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“Basterebbe scegliere di scardinare la porta di casa… Ho inseguito e intervistato chi ha fatto scelte scomode”

27 dicembre 2020. Parigi. Quest’anno per Natale non è venuto nessuno della mia famiglia dall’Italia. Per sopperire all’assenza abbiamo comprato per la prima volta un abete vero e lasciato quello sintetico nel sottoscala. Il profumo dei rami ricorderà alle mie figlie l’odore delle feste durante la mia infanzia a Palermo.

In Francia si parla con insistenza di scommesse dei prossimi giorni, rottura sociale, crisi professionale. Ci si deve preparare “dolorosamente a vivere altrimenti nel 2021”, dice la filosofa Claire Marin su Le Monde. Viaggiare, conoscersi, scambiare, toccare, donare, avventurarsi, in questo momento tutto è difficile da compiersi. Ciò che ci viene chiesto è di restare a casa e, uscendo, di coprirsi il viso fin sopra al naso senza toccare nessuno.

Io ciondolo per le stanze, intontita dal delizioso stallo delle festività e intimidita da quello dell’umanità. Devo preparare per “Pangea” un’introduzione al mio progetto di fotointerviste. Un lavoro lungo tre anni e cominciato quando Trump si era insediato da qualche mese alla Casa Bianca. Vi ho dedicato tanto di quel tempo e ora mi chiedo se serva realmente a qualcosa.

Lo ripercorro accoccolata sul divano. Le interviste sono corredate da ritratti fotografici. I personaggi, noti o sconosciuti, rispondono a dieci identici quesiti posando davanti al medesimo sfondo, immortalati dall’obiettivo di Cristina Dogliani. Il soggetto delle interviste è la scelta scomoda. Da Gad Lerner alla direttrice dello SPRAR di Palermo, da Giobbe Covatta all’attrice di teatro che scappa da casa a 15 anni per studiare il tedesco, dal giudice Caselli alla sconosciuta intellettuale di Trapani che dedica la propria vita a combattere il pregiudizio di genere nelle scuole, ognuno con i propri mezzi, ampi o esigui che siano, nel silenzio o sotto i riflettori, nel quotidiano o pubblicamente, è chiamato a compiere scelte che in un modo o nell’altro cambieranno il mondo. Dipende da noi se prenderne coscienza o vivere, invece, facendo finta di nulla.

Manuela Diliberto, Cristina Dogliani, il Tevere

Rileggo fogli sparsi alla luce rassicurante e intermittente dell’albero. Cerco idee per presentare il tutto, ma ho la testa un po’ fasciata, distratta. Riprendo a girare per casa e riguardo con la tenerezza della creatrice il nostro presepe: a causa del folto, alto abete, quest’anno occupa uno spazio più angusto, eppure non vi manca nulla. La grotta per la fornaia, il ruscello che scorre giù dalle montagne, il laghetto da cui si abbeverano gli animali, gli angeli e le casette in lontananza, i Magi, il suonatore di cornamusa, lo Spaventato, i conigli, la guardiana delle oche, i fruttivendoli, il taglialegna e un numero imprecisato di pecorelle con pastore. Gesù posa su vera paglia e il muschio l’ho raccolto io stessa in una grande foresta del parigino. Guardo la Madonna. Per averlo sperimentato, non riesco ad immaginare qualcosa di più terribile dei dolori del parto. Quando te lo dicono, che sarà terribile, pensi sempre che è un modo di dire. Allora non riesco ad immaginare qualcosa di più terribile dell’avere le contrazioni sul dorso di un somaro. Ripenso alla ragazzina ebrea incinta di nove mesi che è riuscita a fare a dorso d’asino da Nazareth a Betlemme, ovvero più di 150 Km di strade non asfaltate. Scelta a quanto pare più accettata che subita. Riprendo le interviste. Tornata alla scrivania ripenso agli inizi del progetto. È cominciato tutto nel dicembre di quattro anni fa.  

L’editore in trasferta a Parigi era venuto da me a cena. Dovevo pubblicare “L’oscura Allegrezza” e quasi in tono di sfida ad ottobre gli avevo intimato: “Fai conto che io sia figlia unica!”. L’idea di coinvolgere mio fratello nella presentazione del mio romanzo, mi aveva colta alla sprovvista. Pur piegandosi alla mia volontà, lui mi aveva invitato a riflettere. Non sapevo nulla dei problemi della distribuzione editoriale, delle difficoltà legate al lancio di un romanzo perso nella pletora di libri pubblicati ogni anno. Sconosciuta, espatriata in terra francese, se volevo sopravvivere non avevo altra scelta che quella di riflettermi in una delle tante schegge di fama del mio celebre fratello. L’idea mi rivoltava talmente che mi misi a cercare un’alternativa valida per mandar giù la pillola. Fu allora che gliene parlai, davanti ad un corposo Saint-Emilion e un piatto di Filet Mignon con patate al forno. Avrei dovuto in ogni caso affrontare la questione della parentela. Tanto valeva gestirla a modo mio. Già da una anno riflettevo sulla possibilità di intervistare personaggi insoliti e sconosciuti che avevano scelto le vie più tortuose, da usare nel mio nuovo romanzo. Mio fratello di scelte scomode ne aveva fatte parecchie. Perché non cominciare proprio da lui? Non avevo che da scrivere le dieci domande che avrei riproposto ad altri, in seguito, e intervistarlo. Fu l’editore che alla fine della cena mi propose di mettere l’intervista in appendice al romanzo. Scrissi le domande su un aereo per Roma. Fra tutte le interviste, quella, la prima, mi è ancora particolarmente cara.

Manuela Diliberto, Cristina Dogliani, il Pantheon

Un anno e molte interviste dopo, incontrai Cristina guidata da un insolito destino. Ero stata invitata a presentare il libro a Carrara, al Biscottificio Dogliani di sua cugina Margherita. Qualche giorno prima Margherita me l’aveva passata al telefono perché abitava a Parigi anche lei: era di passaggio a Carrara e sarebbe venuta alla presentazione. Con gran sorpresa di entrambe ci rendemmo conto di aver prenotato lo stesso aereo di ritorno per Parigi. Lo stupore fu completo quando, confrontando il numero dei posti, scoprimmo di essere sedute persino accanto. Ci rincontrammo a Parigi, a casa sua. Voleva fotografarmi. Ricordo che ci studiavamo come a soppesare le possibilità di un destino comune. Cominciammo a discutere e senza neanche girarci troppo attorno, decidemmo di dare un volto agli intervistati, quello intenso e lancinante dell’obiettivo di Cristina, volo d’angelo, lama acuminata, nota di soprano. Ripercorsi così a ritroso con lei il percorso già fatto. Da Torino a Palermo girammo insieme l’Italia per due anni, fra febbre, freddo, caldo, stress ed euforia. Non avrei potuto trovare migliore compagna di viaggio con cui condividere in perfetta intesa il significato dell’impresa. Ancor oggi mi dico che il destino dev’essere espressione di qualcosa di più elevato che una semplice combinazione di eventi.

Rileggo le belle risposte degli intervistati e ripenso alle mie personali motivazioni prima di imbarcarmi in una simile avventura. Mi viene voglia di aprire Capital et Idéologie di Thomas Piketty. Per 1198 pagine l’autore spiega come uscire dal pantano in cui ci siamo ecologicamente ed economicamente cacciati. Basterebbe unire le nostre risorse e condividere le spese, ognuno con le proprie disponibilità. “Il socialismo partecipativo (…) implica un sistema di imposta progressiva sul reddito”, ciò permetterebbe “di finanziare le assicurazioni sociali e il reddito di base”.Rifletto e mi dico che socialismo partecipativo altro non vuol dire che un individuo impegnato nella famiglia umana. E che quando si sceglie di non portare la mascherina per parlare all’amico, quell’amico potrà a sua volta infettare la famiglia o anche solo un passante del supermercato che inavvertitamente si è grattato l’occhio dopo aver messo il barattolo della marmellata nel cestino della spesa. Oggi più che mai una delle tante pandemie della storia ci ricorda che se veniamo al mondo soli, passiamo la vita in comunità. Dividiamo acqua, cibo, foreste, mari, fiumi, aria e risorse. Abitiamo lo stesso pianeta, siamo sulla stessa barca. Ed è proprio durante la tempesta che lo spirito di gruppo diventa necessità: indispensabile collaborare, abbassare le vele, rimanere seduti. Un movimento brusco di uno, e si finisce tutti in mare.

Finché il nostro sistema economico-sociale produrrà ancora una vittima la fraternità sarà tutt’al più un’espressione romantica, dice Papa Francesco nell’ultima enciclica.

L’ecumene condivide oggi in maniera ineluttabile un virus. Se soltanto lo si decidesse, si potrebbe condividere, un giorno, un benessere globale, edenico, ridanciano.  

Basterebbe scegliere di scardinare la porta di casa e, per difficile che sia, fare la scelta scomoda, quella che lastrica il cammino della solidarietà. Liberarsi dal rimbambimento dell’opinione comune a affrontare il periplo che ci riporta a noi.

Ascoltarsi ed esaudirsi non può che renderci migliori, soddisfatti, disposti. Inclini armoniosamente alla festa della fraternità universale.

Manuela Diliberto

*Manuela Diliberto inaugura, con questa introduzione, il ciclo di fotointerviste che sarà pubblicato a cadenza settimanale su “Pangea”. In copertina: Manuela & Pif, suo fratello, in un ritratto fotografico di Cristina Dogliani/Studio Dogliani

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