Il Leviatano cova sotto l’unghia l’insetto che gli bucherà gli occhi: Maldoror, Federigo Tozzi, Jacopo Ortis e perfino Gibran…

Posted on Agosto 03, 2019, 11:41 am
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Sarà stata la numinosa, proverbiale, sensitività dei sinistrorsi di cui sono per altro indegno rappresentante, o il fatto che sia cancro terza decade, per giunta nato di lunedì, ma quel libro incorporò nel mio duodeno un male indefinibile… Fu una specie di orrendo crampo a 12,90 €.

Pareva improbabile o scandaloso che un negozio così lustrato terso dovesse inventariare fra i suoi articoli finanche la morte (ricordai un b horror movie inglese degli ’80. Tutto in lungo: La bottega che vendeva la morte. L’essenza del b movie celebra fin dal titolo la sua epifania, per esempio nel suo accanimento tassonomico: nella fattispecie non esiste nessuna bottega che non venda la morte. Ciò doveva essere ben chiaro).

La commessa composta ed unghiuta, una di quelle a cui dovevano spesso far male i capelli, non mi sarebbe stata di soccorso mentre proseguiva ignara ad insaccare malefici. Quel brand scarnificato e santo che occhieggerebbe ormai benissimo dalla piramide decapitata di un pandoro e che rappresenta l’ideogramma rinsecchito, la liofilizzazione di tutte le baruffe interessate per il “lodo”, non aveva nulla a che fare con quell’entità, meno di quanto la cialda abbia a che fare col mistero eucaristico finché non transustanzi.

Attenzione: questo è un libro pericoloso…

Ovunque sia poesia è realizzato il miracolo trascendente-olistico-qualitativo. Nessuna scomposizione anatomica o molecolare può giustificare la sua totalità. È l’anemos che penetra le narici del fango. La matematica intercetta un luogo per quindi elaborare la scorciatoia atta a raggiungerlo: il tetragramma della formula; mentre la poesia preferisce confondere il binario quantitativo della ratio, trovando, in anticipo sul luogo fissato, la formula per raggiungere ogni luogo. È chiaro che la semplice formula non sia ventura/avventura “nella misura in cui” nasce come Arrivo. Ora la Partenza schiaccia sempre col suo piede mercuriale il capo cuneiforme di testuggine dell’Arrivo.

Quel che ne monta è cosa talmente estraniante che sarebbe persino riduttivo compararla a un portale warp o ad una curva spazio-temporale. La realtà continua ed elastica si incasella in un colombario di infiniti inferni: trabocchetti o spiragli. Non c’è necessità di “quanti” per comprendere quanti profili omicidi ha una saliera.

Fu bruciore… Eppure potessi tornare indietro acquisterei nuovamente quel libro, perché è scritto: “toccherete serpenti velenosi”, ecc. ecc.

Gibran uno dei poeti che tollero di meno diceva che il dolore non è altro che l’infrangersi di un guscio. Più che per esporsi, per consentirne la costruzione di uno più ampio, voglio estendere. Dolore come disintegrazione del nido mestruale. Sia lode alla dea melanconia che scioglie i nodi.

Come una pianta che educhi in sé stessa il veleno e l’antidoto, il vecchio apparato ammorbante, la weberiana gabbia d’acciaio, ci fornisce sbadatamente i suoi volumi acquisiti, con la strafottenza e la sufficienza incredula e canzonatoria di chi offra uno spazzolino ad una piovra od altri dadaismi consimili. L’apparato è maldestro come tutti gli strapoteri e non crede che proprio nella spropositata selva di carta che ci lottizza come “area a vocazione idilliaca” si celi l’arnese che può destrutturarlo, la sua venticinquesima costola di malaugurio.

Nelle biblioteche delle carceri e delle “buone scuole” si acquattano i vari canti di Maldoror, o nocche di rosari devastanti come il tozziano racconto “La madre”, stanno i maestri di Vigevano e i Lucrezi tutti pronti a far scattare con precisione, alla carotide, la solenne unghiata. Ed anche il povero vecchio Jacopo Ortis, crediamo forse sia innocente? La stella nihil e il pianeta melanconia avvitano, sempre più stretta, su di noi la loro orbita.

Il leviatano dell’ordine ordoliberista (e laicamente ordalico) in apparenza la più astuta delle bestie, è in verità piuttosto ingenuo (o confida eccessivamente nella nostra ovina condiscendenza, nella nostra servile dislessia) per cui godo nel pensare che anch’esso cova da tempo sotto l’unghia l’insetto che presto o tardi bucherà i suoi occhi.

Antonello Cristiano

*In copertina: il Conte di Lautréamont secondo Félix Vallotton, 1896