e i ricordi della madre, Isa Perazzini, per cui l’amore ha preso il miracolo della dedizione, che alla morte ha risposto con una vita decuplicata, tante volte mi sono inabissato nel porto di Rimini, con Marco, e ogni tanto ho tentato di tirarlo su, a galla – perché c’è ancora così tanta vita da onorare, così tanto soffrire da riscattare – e ogni tanto ho desiderato morire, insieme a lui.

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marco pesaresiLa morte di Marco Pesaresi è emblematica perché lui ha fatto quello che noi dobbiamo imparare a fare. Ha contemplato l’uomo e ha amato il suo dolore. E al posto di risolvere l’uomo e il suo dolore – con l’obolo ai sofferenti, la meccanica delle elemosina – ha compiuto l’opera di carità più alta: ne ha fatto arte. Quest’anno, per tramite del SI Fest, cioè della mamma di Marco – il Comune di Savignano sul Rubicone detiene e conserva tutti i materiali nel cosiddetto ‘fondo Pesaresi’, una miniera di scatti che bisognerà catalogare e valorizzare – l’editore Postcart di Roma ha pubblicato, sotto il titolo Il tempo di un viaggio, per la cura di Davide Monteleone, alcune fotografie che raccontano il viaggio di Marco sulla mitica Transiberiana. Il viaggio è stato compiuto nel 1999, tratta Mosca-Vladivostok – e ogni volta, per Marco, che aveva mappato il mondo da Tokyo a New York, da Calcutta a Città del Messico, un viaggio è quello definitivo, totale, ultimo. Fare una fotografia, d’altronde, è un rischio: rischi di perdere gli occhi.

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Le fotografie transiberiane hanno colori bellissime, come le gonne blu di Vermeer – nella biblioteca di Marco, che possiedo in minima parte, ci sono libri di Tolstoj, Dostoevskij, Bakunin, che preparano a sorbire l’anima del luogo, dell’uomo. Certo, queste fotografie sono testimonianze ‘storiche’, diciamo così, straordinarie – ma a me non importa il tempo, il senso della Storia, la ‘storicità’; m’importa l’uomo. Marco è grande quando rileva i minimi istanti del tormento, del sollievo, della nostalgia – la ragazza che vende i lampadari, la mamma che pettina il figlio, l’uomo con l’aquila tatuata sul petto, un capo indiano in Siberia, il ragazzo con l’anguria nella mano, manco fosse un Graal – Marco non fotografa, Marco scandaglia l’anima e la setaccia, Marco conosce.

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C’è anche una sposa, in queste fotografie, su un lago – vuole buttarsi? – e un uomo che dorme nel vagone, di fianco a due tazze di porcellana, mentre dal finestrino vediamo scorrere un ruggito verde, la foresta; e poi ci sono dei militari che ridono e in quella fotografia – la scala geometrica, razionalismo di piloni e ringhiere, un editto urbano che dalla strada superiore porta alla stazione, e sotto di essa vecchie russe con i fazzoletti in testa e un bazar di borse sfatte – capisco l’Unione Sovietica molto di più che dozzine di saggi.

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“Marco si arrabbiava perché camminavo velocemente, durante le mostre: ‘le fotografie vanno lette, devi guardarle a lungo, devi capirle’, mi diceva. Anni dopo la sua morte ho scoperto che lo invitavano a Parigi e a Londra perché sapeva come impostare la luce per fare un certo tipo di fotografie. ‘Vado tutti i giorni a vedere la Gioconda. Mi siedo davanti a lei: è lei che ogni giorno mi guarda, con una luce diversa negli occhi’, mi diceva”, mi dice la mamma di Marco, Isa.

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Nel libro sono pubblicati anche i taccuini che Pesaresi ha scritto durante il viaggio transiberiano. “Terra che dorme – Siberia”; “Devo fotografare con intelligenza non posso andare ovunque. Concentrare le forze, non disperdere”; “Sento il dovere e la virtù di scrivere”; “Il viaggio è un qualcosa di nuovo, di emozionante, di straordinario. Sono un po’ impaurito per la difficoltà di comunicazione. Mi muovo prevalentemente a piedi… Non posso, non devo mollare”. Marco scrive le sue impressioni, in grafia brutale, disordinata, per preparare l’atto fotografico, che ha la lucidità di un gesto da prima ora del mondo. Attende l’imprevedibile, in adorazione degli strati sotterranei dell’umanità (“Lina la prostituta ha baciato 100 $. L’ho baciata tutta e non ne ho abbastanza”). D’altronde, Pesaresi ha fotografato gli abissi della notte riminese; si è inabissato nelle metropolitane di tutto il mondo, per il progetto Underground, vent’anni fa, che ha affascinato Francis Ford Coppola. Ha fotografato la festa e la vita, la baldoria e la disperazione – dispensando pietà.

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Questa bellezza così candida da dissanguare il giorno: le fotografie ‘transiberiane’ di Pesaresi sono il sottotesto delle grandi poesie di Boris Pasternak e di Anna Achmatova, di Vladimir Majakovskij, di Iosif Brodskij. Le anima la stessa, abbacinante, realtà.

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Pesaresi – basta guardare, di sfuggita, il repertorio nel sito della Contrasto, per cui ha lavorato – ha fotografato i parchi acquatici, i megastore, le metropolitane. I luoghi affollati – dove la gente si dimentica di se stessa. Nel luogo dove uno è dimentico di sé – preso dalla tortura del tempo – Marco è lì, ti fotografa, non ti dimentica.

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Vorremmo che qualcuno ci guardasse quando siamo negli inferi, vorremmo che qualcuno custodisca tutta la gamma della nostra gloria – che sostenga questa carne in corruzione, la collusione dell’era. Eccolo, Marco, il fotografo che ha avuto il coraggio di sondare l’enigma dell’uomo, che si è posto le domande irragionevoli, che non si è dato pace, che ha radunato il mondo sulla cruna del mignolo. Come un monaco, ha setacciato i continenti per sanare le creature – come se la fotografia fosse una sutura – come se la fotografia fosse una preghiera. Per questo la sua morte, 17 anni dopo, è la nostra morte – la nostra rinascita.

Davide Brullo