Ora vogliono “modernizzare” la prosa micidiale di Manzoni… la imparassero a memoria! Così si educano flotte di editor a inchinarsi al cospetto dei tempi e dell’idiozia (e alla tracotanza delle leggi di mercato)

Posted on Luglio 13, 2020, 1:29 pm
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Pare che la scuola di scrittura Belleville sia importante. Non mi interessa giudicarla né sondare, qui, l’importanza o meno delle scuole di scrittura, di quella scuola in particolare. Chissenefrega delle mie opinioni. Riferisco un fatto. Belleville mette al bando “tre borse di studio a copertura totale per la quinta edizione della Scuola annuale di scrittura”. Che cosa sia questa Scuola annuale lo leggete qui. Belleville, dicevo, pare importante. Un amico mi invia un racconto, con cui intende partecipare al bando. È buono – forse bisognerebbe lavorarlo qua e là, come si affila una spada, ma io chi sono? Non gli rispondo. Sono stronzo. Un altro, un amico solitario, mi scrive indicandomi qualcosa che mi ghiaccia.

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Rewind. Per vincere la fatale borsa di studio – il bando è aperto fino al 20 luglio, conviene farlo, la scuola costa 3.900 euro più Iva – bisogna: scrivere un racconto; scrive un saggio “su un romanzo a scelta del candidato”; realizzare “una prova di editing”. Che cos’è l’editing? Sistemare un testo per la pubblicazione. O meglio – così evitiamo fraintendimento – “In editoria, cura redazionale di un testo per la pubblicazione, cioè lettura attenta intesa a verificare la correttezza di ortografia, grammatica, sintassi, l’organizzazione strutturale del testo e la sua coerenza interna, l’adeguatezza dello stile, l’esattezza e la rispondenza alla realtà delle asserzioni scientifiche, storiche, ecc.” (Treccani dixit). L’editing può essere blando o selvaggio, a seconda del testo di partenza – che, si presume, se s’intende pubblicarlo, abbia caratteri d’eccellenza – e dello scopo che si prefigge l’editore (di solito, giustamente, per carità, vendere; di norma, fare la storia). Non è detto che l’editing sia ‘darwinista’ (vince chi si adatta meglio alle leggi di mercato), pragmatico, utilitarista: l’editor di talento riconosce, nel libro che raffina, ciò che è improvvido, inatteso, di inesauribile novità. Un buon editor, insomma, non si allinea, rischia. Ma questo non c’entra nulla con questo.

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La “prova di editing” – ecco quello che mi ha ghiacciato – si fa su un brano di Alessandro Manzoni. Proprio così. Per ottenere la borsa di studio nel regno di Belleville devi fare l’editing a Manzoni. Devi rifare le scarpe e la giacca e le tette al don Lisander. In particolare, l’editing si compie su un brano del Fermo e Lucia, tomo quarto capo terzo, quello in cui si parla delle risoluzioni pigliate per arginare la peste. Forse il brano – meravigliosamente involuto, con prosa di pitone, che ti soffoca per peculiarità intellettuale, soffocando ogni tentativo di ‘correggerla’ – è stato scelto per caso. Penso di no. Manzoni, infatti, sfotte quelli che non credono alla pestilenza: “Dopo tante calamità, parlare anche di peste pareva un raffinamento di crudeltà; il popolo bene o mal vestito gridava ad una voce che quell’orrendo sospetto era una invenzione di alcuni medici per guadagnare sul pubblico terrore”. Trapiantato ai giorni nostri, facendo editing cronologico, il sunto è questo: in molti credono che il Coronavirus non esista, sia affare minimo, ingigantito per favorire dei potenti, che così possono spadroneggiare con la scusa virale dentro il taschino.

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Quelli di Belleville chiedono ai bellimbusti che si credono scrittori: “Editate il brano seguente modernizzandone la lingua, la punteggiatura e la sintassi”. Modernizzare la lingua, la punteggiatura e la sintassi del Manzoni? Mi pare inutile, al di là dell’esplicita minchiata (l’editing Manzoni se l’è fatto da sé passando dal Fermo e Lucia ai Promessi sposi della “quarantana”, la quarantena del romanziere assoluto). A contrario, vorrei che parecchi scrittori nostrani – che insegnano scrittura – imparassero “la lingua, la punteggiatura e la sintassi” del Manzoni, straordinaria – anche quella del Fermo e Lucia, leggete Salvatore Silvano Nigro, studiate, ingaggiate una lotta nel linguaggio, infangatevi nella lingua, cazzo (per altro, molti anni fa, e non a torto, Massimiliano Parente m’istruiva dicendomi che alcune parti del Fermo e Lucia sono molto più ‘moderne’, perché torbide, tortuose, dilaganti, ‘sporche’, dei Promessi sposi – da togliere il sonno a Gadda e a Sciascia. Come si fa a emendare il Manzoni, a “modernizzarlo”, quando lui è ancora lì, più moderno di tutti noi, morti viventi? E poi quelle parti sulla peste, che ci mostrano, con inesorabile potenza, che la pestilenza è della ragione umana, prona a tutte le follie, che il male alligna ovunque, la lebbra inquina il verbo, che dall’incredulità cretina alla più cretina superstizione – vedi: Storia della colonna infame – lo spazio sta in un capriccio, una chiacchiera, una fola meridiana.

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Una volta, per scrivere, ti imponevano di passare a memoria alcuni passi di Manzoni, certi canti di Dante, i sonetti del Petrarca, i ritmi di Pascoli. L’indicazione era chiara: per ‘superare’ i padri, perfino per distruggerli, devi conoscerli. Solo chi s’inginocchia trova lo scatto per ergersi e pugnalare il padre. Ora, privi di memoria e di padri, ci chiedono, per esercizio, per gioco, di “modernizzare” la lingua dei grandi, tra poco semplificheranno Dante, pubblicheranno traduzioni soft dei Malavoglia e del Principe di Machiavelli. Pensano, insomma, che sia necessario facilitare, ‘abbassare’ tutto, al posto di stimolare la scalata, indicare la vetta, godere della vertigine, della fatica. “Modernizzare” Manzoni, è un gesto semplicemente errato, idiota, un tocco di cipria sulla statua, nettare le ragnatele con lo spazzolino. Rifare l’acconciatura al genio. Conciare ogni cosa perché sia prona alla vendita, sia ‘facile’. Percaritàdiddio. Implorerei Manzoni di farmi l’editing. E lui mi rispedirebbe a studiare, dandomi un calcio nelle palle. (d.b.)

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In onore a Manzoni, pubblichiamo la porzione del “Fermo e Lucia” che quelli di Belleville chiedono di “modernizzare”. Lasciamo stare, va là.

Fermo e Lucia, Tomo Quarto, Cap.III

Entrato così il contagio negli abitanti, poteva il tribunale circoscriverlo tosto a quei primi infetti, isolarlo, costringerlo nei luoghi dove si manifestava, ottenere quei due scopi egualmente sacri, e tanto difficili a conciliarsi, l’assistenza agli infermi, e la preservazione dei sani? Quando si consideri che i soldati avevano percorse forse cento cinquanta miglia del Milanese, e s’erano diffusi a destra e a sinistra per trovare alloggiamenti, e per rapinare; che in varie parti di quel tratto la pestilenza si manifestò ad un punto, in moltissime persone, si vedrà che anche quest’ultimo scopo era se non impossibile, difficilissimo ad ottenersi dal tribunale, quand’anche questo avesse avuti a sua disposizione mezzi grandissimi, e avesse trovata da per tutto una pronta, attiva, e sapiente cooperazione; del che non era niente.

Ma per conchiudere finalmente, adoperò il tribunale tosto o tentò tutti quei mezzi che aveva se non per distruggere, se non per ridurre a poco, almeno per iscemare in qualche parte il contagio, e per salvare i paesi non ancor tocchi? Qui bisogna distinguere fra le persone stesse del tribunale.

I due medici, convinti dal primo momento della gravità del pericolo, insistettero tosto e sempre perché si dessero pronti provvedimenti; ma non furono secondati dai loro colleghi. Proposero per esempio che fosse proibito sotto pene severissime, il comperar robe dai soldati alemanni; «ma», dice ingenuamente il Tadino, «non fu possibile persuaderlo al presidente pieno di molta bontà, che non poteva credere dovesse succedere incontri di morte di tante migliaja di persone, per il commercio di questa gente e loro robbe». Così l’avere a quel primo avviso del Settala, anzi dopo gli iterati avvisi che giungevano dal territorio di Lecco, spedito un ignorante commissario, col solo carico di riferire, fu atto di trascuranza inescusabile; per non parlare di molti altri atti di egual valore. Certo una condotta simile in simili circostanze d’un tribunale della sanità ai nostri giorni ecciterebbe uno scandalo universale; o per meglio dire non vi sarebbe ora forse in Europa tribunale della sanità che operasse a quel modo.

Ma — e qui appare il carattere singolare di quei tempi — non erano queste le accuse che gli uomini d’allora facevano al tribunale; lo accusavano, indovinate mò; di corrività, e di precipitazione, lo accusavano di credere pazzamente ad un male che non esisteva, di atterrire, di contristare, di tormentare con ordini inutilmente i cittadini. Dopo tante calamità, parlare anche di peste pareva un raffinamento di crudeltà; il popolo bene o mal vestito gridava ad una voce che quell’orrendo sospetto era una invenzione di alcuni medici per guadagnare sul pubblico terrore. Molti fra i medici stessi, facendo eco alla voce del popolo, la quale in questo caso — se è lecito fare una eccezione ad un proverbio — non era certamente voce di Dio, ridevano al nome di peste, attribuivano la mortalità ai disagj degli anni scorsi, ed avevano in pronto molti nomi per qualificare variamente gli accidenti di quel male nelle varie persone; quando qualche infermo, rimovendo tristamente la coltre, mostrava loro un tumore che gli dava da pensare, essi sogghignando gli domandavano se non aveva mai veduto foruncoli; quando si parlava di taluno estinto repentinamente, o dopo brevissimo languore, domandavano se non si erano mai conosciute apoplessie. Con una disposizione universale di questo genere, gli ordini del tribunale dovevano incontrare da per tutto ostacoli, resistenze, inesecuzione. Così era in fatti; e per immaginarsi a qual segno, basti sapere che gli ufiziali stessi del tribunale, quelli che dovevano fare eseguire gli ordini, erano, come l’universale convinti che fossero pazzie. Come però erano ordini, che davano ad essi una autorità, e ordini spiacenti a chiunque vi si doveva assoggettare, una gran parte di quegli ufiziali faceva un traffico della inesecuzione.

Alessandro Manzoni