“Neppure un saluto ai morti. Le tombe sono gelide lastre di marmo, loculi inarrivabili”. La pandemia, il pipistrello, Henry de Montherlant e una donna bellissima, a Cartagena, che leggeva Nicolás Gómez Dávila. Un libro di Gennaro Malgieri

Posted on Luglio 01, 2020, 9:53 am
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“Se la natura avesse destinato l’essere umano al pensare, non gli avrebbe dato gli orecchi, o almeno li avrebbe muniti di chiusure ermetiche, come ha fatto con i pipistrelli”. Prende le mosse (e il titolo) da una citazione di Arthur Schopenhauer il volume Sotto il segno del pipistrello. Dentro la pandemia. Un diario (edito da fergen) del giornalista e saggista di lungo corso Gennaro Malgieri. Un diario che nasce, giorno dopo giorno, prima e durante la quarantena, attraversa il cuore della pandemia da gennaio a maggio 2020. Un libro necessario come una carezza e spietato come un pugno perché ci fa tornare, con gli occhi e con il cuore ferito, alle settimane appena fuggite. Srotolando, con scrupolosità e delicatezza, tutti i dati e le vicende che abbiamo vissuto e che, sotto sotto, un po’ ci siamo dimenticati. Da quel 31 dicembre 2019, quando le autorità cinesi comunicano all’OMS che “una sconosciuta tipologia di Sars, simile alla polmonite, si è diffusa nella metropoli di Wuhan, polo logistico e industriale, dove si sperimentano innovazioni tecnologiche e scientifiche di alto livello, compreso un laboratorio dove si studiano i virus più pericolosi per l’umanità”.

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Malgieri non è nuovo alla scrittura diaristica dato che uno zibaldone lo scrive da quasi tutta la vita. “Dall’età di 16 anni, quindi mezzo secolo – mi spiega per telefono – tengo un diario (con qualche salto) unito a taccuini di incontri, viaggi e curiosità letterarie e artistiche (oltre ad aver scritto dal 1969 migliaia di articoli per cinquantasette testate)”. Così, dal diario che per tre mesi ha dedicato alla pandemia del Covid, è venuto fuori questo libro, mentre stanno per essere pubblicati altri suoi cahier, frutto di colloqui-interviste con Freund, Bardèche, Gregor, Jünger, Siniavskij, de Benoist, de Tejada, Horia, Paratore, corredati da un saggio sulla cultura e la libertà. La libertà, appunto. Il libro di Malgieri ci fa ripiombare, giorno dopo giorno, nell’inconsapevolezza dei primi tempi, fin dentro alla percezione della cecità insensata di certi politici e governanti, fino al sacrificio della vita stessa di migliaia di italiani che sono stati uccisi dal coronavirus nell’esplosione della primavera di quest’anno e alla privazione della libertà che ha coinvolto e sconvolto tutto il paese, per questioni sanitarie. A causa dell’alieno invisibile, come Malgieri definisce questa pestilenza moderna. Facciamo così i conti con la brevità della vita umana, con un destino spietato, con le nostre stesse fragilità e abbiamo il privilegio, o la sfortuna, di rivedere le nostre esistenze.

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“Il Destino ha scelto questo tempo per piazzare un colpo micidiale nel cuore dell’umanità. L’umanità si è scoperta fragile, impotente, impaurita. È come se le avessero tolto la certezza dell’immortalità. Un tragico e grottesco gioco. Anche a me è stato tolto qualcosa. Non tanto la libertà di movimento, bensì il coraggio di affrontare la vita che mi resta. È come se mi sentissi precario al punto di vedere la fine più vicina. Mi è sembrato di sentire attorno a me una sgradevole nenia che in ogni ora del giorno mi dice che il cerchio si sta stringendo”. Non è forse quello che nei mesi scorsi abbiamo provato? Malgieri ha il coraggio di pubblicare quella scomoda verità che, nei giorni più bui di quest’anno, faticavamo ad ammettere: i bollettini di guerra, le immagini sempre più impietose, i fiumi di parole da cui disperatamente aspettavamo un timido conforto costituivano una grandinata di proiettili sulle nostre fragili esistenze.

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E ancora: “Consulto quotidianamente le cifre dei contagiati, dei morti e dei guariti. La partita la sta vincendo l’alieno invisibile. E quando mi rendo conto che non posso più stringere la mano a nessuno, non posso abbracciare e baciare chi voglio bene, non posso concedermi affettuosità di alcun tipo perché invisibili microbi potrebbero infettarmi o potrei essere io ad infettare gli altri, il vuoto mi attanaglia imprigionandomi in una corazza che mi soffoca, ma non mi uccide”.

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Cosa abbiamo fatto chiusi in casa? Prendi, ad esempio, il 16 aprile: “Domenica in compagnia del coronavirus. Fuori la primavera sembra esplodere. Dentro il freddo avvolge perfino i pensieri. Mi aggiro tra i libri. Leggo, mi annoio, appunto qualcosa. Viaggio come Xavier de Maistre intorno al mio salotto”. È, forse, l’occasione perduta per tuffarsi nella biblioteca. “Rileggo Port-Royal di Henry de Montherlant. Un libro di rara bellezza che esalta il genio estetico e narrativo del grande scrittore francese, suicida nel 1972, le cui ceneri vennero sparse dalle mani amorevoli di Gabriel Matzneff, a Roma, nei dintorni del Tempio della Fortuna Virile”. Il lontano ricordo del cimitero dei vialetti ombrosi e le umide foglie di Père-Lachaise, dove Malgieri ama passeggiare, mentre guarda il parco sotto casa, insolitamente deserto. “L’effimero è qui, incrostato alla pelle alle pareti ai libri ai ricordi alle lacrime alle nostalgie. Solo l’oblio è eterno. Ascolto la Sonata numero due in Si bemolle maggiore di Sergei Rachmaninov, eseguita dall’incantevole ‘amica dei lupi’ Hélène Grimaud”.

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E lo sguardo corre ai nostri di cimiteri, inaccessibili. I morti senza una benedizione, orfani di un funerale. Ricordare è necessario. “Neppure un saluto ai morti. Le tombe sono gelide lastre di marmo, loculi inarrivabili. Estraniazione mortuaria. La civiltà finisce dove comincia la decadenza dei luoghi nei quali si preservava l’eterno. Oggi non possiamo dire addio più a nessuno. Né pregare”. Il pensiero, inevitabilmente, corre al passato, agli amori sbocciati e a quelli che non hanno vissuto che un momento, alle emozioni perdute che saranno ricordate per sempre. Nella lontana e sensuale Colombia. “A Cartagena de Indias mi sarei potuto innamorare. E mi resta nel cuore il sorriso di una ragazza al Camino Real. Le sue mani lunghe leggere ambrate. I suoi occhi luminosi, verdi, appena allungati. I capelli neri e lunghi che facevano da cornice ad un volto regolare dagli zigomi pronunciati. Mi accompagnò in una piccola libreria, quasi uno scantinato, dove trovai faticosamente tutti i libri di Nicolás Gómez Dávila. E mi chiese perché amassi quel colombiano che nessuno conosceva. Era bellissima, inarrivabile, intoccabile come un dipinto che non sfiori neppure se lo ami, Blanca”. E l’amore perduto diventa metafora di una vita in cui, come annota Ernst Jünger, “la felicità ci viene concessa solo fugacemente” e “viviamo in un mondo senza pace”. La bella Blanca dagli occhi ridenti leggeva, allora, ad un giovane studioso italiano, una pagina di Dàvila: “L’adolescenza ottiene senza desiderare; la giovinezza desidera e ottiene; la vecchiaia comincia desiderando senza ottenere e finisce desiderando desiderare”.

Linda Terziroli