“Forse siete voi la sola che…”: Madame Soutzo, la principessa che fece perdere la testa a Marcel Proust

Posted on Giugno 01, 2019, 6:38 am
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Esistono libri ipnotici, nel fiore dell’incantesimo, che a leggerli si entra nel precipizio onirico, in un verbale del cristallo. Di questa genia è Il visitatore della sera (Aragno, 2019), volume di molteplice raffinatezza, che raccoglie le lettere di Marcel Proust alla fatale Madame Soutzo. Costei, nata in Moldavia, figlia di facoltosi banchieri, divenuta principessa dopo il matrimonio – presto in disastro – con il principe Dimitri Soutzo, anima i salotti e i pettegolezzi di Parigi, tanto da mandare in visibilio l’estatico Proust, che si sfianca a sviscerare il mondano con il bisturi dell’immaginazione, dell’anatomia fantastica. I due s’incontrano nel 1917, l’affinità è fatale, trasuda in epistole di micidiale nitore, come quella del dicembre di quell’anno, in cui lo scrittore consiglia alla madama di fare l’operazione medica che va rimandando causa “il surplus straordinario di bellezza che l’indomani di un’operazione comporta… quel meraviglioso pallore che segue all’anestesia”. Qui s’intende il fascino di Proust per la bellezza algida, disincarnata, ‘malaticcia’, da ammirare – e mai mordere né toccare – come un torso scultoreo. “Dopotutto, è pur sempre una bellezza, e farà di voi un marmo transitorio, cosicché coloro che l’avranno visto non dimenticheranno. E se al valore estetico di questa statua… aggiungete quanto c’è di straziante, d’infinitamente avvincente nella sofferenza, questa freccia del Parto che essa lascia per sempre nel cuore, vi direte che la civetteria… dovrebbe avere come conseguenza non di rimandare l’operazione, bensì di affrettarla”. A orchestrare l’incontro tra Proust e la donna enigmatica, Paul Morand, effervescente fan dello scrittore della “Recherche”, energico, volitivo, ironico, malizioso, che sarà scrittore – farà scuola tra gli ‘Ussari’, i Roger Nimier e i Michel Déon – e collaborazionista – sotto Vichy è ambasciatore a Bucarest e a Berna – e infine Accademico di Francia, nel 1968, svanita l’ostilità di De Gaulle. Morand era del tutto devoto a Proust – nella mole delle memorie, così ricorda La prima visita a Marcel Proust: “Dopo l’attesa, siamo introdotti nella camera da letto. Proust, avvolto nella sua pelliccia, indossa una giacca con scarpe dalle tomaie in daino grigio, un bastone, guanti grigio perla troppo stretti, come nei quadri di Manet, che gli fanno le mani di legno; viso sottile e dolce, ricoperto alle tempie dai capelli neri, il mento pesante infossato nel collo, gli zigomi sporgenti, orecchie deformate, l’aspetto più malato che mai, giallognolo, la schiena curva, il torace incavato” –, quanto il suo idolo era mentale egli, il baldo Paul, era carnale. Nel 1927, così, è Morand a impalmare la desiderata Soutzo. “C’è chi, come la malevola Marthe Bibesco, non mancherà di schernire i nove anni di età che li separano – trentanove anni lui e quarantotto lei – dicendo di non sapere se si tratta dello sposalizio della madre o della figlia Soutzo, Marie Georgette allora ventitreenne”, ricorda Massimo Carloni, impeccabile curatore del volume. Il dato, va da sé, aggiunge un surplus di malizia alla svenevole lussuria del menage. Proust era morto cinque anni prima, nel 1922, e in un eccesso di schifiltosità s’era immaginato che fosse lei, la principessa, a ‘provarci’. Il matrimonio tra Morand e la Soutzo, costellato dai reiterati tradimenti di lui, andò a gonfie vele. (d.b.)

Madame Soutzo: da dove giunge questa dama in grado di far capitolare Proust, di far innamorare Morand e affascinare Jünger? Che ruolo ha avuto nella Parigi letteraria dell’epoca?

Hélène Chrisoveloni (o Chrissoveloni) nasce in Moldavia nel 1879; il ramo paterno è d’origine greca-fanariota, mentre quello materno (gli Economo) è triestino. I Chrisoveloni sono una facoltosa famiglia di banchieri, con importanti possedimenti sparsi in tutta Europa, il che consente a Hélène di ricevere un’educazione cosmopolita, tra Trieste e Parigi, dove si diploma. Poliglotta erudita, Hélène, che conosceva ben sette lingue, sposa il principe Dimitri Soutzo, attaché militare presso la legazione romena di Parigi. Dopo la fine del matrimonio, breve e infelice, con l’inizio della prima guerra mondiale Hélène è costretta a lasciare temporaneamente il suntuoso palazzo in avenue Charles-Floquet, per stabilirsi all’Hotel Ritz. Frequentando gli ambienti diplomatici e culturali della Parigi della Belle Époque, Hélène, pur non essendo scrittrice – come le altre due principesse romene di Parigi, Anna de Noailles e Marthe Bibesco, sue acerrime rivali – avrà modo di conoscere i maggiori letterati del suo tempo, tra cui, appunto, Marcel Proust e il giovane Paul Morand. Sia all’Hotel Ritz sia nel suo palazzo in avenue Charles-Floquet, riaperto dopo la guerra, Hélène organizza fastosi ricevimenti in onore della regina di Romania, a cui sono invitati nobili, politici, artisti, tutti ospitati nel siderale salone lungo 18 metri con le vetrate che si affacciano sul Campo di Marte, ai piedi della Torre Eiffel. Tutto questo, ahimè, continuerà anche durante l’occupazione tedesca negli anni ’40. Filonazista, irriducibile anticomunista e antisemita, Hélène apre le porte del proprio salotto ai gerarchi e all’intellighenzia germanica di stanza a Parigi: «ecco i nostri cari vincitori», esclama accogliendogli alla sua tavola. Tra questi, appunto, figuravano Ernst Jünger, ma anche Louis-Ferdinand Céline, grande ammiratore di Paul Morand. Jünger in particolare, a proposito della bella principessa romena, parlerà d’un fascino misto a orrore ispiratogli dalla sua fredda intelligenza politica, tanto inusuale in una donna.

In particolare: Proust era alla ricerca di ‘muse’? Intendo: come entra la Soutzo nel lavoro incessante della ‘Recherche’? Intravediamo la sua ombra in qualche pagina?

In primo luogo, occorre dire che la principessa Soutzo, la Minerva romena, incarna essa stessa un’eroina proustiana, o comunque ne possiede parecchi tratti. Tuttavia, avendo conosciuto Proust solo nel 1917, è improbabile che la sua figura sia servita direttamente da modello a una delle dame fatali che compaiono nella Recherche. Di certo è che Proust frequentava Hélène, da un lato, perché attratto dal suo irresistibile fascino, un misto di grazia e intelligenza, dall’altro, per carpirle preziose informazioni su abiti, acconciature, trucchi in uso tra le nobildonne dell’epoca, che dovevano arricchire le sue minuziose descrizioni. Non ultima la possibilità, grazie alle sue conoscenze, di rimanere in contatto con le Tout-Paris. La vita, con le sue frequentazioni mondane, era diventata oramai per Proust nulla più che un pretesto per il romanzo che stava scrivendo. Nel libro, ad ogni modo, riporto la splendida dedica vergata da Proust sulla copia di À l’ombre des jeunes filles en fleurs donata alla principessa Soutzo: «Non avete mancato di riconoscere il vostro [salotto], cara e incomparabile amica, in quello che ritraggo qui, incantato dal miracolo parsifalico delle palle di neve… Appena due o tre delle mie amiche, che furono in grado di regalarmi qualche gioia o afflizione, appariranno nella Recherche du temps perdu. Forse siete voi la sola che, dal fondo dei vostri divani “profondi come tombe” saprete ravvivare “le specchiere ingiallite e le fiamme morte”». Chi ama la poesia non faticherà a riconoscere tra queste parole i versi di Baudelaire (La Mort des amants), che Proust era solito citare a memoria. Nel 1971 a 92 anni, Hélène visita l’esposizione Proust dove è esposto il quadro di Lévy-Dhurmer che la ritrae a 30 anni. Come in una pagina del Temps retrouvé, semicieca e vacillante, appoggiandosi alle stampelle Hélène si ferma a contemplare quell’icona di bellezza e di gioventù, che la costringe a specchiarsi impietosamente nel proprio passato. Proust a riguardo avrebbe scritto una pagina mirabile, chiosa Morand.

In sede di saggio conclusivo fa una osservazione interessante, che riassumo così: Morand è il gemello opposto di Proust, giovane, sensuale, volitivo, di successo. Il primo vive, il secondo narra la vita. Il loro, insomma, pare un rapporto fatale. Ci spieghi, sommariamente.

È difficile immaginare due esseri così scandalosamente agli antipodi. Eterno mal portant, fiaccato da un corpo refrattario allo sforzo e al movimento, Proust è afflitto da una paralizzante manque de volonté che lo inchioda alla sedentarietà, all’emarginazione dal mondo delle professioni, dalla serietà della vita sociale. È il tipico bambino asmatico che non può partecipare ai frenetici giochi dei compagni, e rimane in un angolo a leggere, condannato a contemplare la vita a distanza.  Morand, viceversa, favorito da una forma una fisica inossidabile, si vanterà per tutta la vita delle proprie performances sportive, tanto che il rendez-vous con la morte non poteva che sorprenderlo en marche, ottantottenne, durante l’irrinunciabile training mattutino. Come una donna ammiccante e compiacente la vita gli si offre sin da subito in tutta la sua conturbante nudità, come un ventaglio di possibilità da cogliere al volo. Morand supera di slancio il concorso che gli apre la carriera diplomatica e inizia a viaggiare febbrilmente come un globetrotter. Quando incontra quel giovane, brillante attaché d’ambasciata, Proust vi ritrova incarnati e realizzati i suoi sogni di gioventù, e ne rimane conquistato, al punto che un giorno gli scapperà detto: «Avrei voluto vivere come Morand», ossia appartenere a quella schiera eletta di fortunati «che vedono avverarsi i loro desideri semplicemente formulandoli». Tuttavia, anche Morand inizia a scrivere racconti, ed è tra i primi a considerare Swann un capolavoro, degno di Flaubert. S’identifica a tal punto con l’autore, con i suoi stati d’animo, che avrebbe voluto scriverlo lui. Questo singolare incontro di opposti, mi ha ricordato un film di Patrice Leconte, L’homme du train (2002) dove ognuno dei due protagonisti (Jean Rochefort, un metodico professore di provincia in pensione, e Johnny Hallyday, un rapinatore-avventuriero) vorrebbe trasmigrare nel corpo dell’altro, perdersi nel suo inconfessabile doppio.

L’aspetto interessante nel confronto tra Proust e Morand è che questa diversità di complessione e di carattere si riverbera direttamente nella scrittura, nella concezione stessa della letteratura. È Morand stesso a fornircene la chiave quando divide gli autori in due categorie: quelli indispensabili alla nostra sopravvivenza, e gli altri di cui si può fare tranquillamente a meno. «Proust, è come il pane. Chateaubriand, è vitale, oppure Flaubert; Maupassant o Lamartine, no; Jean-Jacques sì, Diderot no». È questo il punto decisivo: c’è una letteratura-decorazione, intrattenimento, una sorta di artigianato di lusso, di abbellimento della vita; e un’altra che ne è il fondamentale compimento. Da autentico sibarita Morand aveva gaudentemente dissipato il proprio tempo, di questo era consapevole come di un limite: «un vero scrittore deve sognare la propria vita; io ho avuto il grande torto di viverla, la mia». Allontanatosi dallo strepito del tempo ordinario – sempre perduto perché dissipato in società dove l’io interiore è incatenato e in esilio – Proust ha svelato come nessun altro l’ordito segreto della vita, il suo incosciente, silenzioso sviluppo, comprendendola «du dedans». A lui è toccata in sorte la gioia suprema: ricreare la vita umana in vitro, in un’opera d’arte che, sottratta all’usura del tempo, gode per sua natura d’una specie di eternità, provvisoria certo, ma che sovrasta di gran lunga le effimere esistenze dei mortali.

Mi colpisce un’altra sua osservazione. Proust morente è come “il monaco eremita che nei romanzi di Dostoevskij è portatore di qualche verità rivelata”. Questa vicinanza tra Proust e Dostoevskij, se c’è, le chiedo di renderla esplicita.

In quel passo mi riferisco in realtà all’istantanea che ritrae Proust nel suo letto di morte: il volto smunto, i capelli corvini divisi sulla fronte, la folta barba, i grandi occhi che fendevano l’insondabile, mi ha ricordato gli starets russi, quei monaci eremiti che incontriamo nei romanzi di Dostoevskij e che costringono alla verità i colpevoli di turno. Erano individui straordinari, magnetici, in grado di leggere nelle anime degli uomini. Tuttavia, se leggiamo la definizione che ne dà Dostoevskij ne I Fratelli Karamazov, ci accorgiamo che il legame con Proust si fa ben più profondo e rivelatore: «Lo starets è qualcuno che prende la vostra anima e la vostra volontà e le assimila nella propria anima e nella propria volontà […] al punto di potere alla fine raggiungere, con una vita di obbedienza, la libertà assoluta, cioè la libertà dal proprio “io”, e sfuggire così alla sorte di chi ha vissuto una vita intera senza ritrovare se stesso». Tra l’altro è noto che Proust s’interessò molto alla figura di Rasputin, alla sua fine, ecc. Ma torniamo all’accostamento con Dostoevskij, ben più fecondo. Proust evoca più volte il suo nome ne La prigioniera, in una discussione tra il narratore e Albertine, novella lettrice del romanziere russo. In quelle pagine troviamo un’osservazione penetrante. E cioè che nei romanzi di Dostoevskij le vicende non sono presentate secondo un ordine logico, a partire dalla causa, ma dall’effetto, dall’illusione in cui il protagonista è avvolto. Perciò i personaggi si svelano a poco a poco, mostrando aspetti spesso contraddittori della loro personalità. La medesima tecnica narrativa la ritroviamo anche nella Recherche, dove i caratteri non sono fissi, cristallizzati in tipi psicologici, ma si manifestano via via nel loro divenire nel tempo.

Un altro tratto che accomuna Dostoevskij e Proust, è l’attenzione rivolta ai bassifondi dell’animo umano. Appartenendo entrambi alla schiera dei «grandi malati immortali», erano particolarmente sensibili agli aspetti morbosi dell’esistenza: la crudeltà, la profanazione, il sadismo. Ambedue, peraltro, mostrano una certa indulgenza nei riguardi dei colpevoli, si veda in proposito lo splendido articolo di Proust Sentiments filiaux d’un parricide, su un fatto di cronaca che vide coinvolto un suo conoscente, van Blarenberghe, il quale in un accesso di follia uccise la propria madre che pure amava teneramente. Il tema del delitto e del parricidio ritorna in maniera ossessiva anche in Dostoevskij. Tuttavia, mentre nel romanziere russo la triade delitto-colpa-espiazione si inscrive sempre all’interno di un orizzonte cristiano, e quindi, in sostanza, morale, in Proust a prevalere è lo sguardo naturalistico, da entomologo per così dire, vista la scrupolosità delle sue analisi. Non a caso prenderà a prestito le osservazioni di Jean-Henri Fabre, «l’Omero degli insetti», per descrivere certi comportamenti umani.

Com’è noto Jacques Rivière pregò insistentemente Proust di scrivere un articolo su Dostoevskij. Per quanto stimolante fosse l’offerta – e chissà quali folgoranti intuizioni ci avrebbe regalato! – Proust fu costretto a rinunciarvi, per non interrompere la febbrile scrittura della Recherche che stava ultimando. Nel farlo, citò le memorabili parole del profeta Neemia, rivolte a chi lo distoglieva dalla ricostruzione delle mura di Gerusalemme: «Non possum descendere, magnimi opus facio».

Alla luce dell’epistolario che ha curato, e del ‘triangolo’ che ne è il cuore (pur del tutto intellettuale), che aspetti emergono della personalità di Proust?

Occorre dire innanzitutto che Proust non era nuovo nelle vesti di terzo incomodo, essendosi già insinuato nella vita sentimentale di altre coppie d’amici, come Jeanne Paquet e Gaston de Caillavet, Louise de Mornand e Louis d’Albufera. In realtà, come confessò a Gide, Proust amava le donne «solo spiritualmente», ossia senza il desiderio di possederle, avendo provato il piacere carnale solo con gli uomini. Riguardo alla principessa Soutzo pare che Proust si accontentasse d’osservarla… È lo sguardo dell’artista che esamina il modello da ritrarre, o dell’esteta rapito da un’opera d’arte vivente. L’amore puramente platonico, scultoreo che Proust nutre per la principessa Soutzo raggiunge un livello di suprema raffinatezza nel dicembre 1917, quando Hélène deve sottoporsi a un intervento di appendicectomia, ma che, per timore, continua a rinviare. Nel fare opera di persuasione l’amico ricorre a un’argomentazione puramente estetica, volta a solleticare la civetteria di Hélène. Da figlio di medico e da ex discepolo di Ruskin, arriva a sostenere che l’indomani di un’operazione chirurgica, in virtù dell’anestesia, conferirà all’amica un supplemento straordinario di bellezza, sotto forma d’un pallore meraviglioso, d’un marmo momentaneo, fino a mutarla nel più diafano e sublime alabastro! Pur rivestendo i panni del cavalier servente, Proust non lesina accessi di gelosia, scatenati spesso da minime contrarietà, sufficienti a esacerbare la sua sovraeccitabile sensibilità. Durante una serata dalla principessa di Polignac, Proust si offre di riaccompagnare a casa Hélène, ma costei incurante, rifiuta l’invito preferendo ritornare in compagnia dei Beaumont. A un anno di distanza da quell’episodio Proust riapre la ferita ancora suppurante, rimproverando all’amica la sua mancanza di riguardo, l’aridità di carattere, unita a una certa perversità, sotto cui, nondimeno, scorge un animo buono e nobile. Le crisi d’abbandono di cui soffriva sin dall’infanzia, gli rendono insopportabile la minima separazione, come quando la principessa trascorre le vacanze estive a Biarritz. Nonostante l’assenza, Proust continua a recarsi ritualmente al tempio di Minerva, al Ritz, simile ai gatti di Madame Strauss che ogni giorno annusano la chaise longue dove la padrona assente era solita distendersi. Dice di sentirsi come quei felini, con sguardo languido implora gli ospiti e i camerieri dell’albergo, affinché gli svelino il nascondiglio della principessa e la smettano con quel gioco atroce.

Assai interessante è anche il rapporto con Paul Morand, per certi versi una smentita alle idee proustiane sull’amicizia. Pur credendosi totalmente immune da questo sentimento, quando Morand è nominato all’ambasciata di Roma, Proust subisce un contraccolpo terribile da quella separazione tanto improvvisa quanto annunciata – del resto «perché scegliersi un diplomatico per amico?» si chiede. Lo sconforto è duplicato dalla consapevolezza che una tale tristezza, per quanto grande, non durerà. Tra non molto quest’essere inconsolabile che piange la partenza d’un caro amico, sarà «rimpiazzato da un Proust ignoto di sé che potrà benissimo fare a meno di Morand». Oltre alla distanza e all’oblio, l’amicizia di Proust sarà sottoposta a prove ben più ardue. La perfidia, l’insolenza, l’ironia, la doppiezza, ingredienti essenziali secondo Proust per preparare la ricetta caratteriale di Morand, si manifestano impudentemente nell’Ode che questi gli dedica nel 1919, dove per la prima volta si accenna a presunti festini o ritrovi notturni, inaccessibili ai più, da cui Proust tornerebbe sconvolto, impallidito per sempre, ma edotto come nessun altro sugli abissi più riprovevoli dell’animo umano, dove il piacere e il dolore si nutrono a vicenda. Pur sentendosi scaraventato pubblicamente «in quell’Inferno che Dante riservava ai suoi nemici», Proust, «disarmato dalla sua stessa tenerezza», perdonerà la crudeltà gratuita di Morand, che non ha esitato a sacrificare l’amico sull’altare della gloria letteraria. Non solo non gli serberà rancore, ma, al momento opportuno, ne favorirà addirittura l’esordio editoriale. Sempre prodigo e generoso a un certo punto Proust chiede all’infido amico: «Ci terrei a fare qualcosa per voi. Volete che organizzi una serata per farvi conoscere i miei amici o che scriva qualcosa?» Ben sapendo che gli avvenimenti mondani passano mentre gli scritti restano, soprattutto se firmati da Proust, Morand rispose di preferire una… prefazione. Nacquero così le meravigliose Osservazioni sullo stile, insolita introduzione alla raccolta di novelle di Morand Tendres stocks. È immaginabile una lezione più grande d’amicizia? Proust tuttavia sarà ripagato la settimana prima di morire, quando Morand rende una lunga visita al suo capezzale in rue Hamelin. Stavolta l’Homme pressé sembra non aver fretta di andarsene. Quella sera la gentilezza, la delicatezza d’animo, il gran cuore mostrati da Morand lo fa ricredere. «Mi ero ingannato; ma questa volta, posso assicurarvi, – confida poco dopo a Céleste – senza timore di errore, che Morand mi amava tanto – forse molto più di quanto l’ho amato io». Proust incarica Céleste di riferire questa confessione in articulo mortis direttamente all’interessato.